Il razzismo anti-italiano nella stampa europea

In queste settimane la stampa estera si è scatenata nel dipingere gli italiani come i soliti buffoni, anche se i motteggi che rimangono confinati nell’ambito della satira potrebbero pure essere tollerati (a patto che sia rispettato il principio di reciprocità): mi riferisco, per esempio, alla vignetta dell’Economist che ritrae Conte nelle vesti Arlecchino servitore di due padroni, oppure a quella della “Süddeutsche Zeitung”, decisamente meno riuscita, che trasforma Di Maio e Salvini nei dottori “Peste e Colera”. In effetti è nota la mancanza di senso d’umorismo da parte dei tedeschi (nonostante loro si credano divertentissimi): un altro esempio è la copertina dell’inserto settimanale della FAZ, che mostra un’Ape furgonata verde bianco e rossa che si lancia in un burrone, mentre il conducente fa il gesto dell’ombrello.

Al di là dello stucchevole titolo (“Mamma Mia!”) e della qualifica di Sorgenkind (“monello”), termine che è stato più volte chiesto ai tedeschi di non utilizzare verso gli altri Paesi europei, è quel gestaccio compiuto da braccia pelose che appare già un sintomo di una incipiente disumanizzazione, la stessa messa in atto, sempre “scherzosamente”, nei confronti dei greci (vedi questa vignetta del 2015 dal quotidiano olandese “de Volkskrant”).

Almeno a parole, siamo già arrivati ai limiti della soglia di sicurezza con il vergognoso editoriale di Jan Fleischhauer per lo “Spiegel” (Die Schnorrer von Rom, 24 maggio 2018; traduzione italiana), che lancia sgradevolissime accuse collettive contro gli italiani: “barboni”, “scrocconi” (Schnorrer), “violenti”, “fannulloni” ed “evasori”. La reazione delle nostre istituzioni è stata tutt’altro che immediata: in maniera quasi beffarda, il Presidente della Repubblica ha trovato occasione di protestare (nel modo più sommesso possibile) soltanto dopo esser venuto incontro ai desiderata di Berlino con l’affossamento del governo Lega-M5S (non a caso lo stesso “Spiegel”, insieme ad altre testate tedesche, ha poi celebrato la decisione di Mattarella definendola “coraggiosa e determinata”). Dopo il “via libera” dall’alto, anche l’ambasciatore italiano ha infine fatto sapere alla redazione dello storico settimanale amburghese che «la dialettica politica appartiene alla libertà di stampa e al discorso democratico. Ciò che lascia un retrogusto pessimo è il modo in cui questa critica è indirizzata ad un intero popolo».

Perlomeno una reazione a livello istituzionale, per quanto contenuta e tardiva, c’è stata: diverso il caso della stampa italiana, che al di là di una generica indignazione (talvolta ipocrita, perché sappiamo che c’è chi condivide “idealmente” i contenuti di certi articoli e vignette), non ha però ribattuto alle sparate razziste dello “Spiegel”, le quali, proprio a causa del nostro Selbsthass, potrebbero addirittura apparire credibili a una parte dell’opinione pubblica. A tal proposito, segnaliamo la lodevole eccezione dell’Agenzia Giornalistica Italia, che si è almeno presa qualche minuto per smentire punto su punto le accuse del “brillante pubblicista”: gli italiani lavorano più dei tedeschi; l’Italia è un contributore netto dell’Ue; la Germania ha un debito esterno più alto del nostro; le famiglie italiane sono meno indebitate di quelle tedesche; la nostra ricchezza totale è quasi il doppio del nostro debito pubblico.

Del resto, come dicevamo, lo squallore dei tedeschi nel campo dell’umorismo è un dato di fatto, e loro stessi in fondo ne sono consapevoli: per esempio, nel suo celebre romanzo Lui è tornato, lo scrittore Timur Vermes ritrae un Adolf Hitler redivivo che si fa grasse risate con le barzellette della “Bild”.

«Afferrai  una copia della “Bild” e cominciai a sfogliarla. Quel giornale divulgava una piacevole mistura di collera popolare e malignità. Le pagine di apertura erano dedicate alle balordaggini politiche: ne veniva fuori l’immagine di una matrona cancelliera ingenuotta ma in fondo mansueta che camminava impacciata tra un’orda di nani che cercavano di ostacolarla. Il quotidiano rivelava, inoltre, l’assurdità di ogni decisione cosiddetta “legittimata”. Quel magnifico rotocalco scandalistico, per esempio, riteneva l’idea di un’unione europea ripugnante. Ma più di ogni altra cosa ne apprezzai i metodi raffinati. Per esempio: nella colonna umoristica, tra le storielle sulle suocere e i mariti cornuti, era piazzata senza dare nell’occhio la seguente barzelletta: “Un portoghese, un greco e uno spagnolo vanno in un bordello. Chi paga? La Germania”. Era di grande effetto. Streicher ci avrebbe naturalmente aggiunto un disegno raffigurante quei tre meridionali sudati e non rasati intenti a palpeggiare con le loro luride dita una ragazzina innocente, mentre l’onesto lavoratore tedesco sgobbava – ma in fondo, in questo caso specifico, una tale vignetta sarebbe stata d’impaccio: avrebbe tolto allo scherzo la sua intelligente discrezione».

C’è da notare che la barzelletta sugli europei del Sud che vanno in un bordello è stata effettivamente pubblicata dalla “Bild” (Gehen ein Portugiese, ein Grieche und ein Spanier in den Puff. Wer zahlt? Deutschland!), il che è tutt’altro che sorprendente, ma resta comunque inquietante.

Quindi, per quanta tolleranza si possa usare nei confronti della mestizia teutonica, sarà sempre necessario mantenere l’attenzione alta nei confronti del problema e tenere sul chi vive la diplomazia, in modo da avere la possibilità di una reazione immediata, soprattutto per scongiurare la deriva stile Der ewige Jude che purtroppo contraddistingue tradizionalmente la satira tedesca.

Peraltro non è affatto detto che sia necessario sobillare chissà quale istinto sciovinistico per dar forza alle proprie rimostranze: basterà richiamarsi all’europeismo e sfruttarlo, almeno per una volta, a favore dell’Italia. Perché, al di là delle polemiche attuali, il paradosso è sempre più evidente: quale foglio europeo si permetterebbe mai di lanciare accuse collettive (per giunta utilizzando quei toni) verso un Paese africano, arabo o asiatico? Persino nei confronti della Turchia, altra bestia nera dell’aggressivo giornalismo tedesco (piuttosto indulgente nei confronti dei propri Schulden), esiste comunque l’alibi del “Sultano” a impedire la demonizzazione di un intero popolo. Non vorremo dedurre da tutto questo che in Europa l’unico razzismo consentito sia quello nei confronti degli stessi europei.

Un commento su “Il razzismo anti-italiano nella stampa europea

  1. Condivido (seppur dopo oltre un anno) del tutto e ti chiedo – partendo proprio da questa scala macro – se non risultano oggettivamente ormai stucchevoli le nostre divisioni Nord-Sud, in cui si replicano approcci affini, creando o fingendo improbabili differenze etnico-antropologiche interne.
    I cartelli anni ’60 in Svizzera – “non si affitta agli italiani” – non erano rivolti solo a campani, calabresi, siciliani e pugliesi ma ovviamente anche a veneti, piemontesi, lombardi e trentini. Insomma da queste esperienze e da quelle passate (e la prima guerra mondiale avrebbe dovuto essere un paradigma assoluto) ci sarebbe da ripensare ad un senso identitario sub-alpino-mediterraneo (v. Interlandi? eheh) ma comunque primariamente Nazionale ed Italiano.

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