Il gruppo selvaggio. Quando per la letteratura di consumo gli ebrei erano soltanto “israeliani”

Il gruppo selvaggio di Matthew Eden è il classico fogliettone della collana Segretissimo della Mondadori: pubblicato nel 1975 ma ambientato nel 1978, narra l’impresa di un manipolo di agenti segreti assoldati per uccidere il presidente libico Jalloud e portare la pace in Medio Oriente. Il titolo originale del romanzo sarebbe Driven by Lions, ma c’è il sospetto che sia falso come lo scrittore scrittore (a meno che non sia costui, anche perché è praticamente impossibile che una persona vissuta negli anni ’70 del XX secolo non abbia lasciato traccia su Google, c’è pure un mio parente che giocava in Serie D).

Sono entrato in possesso del prezioso volume dopo aver incamerato tutta la biblioteca di un povero scapolo di provincia, il cui “fondo” è stato gettato letteralmente per strada dagli eredi a causa del tanfo emanato. Non che avessero tutti i torti: l’odore di cantina è così intenso che pure io sarò costretto a buttarli via, ma per evitare che qualche moralista si scateni, prometto che prima darò un’occhiata a ogni esemplare.

Veniamo dunque al romanzaccio: oggi va di moda prendere qualsiasi porcheria (a livello letterario, musicale o cinematografico) e farla diventare veicolo di messaggi segreti lanciati da chissà quale congrega. Tutto può essere, ma per spiegare certi fenomeni basta ricordarsi quel che diceva Aristotele: il poeta svolge un compito più elevato dello storico perché descrive l’universale, quindi finisce sempre per azzeccarci, generalmente in modo “preterintenzionale”.

In tal caso, l’arguto Eden ha capito che gli americani prima o poi si sarebbero sbarazzati di un generale nordafricano troppo intraprendente (anche se poi l’hanno fatto così in ritardo e in maniera talmente indiretta da far venire più di un sospetto sui veri mandanti) e quindi si è inventato una storiella ricamando sulla cronaca dell’epoca. Ai tempi ovviamente Gheddafi non c’era ancora, quindi il protagonista della storia è quello che fu il suo braccio destro, Abdessalam Jallud.

La trama, per sommi capi, è questa: da una parte c’è la Grande Unione Araba (comprendente Egitto e Libia), guidata da Jalloud e dal presidente egiziano (Aridi?) in veste di vicepresidente. A un certo punto Jalloud dichiara guerra a Israele e annuncia l’embargo petrolifero; allora un uomo di Aridi incontra in segreto il presidente degli Stati Uniti attraverso il Segretario di Stato Putnam (chiaramente Kissinger) e gli propone di uccidere il “cane pazzo” Jalloud in cambio del ritorno di Israele ai confini originari stabiliti dalle Nazioni Unite nel 1947. Gli americani accettano e mandano un “gruppo selvaggio” di spie provenienti da Francia, Inghilterra, Giappone, Olanda, Germania Ovest e Belgio. Arrivano al Cairo, blah blah blah, uccidono il Presidente e poi vengono “sacrificati” per placare l’orgoglio arabo (il finale era abbastanza prevedibile, nulla da spoilerare).

Tra i personaggi più interessanti, il maggiore olandese Vanderhoven, che viene tenuto sotto controllo dal capo della missione (l’agente della CIA Reid Thayer) in quanto pericoloso pederasta che si eccita nel posare la mano sulla spalla (o sul braccio o sul ginocchio o sulla schiena) dell’attraente capitano giapponese Saito. Thayer inizia sin da subito a sospettare dell’olandese osservandone la bocca («Le sue labbra avevano un aspetto troppo morbido, anche la barba e i baffi»); tuttavia è solo quando Vanderhoven appoggia una mano sulla spalla di Saito (per l’appunto) che emerge la cruda e sconvolgente verità:

Le trovate che l’agente della CIA mette in atto per evitare che Vanderhoven seduca il giapponese sono un capolavoro di comicità involontaria. È altrettanto spassoso ricordare che il pregiudizio americano nei confronti delle abitudini sessuali dei maschi olandesi, oltre ad affiorare in certe espressioni gergali come Dutch courage, di recente è emerso anche da alcune dichiarazioni del generale John J. Sheehan, che ha collegato il massacro di Srebrenica alla effeminatezza dei Dutch soldiers, i quali si sarebbero arresi ai serbi precisamente in quanto pederasti ab origine.

Un’altra figura che vivacizza un po’ l’intreccio è la spia inglese Grainger, che odia gli ebrei perché gli hanno ucciso il padre («Nel quarantasette […] cercava di impedire che ebrei e arabi si scannassero tra loro. E gli ebrei gli hanno sparato alla schiena») e utilizza espressioni decisamente inconsuete per la letteratura contemporanea:

Questo Grainger durante l’assalto alla villa del Presidente libico tenta di sabotare la missione “perché odiava gli ebrei e l’idea che Jalloud cancellasse Israele dalla faccia della terra gli andava più a genio del compromesso di Aridi”.

Gli stessi israeliani provano a fermare il “gruppo selvaggio” attraverso l’amante di Thayer, che però viene strangolata dall’agente francese (la sequenza di azioni viene descritta in modo molto meno avvincente di come sto facendo adesso), e alla fine sono costretti ad accettare il compromesso. Qui lo scrittore coglie finalmente un dettaglio intrigante, un machiavellismo che si è poi potuto apprezzare nel corso degli anni:

«Gli israeliani preferivano che al potere nei Paesi arabi ci fosse un fanatico come Jalloud, sapendo che Washington non avrebbe mai permesso a un uomo simili di cancellarli dalla faccia della terra, piuttosto che accettare il compromesso con Aridi».

Per concludere in modo positivo: quali insegnamenti ho tratto da questa lettura? Prima di tutto, bisogna sempre evitare di confondere “poesia” e “storia” (se proprio non ce la si fa, dedicarsi allora a opere più degne, tipo la Divina Commedia, Gli ambasciatori o Shining). Poi non credo ci sia altro. Ammetto di aver trovato stuzzicante l’idea che una volta la letteratura di consumo potesse considerare gli ebrei solo in quanto “israeliani”, senza tirare in ballo Auschwitz e tutto il resto. Oggi siamo diventati molto sensibili sul tema; perciò eviterei di parlarne proprio adesso che ho finito.

PS: Questo post contiene link sponsorizzati da Amazon, dove sono presenti diverse copie del volume.

5 commenti su “Il gruppo selvaggio. Quando per la letteratura di consumo gli ebrei erano soltanto “israeliani”

  1. “Sono entrato in possesso del prezioso volume dopo aver incamerato tutta la biblioteca di un povero scapolo di provincia, il cui “fondo” è stato gettato letteralmente per strada dagli eredi a causa del tanfo emanato”

    Temo che anche i miei libri faranno un giorno la stessa fine. Essendo incel dello smaltimento si occuperanno probabilmente gli spazzini del mio comune.

      1. Per quel che mi riguarda, credo che venderò i libri che hanno un qualche valore, il resto lo regalerò a qualche biblioteca civica.
        Per i nuovi acquisti sono passato già da un paio d’anni al digitale.

  2. È una tecnica OSINT in gergo tecnico conosciuta come steganografia. Che libri apparentemente popolareschi e banali contengano messaggi segreti è più che probabile. Del resto, è precisamente ciò che succede ne i Tre Giorni del Condor con Robert Redford.

  3. È noto che in tutti i servizi segreti c’è una sezione per leggere i romanzi di spionaggio degli altri paesi, perché spesso troppo anticipatori della mentalità locale.

    Evidentemente i servizi del colonnello Gheddafi non ebbero tempo di leggere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.