Il matrimonio di Michel Houellebecq spiegato bene

Non voglio parlare del matrimonio di Michel Houellebecq (si legge Uelbék: pronunciatelo correttamente al costo di offendere chi ignora di dirlo in modo sbagliato, anche perché non è del tutto colpa nostra, ma dell’aver abbandonato la sana abitudine di traslitterare i nomi propri delle lingue che usano il nostro stesso alfabeto; forse pretendiamo troppo da noi stessi, quando invece altri popoli non si fanno alcun problema a scrivere direttamente “Uelbek”, come i greci [Ουελμπέκ], i russi [Уэльбек] e gli azeri [Mişel Uelbek]); dicevo, non voglio parlare del matrimonio di Mishel Uelbék perché è talmente memepoietico che rischio di andare in overdose: colpisce negativamente solo il fatto che, nonostante egli sia diventato volente o nolente un paladino dell’Inceldom (la condizione dei “celibi involontari”), abbia sposato comunque una cinese, confermando in tal modo il Just Be White (la dannazione dei ricecel, cioè gli incel di origine asiatica respinti dalle femmine della loro stessa etnia perlopiù attratte dal maschio bianco occidentale).

Houellebecq è troppo grande per parlarne in modo serio: c’è però una dignità in questo gesto, una pulizia morale, un’altezza di sensi che interdice ogni cinismo; persino l’eventualità che lo sputtanamento sia giunto da Carla Bruni non oscura la poesia del tutto.

Non sono tipo da pettegolezzi e dunque non saprei dir molto a proposito della vita personale dello scrittore, al di là di quel che traspare da romanzi e poesie. Certo, ricordo qua e là nella sua opera la comparsa di un quartiere cinese privo di immigrati musulmani, oppure qualche sottile apologia del capitalismo dai valori “orientali”, così feroce e forte e naturale come la peste o i terremoti (lasciamo da parte invece il Sud-est asiatico di Piattaforma).

Cherchez la femme, quindi? Può darsi, anche se credo sia plausibile un incontro a metà strada tra un’aspirazione ideale verso un Oriente che rifiuta la decadenza occidentale e l’attrazione concretissima per una vénus jaune (si dirà così?). Anche nella galassia neonazista americana il dibattito sull’argomento è molto acceso, poiché dopo una ininterrotta serie di accoppiamenti tra suprematisti bianchi e giovani asiatiche ci si è cominciati effettivamente a domandare se almeno i giapponesi non debbano essere considerati ariani onorari.

Houellebecq non delude mai, insomma. Questo matrimonio, in particolare, sembra pensato in direzione di un possibile compromesso tra inceldom e maschialità, in nome della salvezza del genere umano, che è poi l’unica vera preoccupazione dell’Autore, come emerge in tutta la sua opera: vediamo infatti che la “pietra filosofale” ne Le particelle elementari e La possibilità di un’isola è la tecnica (ingegneria genetica e clonazione), in Piattaforma l’edonismo (“orientale”, appunto), ne La carta e il territorio l’arte (ma in parte anche il cattolicesimo, per l’Houellebecq-personaggio) e in Sottomissione l’islam.

All’appello manca Estensione del dominio della lotta perché è l’unico realmente “irrisolto” ed è non a caso il libro che ha offerto più spunti all’Inceldom. C’è un passaggio in particolare che mi “perseguita” dall’anno 2000, quando per la prima volta mi imbattei nella traduzione Bompiani (l’originale risale al 1994, ma in quegli anni ero ancora innocente e vivevo “vitellescamente e ottusamente nel mondo”, come Pavese):

«Dal punto di vista amoroso, Véronique apparteneva a una generazione sacrificata, come tutti noi. Sicuramente era stata capace d’amore; e avrebbe desiderato esserlo ancora, questo glielo riconosco; ma non era più possibile. Fenomeno raro, artificiale e tardivo, l’amore non può prosperare se non in condizioni mentali speciali e solo eccezionalmente compresenti, e comunque in assoluto contrasto con la libertà di costumi che caratterizza l’epoca moderna. Véronique aveva conosciuto troppe discoteche e troppi amanti; un tale sistema di vita impoverisce l’essere umano e gli infligge danni gravi e sempre irreparabili. L’amore, come innocenza e come capacità di illusione, come attitudine a sintetizzare la totalità dell’altro sesso in un unico essere amato, è già raro che resista a un anno di vagabondaggio sessuale, figuriamoci a due. In realtà, le esperienze sessuali accumulate nel corso dell’adolescenza minano e distruggono rapidamente ogni possibilità di proiezione d’ordine sentimentale e romantico; progressivamente, e molto rapidamente, si diviene tanto capaci d’amore quanto lo è una vecchia ciabatta. E di conseguenza, ovviamente, si finisce per condurre un’esistenza da vecchia ciabatta; invecchiando si diventa meno seducenti, e questo provoca amarezza. Si comincia a invidiare i giovani, e presto l’invidia si trasforma in odio. Questo odio, condannato a rimanere inconfessabile, si invelenisce e diventa sempre più cocente; poi si placa e si estingue, come tutto si estingue. Non resta altro che l’amarezza e il disgusto, la malattia e l’attesa della morte».

Nel lugubre pellegrinaggio nelle tenebre dell’inceldom, spesso questo mal di vivere ho incontrato:

«[…] Nel complesso la nostra relazione è ottima, siamo insieme da due anni e sono pazzo di lei! Il problema è che la mia insicurezza e la mia mancanza di fiducia stanno diventando proprio un problema (per me, non per lei).
Durante questi due anni abbiamo avuto molti alti e bassi, il suo ex partner ci ha causato molti fastidi e ha messo a dura prova la relazione. La mia compagna ha due figli e il suo ex è stato presente per cinque anni nella loro vita, seppur in modo violento (infatti i bambini si turbano quando il nome di loro padre fa riaffiorare alla loro mente brutti ricordi).
Niente di cui preoccuparsi, giusto? E invece no. Il mio problema è che durante quella relazione “molto violenta e tossica” lei avrebbe comunque camminato sui carboni ardenti per farlo felice: infatti si è piegata a tutto, gli concedeva un sacco di sesso, si spingeva totalmente fuori dalla sua “zona di sicurezza”. Con me invece la relazione è una noia mortale, per usare un eufemismo: il fatto è che per me non farebbe nulla di impossibile, il sesso è molto raro e non c’è nemmeno tanto coinvolgimento emotivo da parte sua (anche se sostiene che non è mai stata una persona affettuosa).
Pur avendo una bassa autostima, ho cercato di avvicinarmi continuamente alla mia compagna ma non mi sono mai sentito all’altezza. Perché è tutto così difficile? Io la tratto come una regina ma è sempre una lotta per ottenere in cambio un po’ di affetto, quando invece un ragazzo che la trattava da schifo poteva avere da lei qualsiasi cosa.
Temo sia questione di tempo prima che possa trovare qualcuno di meglio, o magari cominci a criticare i miei difetti, o ancora peggio (non voglio nemmeno pensarci), che possa tornare da lui: penso ne sarebbe capace, indipendentemente da quanto quel tale sia stato violento nei suoi confronti!
Che devo fare?»
(testimonianza di un ventiseienne americano ripresa da r/Braincels).

Ne volete un’altra? Ne ho quante ne volete, tra un po’ internet sarà tutto così:

«Come posso far finta che il passato di mia moglie sia davvero passato, se lei non mostra alcun segno di rimorso? Prima di sposarci, sono venuto a sapere qualcosa sul suo passato. Si è “divertita” un po’, ha avuto qualche fidanzato, ma è successo prima della sua conversione, quindi non  ho voluto dargli troppa importanza. L’ho “perdonata”, o almeno così credevo.
Da quando ci siamo sposati (4 anni fa), ho appreso molte altre cose, sinceramente più di quanto volessi sapere, per la maggior parte delle volte attraverso le storie raccontate con nonchalance da lei stessa, oppure mentre parlava con le amiche al telefono eccetera. La situazione è peggiore di quanto pensassi, e a questo punto credo mi abbia mentito su tante cose durante il corso prematrimoniale.
Parlo di droga, incontri casuali, filmini a luci rosse, orge con uomini e donne, fotografie erotiche. So che tutta questa roba va perdonata e conosco gli insegnamenti di Gesù e tutto il resto. Le ho fatto sapere quanto questo mi facesse male e quanto vorrei guardare avanti, ma continua a pesarmi. Recentemente l’ho beccata parlare su un forum delle sue fantasie sadomaso (mentre si lamenta di non poter più farl nulla perché sposata) oppure delle sue avventure con i “trombamici” sulla spiaggia, eccetera…
Mi sento ferito. So di essere un peccatore, ma sono arrivato vergine alla prima notte di nozze. Invece di andare in giro a “festeggiare”, io studiavo. Infatti adesso sono un medico, mentre lei è a malapena riuscita a diplomarsi. Ho cercato di impostare la mia vita sugli insegnamenti divini, ma lei ha rovinato tutto e sinceramente non penso nemmeno le importi. Ovviamente se glielo chiedessi, direbbe di essere pentita, ma le sue azioni e le sue parole dimostrano esattamente il contrario»
(testimonianza di un bravo marito cristiano, sempre da r/Braincels).

Ascoltiamo perciò i consigli di Zio Michel e seguiamo il suo esempio: è l’unico che può permettersi di dire e fare certe cose, ma sappiamo tutti che ha ragione.

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