Il matriarcato è il dominio dei maschi alfa

Una illustrazione dal volume Il Linguaggio della Dea di Maria Gimbutta: “Le più antiche testimonianze di matriarcato in Europa”

Sono stato cresciuto con un tipo di educazione che fino a pochi anni fa sarebbe stata definita progressista, femminista, democratica e tollerante: mi è stato insegnato a rispettare le donne (che ora sono il mio problema principale), a chiamare i vigili in caso di incidente, la polizia per un’aggressione e l’avvocato per una lite condominiale.

Credo che col senno di poi sia stata tale forma mentis a farmi diventare il subumano morto di figa che sono ora. Gli scienziati d’oltreoceano sono riusciti a identificare con nomignoli più attinenti la mia condizione esistenziale: beta, simp, cuck, snowflake. Tuttavia non è il mio miserabile exitus (in senso lato) a deprimermi in sé, quanto che se fossi venuto su in modo diverso -specialmente in un’epoca come la nostra- avrei potuto perlomeno ottenere qualche successo in campo sentimentale, magari nelle vesti di bullo, stronzo, violento (insomma, il tipo per cui le donne sbavano, in primis quelle che si definiscono “femministe”).

Invece son qui talmente accasciato che non riesco nemmeno a godermi uno dei miei film preferiti di sempre, Ritorno al futuro, senza nutrire il sospetto che più che un viaggetto nel tempo esso rappresenti quella feroce forza che il mondo possiede (e che fa nomarsi diritto). La morale di questo capolavoro mi pare corrisponda in effetti a un modo di sentire profondamente americano che talvolta si esprime nei modi dire kill or be killed, dog eat dog, big fish eat little fish ecc. Lungi dal ristabilire una sorta di giustizia universale, il protagonista Marty McFly si limita a ribaltare il ruolo di vittima e carnefice per garantirsi un padre alfa in una realtà parallela dove il prepotente Biff è stato finalmente ridotto a beta. Si può però parlare di uno spezzamento della catena delle sofferenze, del rovesciamento della dialettica servo-padrone o del superamento dell’homo homini lupus?

Sarò pessimista, ma credo proprio di no (considerando anche che il “prepotente” non è tale in senso ontologico e in tal contesto può esserlo solo agli occhi di uno spettatore assoluto in grado di intuire immediatamente i futuribili). Eppure pare che nessuno abbia percepito lo sconfortante “lieto fine” camuffato da una resa artistica ai limiti della perfezione: solo Žižek ha intuito la paranoia spielberghiana sulla necessità del “riscatto” del Padre (senza però mai accennare a Back to the Future, che a questo punto assomiglia la proverbiale “lettera rubata” di Poe anche per i sottintesi incestuosi): The boy’s dream is how to pass from bad father to good father… The true story is the restoration of paternal authority.

Dalla prospettiva etico-economica statunitense, il “gioco” non può che essere questo. Il gusto del play it out non risiede nell’ottenere ciò che si desidera, quanto nel strapparlo agli altri: ecco la morale di ogni liberalismo (che non si sa come è riuscito ad attribuirsi una comune origine semantica con la “generosità”). I “padri spielberghiani” piacciono perché nessuno di essi contravviene al paradigma odierno, che in ultima analisi è selvaggio e disumanizzante.

Esiste una tendenza consolidata da una certa pubblicistica a romanticizzare la figura del maschio alfa come giudice imparziale, capo-tribù magnanimo e legislatore salomonico: tuttavia è dal paradosso di una struttura “patriarcale” creata per frenare le spinte totalizzanti e monopolistiche dei “patriarchi” che discendono il diritto positivo, l’uguaglianza di fronte alla legge, la tutela dell’ordine pubblico, la previdenza sociale e tante altre “devianze” dallo ius naturae incollatoci addosso. Per quanto contraddittorio possa sembrare, l’unica “tecnologia culturale” inventata dalla specie umana per frenare tale tendenza auto-distruttiva è proprio questa.

Per certi aspetti, viviamo già in una distopia dai connotati “matriarcali”. Immaginate la scena: un quarantenne vergine assiste all’ennesimo spot contro il femminicidio e in barba ai consigli degli antichi (“fatti li cazzi tua”) denuncia alle forze dell’ordine le violenze a cui il suo vicino sottopone la propria dolce metà. Chiaramente non c’è alcuna conseguenza, se non che il beta il giorno dopo si ritrova deturpata la porta di casa: perciò si rivolge ancora alle autorità, e stavolta è la sua macchina a bruciare. Alla fine l’uomo nel quale la vicina aveva visto il “principe azzurro” conclude il cursus honorum passionale uccidendo la sua principessa. Il maschio beta diventa dunque la barzelletta del quartiere: “Se solo ci fosse stato un uomo in quel palazzo, avrebbe potuto salvare quella povera ragazza”, commentano le femministe alle sue spalle.

Solo per fare un esempio assolutamente campato in aria. Torniamo back to the present: l’ipotesi si fa stringente quando osserviamo come una società regolata da presunti “valori femminili” è tutt’altro che aperta ed egualitaria: al contrario, essa impone il ripristino di gerarchie ferine mascherate dall’ideologia. Da millenni però il genio della specie ci comunica il timore per tutto questo: non è l’inizio di nova tempora, ma uno sprofondamento in un’antichissima barbarie.

Segnalo -non solo a scopo di trolling– le brillanti osservazioni di un’anonima “Lady Astor” sull’essenza del cosiddetto poliamore, fenomeno fomentato a reti unificate che consiste nel presentare come accattivante la possibilità per una donna di “avere più relazioni intime (sentimentali e/o sessuali) contemporaneamente, nel pieno consenso di tutti i partner coinvolti, in opposizione al postulato della monogamia sociale come norma necessaria” (Wikipedia). Dal momento che tale propaganda è rivolta perlopiù alle donne (e sarebbe perciò più corretto parlare di “poliandria”), Lady Astor ha buon gioco nell’osservare che l’andazzo condivide non poche caratteristiche con i culti matriarcali:

«Perché tutte le donne poliamorose assomigliano a veneri paleolitiche? Perché gli accoliti/amanti sembrano sempre così “emaciati” (raccoglitori)? Suppongo che la versione moderna dei raccoglitori debba raccogliersi intorno alle “matrone”, mentre i cacciatori possono scegliersi le donne che vogliono. Questa sarebbe una reazione naturale all’attuale situazione di ipergamia».

È un dato di fatto che, al di là della fanta-archeologia, il matriarcato non ha mai rappresentato una qualche forma di “governo delle donne”, ma sempre il dominio tribale dei maschi alfa: la matrilinearità significa assenza di padre, non presenza di madre. Gli uomini matriarcali spuntavano come funghi e crescevano in branchi, senza alcuna coscienza di sé: la “storia” di un individuo comincia quando il patriarcato obbliga l’imposizione dei cognomina e l’umano emerge sull’orda, la famiglia sulla tribù, la legge sull’arbitrio.

Gli effetti del dominio del matriarcale lo vediamo pressoché in tutti i campi, tanto che non si sa nemmeno da dove cominciare. Per ripartire dall’esempio, pensiamo  al moral panic suscitato nei confronti del cosiddetto femminicidio, il quale finora non ha impedito a una sola donna di concedersi al femminicida né ha consentito che uno solo di questi assassini venisse punito con la galera a vita. Perché, come è noto, il concetto stesso di Legge è un residuo patriarcale: il matriarcato ha come unico scopo impedire che gli uomini geneticamente inferiori si riproducano, perciò tutte le pubblicità progresso e le campagne di sensibilizzazione sono esclusivamente rivolte ai maschi “meno atti”. Tale presupposto impedisce di onorare il benché minimo senso comune di giustizia e si perde nei miraggi del relativismo: nient’altro che maschere dell’amoralità, o di una impossibile morale che coincide direttamente con l’istinto.

Secondo punto: l’accettazione di una forma esotica e terzomondista di maschilismo difeso con le unghie e coi denti in nome dell’anti-razzismo e, ancora, del relativismo culturale. Non ci si illuda che l’islamizzazione rappresenti in alcun modo un ripristino del “patriarcato”, non solo in virtù del paradosso accennato più sopra ma soprattutto per il vizio di forma che contraddistinguerebbe un ritorno di tal fatta ai “costumi degli antenati”: sharia postmoderna e libidica per la maschialità arabo-africana, #metoo ottocentesco e puritano per visi pallidi e beta.

Terzo punto: la proliferazione di sessualità “alternative” dall’omosessualità al transessualismo al milfismo. Ma non ho voglia di farmi chiudere il blog, dunque salto a pié pari.

Quarto punto: la proliferazione di forme di famiglia altrettanto “alternative” che per la maggior parte dei casi rispondono a strategie riproduttive basate su logiche gerarchiche e tribali, le quali si traducono dal punto di vista ideologico-propagandistico nella creazione per i “raccoglitori” dei modelli maschili di cui sopra (beta provider, simp, cuck ecc…).

Quinto punto: l’epidemia di bullismo, vandalismo, teppismo, uliganismo ecc. inversamente proporzionale alla moltiplicazione di iniziative e appelli in favore della tolleranza, dell’altruismo e del bene comune. La società femminista è anche qui caratterizzata da una sorta di schizofrenia di massa: il maternage collettivo premia le canaglie, i fedifraghi, i piccoli e grandi profittatori, i carnefici che mostrano un particolare orgoglio nell’esserlo (perché già il pentimento sarebbe una dimostrazione di “debolezza”).

Sesto: la tribalizzazione (il tema della tribù ricorre frequentemente) in “quote”, non più solo in base al sesso ma anche -per dire- alla quantità di melanina e al peso. Il punto si innesta nelle osservazioni precedenti e dunque non c’è molto da aggiungere, se non che questa parcellizzazione potrebbe rappresentare una sorta di pseudo-collettivismo ideato per scongiurare qualsiasi potenziale ripristino del “patriarcato” anche attraverso le tragiche fasi dell’ominazione vichiana (nel senso che la frammentazione della società offre una qualche illusione di ordine rispetto all’anarchia dei singoli).

Eccetera eccetera. La questione è che il matriarcato è un mito solo nella misura in cui risulta “tecnicizzato”, cioè depurato ideologicamente dalla sua contiguità con le nostre origini violente. Altrimenti potrebbe essere considerato senza difficoltà un sinonimo di amoralità, anarchia, sopraffazione, irrazionalità e degenerazione. Cioè tutto quello che l’educazione di cui si parlava all’inizio ci ha insegnato a tollerare.

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