Il primo dibattito Trump-Biden: uomo contro uomo non fanno dramma, ma appena una rissa

“Uomo contro uomo non fanno dramma, ma appena una rissa”, stigmatizzava Alberto Savinio l’indrammaticità del nostro tempo (ma gli iniziati sanno che la citazione non è di prima mano). Allo stesso modo potremmo commentare il primo dibattito fra Donald Trump e Joe Biden, che la stampa internazionale si rifiuta di raccontare perché troppo impegnata a piagnucolare su “urla, insulti e interruzioni”. Questa è la cifra della nostra epoca: la cultura del piagnisteo si è fatta egemonica e forse oggi più che Robert Hughes dovremmo tornare a rileggere Ted Kaczynski (naturalmente solo come teorico della società industriale e il suo futuro).

Ad onta però di quel che sostiene il mainstream (“Il dibattito è stato machista e Trump ha perso lo stesso”), è stato al contrario un interessantissimo confronto all’insegna della grande politica: lavoro, società, sicurezza, futuro. E soprattutto, senza candidate donne, si è potuto finalmente tornare a disquisire in modo civile, come si faceva una volta: senza il terrorismo psicologico del mansplaining o la paranoia che anche un respiro possa rappresentare una micro-aggressione (certo, sto esagerando, facciamo pure finta che alle ultime elezioni la Clinton non abbia accusato il suo avversario di volerla intimorire respirando troppo forte). Lo so, non è una cosa carina da dire ma, a scanso di equivoci, non s’intende affermare che una donna non sia all’altezza di partecipare alla vita politica del proprio Paese, ma semplicemente che allo stato attuale delle democrazie occidentali la categoria di “donna” ha assunto una precisa e rigida connotazione ideologica: a dimostrarlo, per fare l’esempio più recente (e particolarmente attinente a ciò di cui stiamo parlando), il caso della nomina alla Corte Suprema della brillante avvocatessa Amy Coney Barrett, che essendo cattolica praticante e madre di sette figli, viene maltratta dalla stampa alla stregua di una “non-donna” o addirittura di un “uomo onorario”.

Anni, anzi decenni, passati a discutere del nulla hanno portato alla desertificazione dell’intelligenza: ora che due uomini stanno cercando di fare appena una rissa, i “professionisti dell’informazione” nemmeno provano più a fare il loro mestiere. Si scherza spesso sul meme dei soyboy (i medio-progressisti completamente emasculati dall’overdose di soia), ma qui il problema sta diventando reale. E badate che è il solito discorsetto sui “contenuti” più importanti della “forma”: lo stile è l’uomo, questo è innegabile. Ma il problema in tal caso non è evidentemente il bon ton: è l’abdicazione al pensiero in favore di una fantasmagorica ridda di tabù.

Peraltro, è doveroso osservare che se il dibattito è stato così accesso e sopra le righe ciò è esattamente dovuto al fatto che Trump ha trovato infine pane per i suoi denti: ma negli opinionisti non è scattato nemmeno il classico riflesso sinistroide, come se il cadavere dell’informazione si stesse disfacendo sempre più velocemente nonostante i piagnistei (forse semplici emissioni di residui gassosi). Un paradosso che conferma ulteriormente quanto osservava Kaczynski in tempi non sospetti: “Le persone di sinistra tendono a odiare qualsiasi cosa abbia un immagine forte, positiva e di successo” (adesso però basta citare Unabomber).

Sì, perché nonostante Joe Biden sia alto solo 183 cm (un nano, soprattutto al cospetto del metro e novanta di Donald) e sia evidentemente affetto da un principio di demenza senile (si impappina ogni due frasi e non riesce mai ad azzeccare una cifra al primo tentativo), se non altro è ancora un politico. E affronta ogni punto da politico, cosa che nel Partito Democratico non accadeva da qualche lustro (Obama ci ha provato, ma il sensazionalismo della identity politics ha oscurato ogni buona intenzione). Ordunque, dopo questa lunga premessa sul fatto che siamo diventati tutti delle fighette, veniamo al debate.

Tralasciando le schermaglie riguardanti la Corte Suprema a cui abbiamo accennato più sopra (facendo notare che a parti inverse in ogni caso non ci sarebbe stato alcun fair play sulle nomine), il tema da cui si è partiti è stato, in sintonia con lo spirito dei tempi, quello della sanità. Prima di covid, tuttavia, quasi a rimarcare un primato del politico sul tecnico, si è parlato ancora dell’Obamacare: un mythos per Biden, un tentativo di “socializzare la sanità” per Trump, che però si è ricordato di non essere Romney né tanto meno McCain e in ultimo ha preferito insistere sulla sua lotta contro “Big Pharma” (sic) per la riduzione (drastica) del prezzo dei farmaci.

Il secondo punto è stato, di conseguenza, il covid: Biden ha attaccato Trump per non aver saputo contenere la pandemia (dunque proponendo implicitamente una estensione del lockdown), ma quando il Presidente in carica ha evocato il “disastro della suina” per mettere in difficoltà l’avversario, quest’ultimo si è vantato (nonostante non avesse alcuna voce in capitolo sul problema nell’amministrazione Obama!) di aver contrastato la swine flu senza distruggere l’economia. Trump ha allora calcato la mano sulla sua eccellente gestione dell’emergenza (phenomenal job, ha ripetuto una decina di volte), ha tenuto a definire il covid la “peste cinese” (China plague) ed è riuscito ad incanalare il problema nella dicotomia tra “libertà” e “sicurezza” (qual è di destra, qual è di sinistra? Signor Unabomber, lei come risponderebbe? Lasciamo stare).

Poi è venuto il momento della “questione afro-americana”: Trump ha tentato in tutti i modi di proporsi come il più grande sostenitore repubblicano dei neri dai tempi di Lincoln (in effetti lo è), ma sul punto Biden è invincibile. Lui è ancora Obama’s granddaddy, è uno che può permettersi di dire “Se non mi voti non sei veramente nero” (You ain’t black). Lo stesso si è poi in verità scusato dell’imbarazzante commento, ammettendo di esser stato un po’ troppo cavalier (singolare francesismo): chissà quanto si sarebbe scritto su certi tratti caratteriali del personaggio, se si fosse trovato dalla “parte sbagliata”.

Del resto la sua “cavalleria” si è fatta sentire durante tutto lo scontro: Trump sarà un bullo, ma il Vice President (anche in America il titolo è onorario) ha sempre tenuto alta la guardia, sia nell’intercalare (“I’ll tell you what”, “Would you shut up, man?”, “Give me a break”) che nell’attacco diretto (“It’s hard to get any word in with this clown — excuse me, this person”). In generale non sono mancati i colpi bassi: il Presidente ha chiamato ripetutamente in causa il figlio di Biden, Hunter (di cattivo gusto, ma nessuno dei congiunti di Trump è stato risparmiato in quattro anni), mentre il Nonno di Obama, oltre ad apostrofarlo come abbiamo visto (“pagliaccio”), lo ha definito “razzista” e “fantoccio di Putin” (Putin’s puppy).

Direttamente collegata alla diatriba sul “voto nero”, i torbidi che hanno costellato l’estate delle principali città americane: i candidati si sono accusati a vicenda di “gettare benzina sul fuoco” per trarre il solito ordo ad chao. Il passo falso di Trump è stato aver utilizzato la stessa narrazione dei pochi media a lui favorevoli che vuole la sigla “antifa” espressione di una setta specializzata nella guerriglia urbana, offrendo così il destro a Biden di precisare che “L’antifascismo è un’idea, non una organizzazione”. Ottima osservazione, ma ai molti Average Joe di Minneapolis e Portland non penso importeranno molto certe sottigliezze al momento del voto.

Infine, il famigerato Green New Deal, che Biden ha rigettato (sarebbe una notizia, se avessimo ancora dei giornalisti) in nome del suo Biden Plan (sì, anche lui è un maschio alfa), una mano di verde chiaro sul grande problema americano del rinnovo delle infrastrutture: perché in sostanza la sfida resta quella di far circolare miliardi su miliardi senza impensierire troppo chi tiene i cordoni della borsa. Trump è onesto e dice che bisogna farlo perché bisogna farlo, Biden invece tira in ballo i cieli verdi e i prati azzurri (o viceversa, ormai ci ha rincoglioniti pure a noi). Tattica, non c’è nulla di male.

Nell’ultimo “frammento”, Biden ha estratto l’asso della manica, l’argomento principe, quello che non ammette discussioni: “Se ci votate, lui se ne va”. Per chi soffre di Trump Derangement Syndrome un’offerta che non si può rifiutare: il nonno di Obama che fa sparire i mostri guardando sotto il letto. Mai sottovalutare il peso della psicologia, specialmente in un popolo ormai affetto da psicosi collettive come quello americano.

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