Il mio genere preferito è la musica artificiale

Al di là di tutte le -più che legittime- critiche misoneistiche, neoluddiste e kaczynskiane al mio utilizzo spregiudicato dell’intelligenza artificiale in ambito artistico, ce n’è una che ho trovato invece più ficcante. En passant non intendo snobbare nessuna delle posizioni “anti-tutto” proposte dai lettori, ma credo che molte polemiche scaturiscano da un equivoco di fondo: io non sono fascista come tanti -troppi- pensano; io sono molto più schiettamente nazista, e dunque il mio approccio alla tecnologia è piuttosto “immediato” e fanatico.

No, si scherza ovviamente (il nazismo ha fatto centinaia di migliaia di morti), ma il concetto di fondo è che per me non esiste alcun contesto “reale” che l’intelligenza artificiale andrebbe a contaminare o stravolgere, da nessun punto di vista. Ed è per questo che vorrei partire da un’obiezione più originale proposta dalla FES:

«Il vero problema [con l’intelligenza artificiale] più che altro è economico. Da molti anni tu e milioni di altre persone state addestrando gratuitamente, e anzi consumando il tempo della vostra vita, dei classificatori statistici che vengono usati da imprese private per fare soldi. Come per anni avete (abbiamo) fornito gratis il contenuto per canali di comunicazione di proprietà privata. Questa è stata la grande guerra invisibile che buona parte del mondo occidentale ha perso e che continua a perdere senza nemmeno accorgersene».

Iniziamo con alcune considerazioni di base, che per quanto banali rappresentano comunque dei dati di fatto: in primo luogo, la partecipazione a questi “progetti” è sempre volontaria e nessuno disdegna di farne parte per il semplice motivo che la fruizione è gratuita. Anzi, addirittura a una porzione di consumatori (decisamente più grande di quella che si rivolge ai “canali di comunicazione” tradizionali) viene corrisposta una parte dei ricavi delle imprese private: mi pare dunque che la “bilancia” non penda totalmente dalla parte dei “biechi capitalisti”.

Ad ogni modo, per metterla giù in maniera ancor più semplice (o rozza), se è anche vero che “il tempo è denaro”, fino ancora a vent’anni fa invece di consumare “tempo della nostra vita” per fruire di certi contenuti, dovevamo consumare “soldi della nostra vita”. Un dettaglio di non poco conto che -per giungere infine alla questione della “musica artificiale”- mi riporta alla mente il momento in cui, da adolescente, decisi di smettere di comprare riviste musicali.

Ricordo ancora che, sfogliando il numero di “Rumore” di luglio/agosto 2001 (con in copertina i Basement Jaxx), mi resi conto che di tutti i dischi recensiti sarei riuscito a malapena a permettermene un paio. Tra questi c’era il “disco del mese”, per l’appunto Rooty dei Basement Jaxx, un potpourri electro-house che ancora oggi trovo piuttosto indigesto (figuriamoci all’epoca quando ero persino più selettivo e intollerante verso qualsiasi cosa minimamente “ballabile”). Ora, si pensi solo al fatto che ai miei tempi (ok boomer), se non ricordo male (ok boomer), un biglietto dell’autobus costava 1500 lire (ok boomer) e un cd, compreso quel cd del gruppo londinese di sta ceppa, costava… dalle 38.900 alle 42.000 lire (metto in conto il prezzo dell’autobus perché di solito i “dischi del mese” di “Rumore” non si trovavano nei negozietti dei supermercati tipo quelli degli U2 o dei Linkin Park, e inoltre già allora i controllori meneghini si accanivano sui giovani italiani perché temevano i “portoghesi”, che ovviamente non erano portoghesi ma magrebini).

In sostanza avrei dovuto bruciarmi l’intera paghetta di un mese o le mancette della cresima per acquistare un cd da “una botta e via”. Certo, c’era già la possibilità di duplicare (illegalmente!) i cd, ma la roba che consigliava “Rumore” sostanzialmente la ascoltavano solo i suoi redattori (e di certo non si trovava sulle bancarelle improvvisate dei vucumprà). E, come dicevo, per trovarla si doveva girare mezza Milano, con il rischio che più vicini al centro ci si spingeva e più il prezzo del manufatto sarebbe lievitato…

Ricordo in particolare di quel numero due dischi che mi avevano incuriosito e che mai avrei potuto permettermi: Selling Out For The Sucker dei Cortizone e Saturn Return degli Unto Ashes. Entrambi erano stati impietosamente demoliti dal recensore, ma a me sarebbe piaciuto almeno farmi un’idea di cosa fossero. Il primo era l’esordio di una band nu metal britannica e nonostante la copertina fosse imbarazzante (un tizio con una lingua da vacca) avrei voluto ascoltare altri rappresentanti di quel genere emergente al di là dei soliti nomi che conoscevano tutti. Il secondo invece, oltre ad avere una copertina decisamente affascinante (una donna incinta in abiti medievali che gioca a scacchi con una sfinge), rappresentava per me un oscuro oggetto del desiderio, pur non sapendo nemmeno che genere fosse la neomedieval darkwave. Col senno di poi, forse per quest’ultimo l’investimento di 40.000 avrebbe avuto qualche senso, ma non a fronte del fatto che per “Rumore” l’album non raggiungesse la sufficienza.

Oggi, naturalmente, entrambi i dischi si trovano su Youtube e, in modo altrettanto scontato, nessuno li ascolta manco per sbaglio:

In aggiunta, queste stesse sonorità ora si possono perfettamente ricreare attraverso l’intelligenza artificiale. Solo a titolo di esempio, qui di seguito trovate il mio primo disco prodotto interamente con l’AI (tramite Suno.com) che di certo in una decina di anni otterrà molte più visualizzazioni di Cortizone e Unto Ashes (non che ci voglia granché in effetti; del resto Youtube è già saturo di contenuti prodotti dalle “macchine” e sicuramente saranno stati messi all’opera strumenti in grado di disincentivarne il caricamento).

C’è una morale in tutto questo? Io credo di sì. Posto che prevengo le obiezioni di chi vorrà richiamare alla mia memoria il fatto che dall’inizio del nuovo millennio esistesse già la possibilità di scaricare (sempre illegalmente) interi album in formato mp3 tramite i primi software atti all’uso, rispondendo molto semplicemente che nel 2001 non solo poche persone potevano permettersi un pc e una connessione adeguata (in ogni caso io non ero tra queste), ma che comunque anche il sistema peer-to-peer con cui venivano condivisi i file musicali implicava che il materiale disponibile fosse dettato sempre da logiche di mercato, nel senso che già procurarsi le opere degli Unto Ashes -sempre per dire- tramite questo mezzo diventava un’impresa pressoché impossibile (ci sarebbe dovuta essere almeno UNA persona che mettesse a disposizione i file e si sarebbe dovuta avere la fortuna di beccarlo almeno una volta a settimana).

E comunque, a scanso di equivoci, io non mai “scaricato” alcunché perché si tratta di R E A T O (come il nazismo): d’altro canto, se avessi ordinato uno di quei dischi da qualche portale inglese o americano che li vendeva a metà prezzo rispetto ai negozi italiani, avrei ugualmente commesso un reato perché nel Bel Paese vige la regola che per i dischi acquistati all’estero va richiesto un bollino alla SIAE (se durante una festa privata veniva messo su un album senza bollino poteva davvero capitarti un “ispettore” a chiederti le generalità, e per esperienza personale posso confermarvi che non si tratta di una leggenda metropolitana).

La morale, per dare alla discussione un termine, è che fino all’avvento di internet l’umanità era esposta a contenuti probabilmente peggiori di quelli di cui ora usufruiamo gratuitamente. Certo, lungi da me il proposito di promuovere panzane a tema free, ma nessuno mi venga a dire che venti o trent’anni fa (possiamo risalire fino al 1943 o anche al 1791) pagando un disco 40.000 lire si finanziasse chissà quale “qualità”. Gli artisti, o presunti tali, si sono fatti strumentalizzare dalle case discografiche fornendo contenuti di dubbio gusto ad affaristi disgustosi generalmente appartenenti a un’unica etnia (ma lasciamo stare).

Sarò ancora più sincero, anche al rischio di passare come il tipico idiota tecnologico: se all’epoca l’intelligenza artificiale fosse stata disponibile come lo è ora, probabilmente avrei fatto come il povero maestrino Wuz ricordato ad Walter Benjamin, che leggeva i titoli dei libri che non poteva permettersi di comprare e se li riscriveva a casa. A tal proposito, ho realizzato due esempi di come avrei potuto ricreare un pezzo tipico dei Cortizone e uno degli Unto Ashes:

Detto ciò (ma chiaramente la questione rimane aperta), veniamo a risvolti più “pratici” di tutta la faccenda. Nel 2023 ho sperimentato vari programmi di intelligenza artificiale applicata alla musica, scegliendo Wau come la più pratica e e promettente. Dopo poche settimane, complice anche qualche “aggiornamento” che ha reso la app sostanzialmente inutilizzabile, mi sono tuttavia reso conto che i suoi sviluppatori non avessero alcuna intenzione di fornire nuove opzioni agli utenti, e perciò lasciai perdere. Nella playlist che segue ho raccolto le principali sperimentazioni:

A inizio 2024 ha cominciato a farsi strada l’americana Suno (suno.com), da me già menzionata, che attualmente rappresenta il non plus ultra nel campo della AI Music, se si utilizza come metro di giudizio la fruibilità da parte della plebe. Credo infatti che questo sia il criterio principale per valutare le evoluzioni dell’intelligenza artificiale, al di là degli strumenti che possono avere in dotazione enti governativi o, per restare in tema, case discografiche.

Vorrei sottoporvi qualche confronto: in primo luogo, il modo in cui Wau realizzava “musica italiana” (un abbinamento casuale di percussioni, campanelli, violini, fischi, esplosioni, flauti, echi, accenni di lirica, impercettibili suggestioni orientali e ripetizioni ossessive di ritmi campionati), a cospetto del fantasmagorico universo parallelo che Suno è in grado di generare tramite i più semplici dei comandi.

La moda delle canzoni sui materassi nell’Italia degli anni ’60

Una comparazione altrettanto interessante riguarda la “musica irlandese” (le categorie generiche sono utili per farsi un’idea, per l’appunto, generica): con Wau avevo raccolto una decina di pezzi all’insegna degli stereotipi meno appassionanti del folk celtico, mentre con Suno sono riuscito a creare una canzone che potesse esprimere qualcosa di molto vicino allo “spirito” della Irish rebel song (per giunta con un testo in italiano). Al di là di qualche difetto di pronuncia di un riproduttore vocale calibrato sull’inglese (che tuttavia spesso azzecca quasi tutte le parole in italiano), l’unica “pecca” è stata la censura imposta al testo tramite i soliti “algoritmi”: perciò non vengono mai utilizzate espressioni come “Irlanda” o “Inghilterra”, né ci sono riferimenti a “soldati” (termine che Suno non apprezza al pari di “polizia” o “esercito”). Nella sua semplicità, non posso che apprezzare il risultato.

Per tornare all’Italia, ho già proposto ai lettori un saggio delle potenzialità di Suno alle prese con i generi più disparati: musica leggera, punk, inni politici e roba così. Allo stato attuale è anche utile per proporre rivisitazioni originali di qualche classico, come questa cover de I Watussi da me attribuita a una indimenticabile Arian(n)a Bianca:

Per il momento gli intenti non possono che essere satirici, d’altronde sarebbe difficile utilizzare questi strumenti in altro modo, tenendo comunque sempre a mente che l’autenticità espressiva a livello musicale si può raggiungere solo attraverso il canto, come del resto insegnano i sacri precetti dell’Islam.

2 thoughts on “Il mio genere preferito è la musica artificiale

  1. Bravo, sono d’accordo con il tuo punto. Grazie alla gratuita e artificiale intelligenza, tutte le rarities musicali, che da adolescente squattrinato non potevo permettermi di comprare, posso generarle e consumarle adesso, adesso che invecchio e impezzentisco e mi consumo sempre di più.

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