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Il ruolo degli ebrei nella conquista islamica della penisola iberica

Un ebreo e un musulmano giocano a scacchi in Al-Andalus (XIII secolo)

Nel 711 il condottiero musulmano di origine berbera Tariq ibn Ziyad sbarcò sulle coste della Spagna e diede inizio all’invasione che avrebbe portato nel giro di pochi mesi alla conquista della maggior parte della Penisola e alla fine del regno visigoto. Non esistono fonti certe e dettagliate su come si svolsero gli eventi, a partire dalle date fino al numero degli uomini coinvolti nell’occupazione (da 7.000 a 12.000 unità, perlopiù soldati berberi da poco convertiti all’Islam dopo la conquista del Maghreb).

Tuttavia, esiste una certe concordanza riguardo al ruolo svolto dagli ebrei spagnoli nel favorire l’invasione musulmana. In primis tra le fonti arabe che, seppur successive alla conquista omayyade per secoli sono state considerate attendibili sotto diversi aspetti (non si capisce perché dunque dovremmo ripudiarle solo quando chiamano in causa gli ebrei).

Una delle principali tra esse è rappresentata dall’imam magrebino del XVII secolo al-Maqqari, che per esempio cita l’episodio in cui il conquistatore di Cordova, Mugit al-Rumi, “radunò tutti gli ebrei della città e li mise al governo di essa, fidandosi di loro più dei cristiani per via del rancore che provavano verso quest’ultimi“.

L’usanza di affidare agli ebrei, affiancanti da un manipolo di musulmani, il controllo delle città occupate è indicata in diversi luoghi come una norma per i conquistatori. Un’altra fonte, l’Akhbār majmū’a, “collezione di aneddoti” dell’XI secolo riporta che così fece anche il comandante Musa ibn Nusayr a Siviglia, e lo storico arabo del XII secolo Ali Ibn al-Athir sostiene che costui “portò gli ebrei a Siviglia per rimpiazzare gli abitanti che erano fuggiti”. Tariq ibn Ziyad, poi, avrebbe fatto lo stesso con Toledo.

Fino almeno al secolo scorso, per la stragrande maggioranza degli storici la liaison tra ebrei e “ismaeliti” ha rappresentato un dato di fatto corroborato da testimonianze insospettabili di “pregiudizio antisemita”. Non stupirà che anche i più importanti studiosi di origine ebraica abbiano rifiutato di metterlo in discussione: per esempio, Heinrich Graetz (1817-1891), considerato il “padrino della storiografia ebraica”, nella sua Geschichte der Juden afferma che nel 694 gli ebrei “stipularono un’alleanza con i loro fratelli più fortunati in Africa, con l’intenzione di rovesciare l’impero visigoto”.

Un altro storico ebreo, Nahum Slouschz (1872–1966) giunge addirittura ad affermare che lo stesso Tariq ibn Ziyad fosse di origine ebraica (come del resto molti berberi) e che alla fine del VI secolo gli ebrei rifugiatisi nel Maghreb per le persecuzioni cominciarono a stringere alleanze con i correligionari locali. In alcuni articoli di inizio Novecento per la rivista “Archives marocaines” Slouschz arriva a scrivere che gli ebrei in Nord Africapianificarono la conquista della Penisola direttamente con l’aiuto dei loro correligionari berberi e non dei musulmani”.

Il professore Salo Wittmayer Baron (1895–1989), considerato all’unanimità come “il più grande storico ebreo del XX secolo”, nella sua monumentale A Social and Religious History of the Jews (pubblicata negli Stati Uniti in 18 volumi dal 1952 al 1983) accettava persino la veridicità di uno dei punti più controversi di tutta la vicenda, la cosiddetta “apertura delle porte” della città di Toledo da parte degli ebrei locali agli invasori musulmani, da Baron definito un “atto di vendetta contro gli oppressori visigoti”.

Passando a storici contemporanei non ebrei, il noto orientalista spagnolo Pascual de Gayangos y Arce (1809–1897), ricordando sulla scorta del filosofo arabo Ibn Khaldun (il quale scrisse una Storia degli arabi e dei berberi, Taʼrīkh al-ʻArab wa-l-Barbar) che la maggior parte delle tribù berbere professavano la religione ebraica prima della conversione all’islam, sostiene che

«l’usanza diffusa degli invasori di affidare agli ebrei la difesa delle città e delle fortezze sottratte ai cristiani, dimostrerebbe, in assenza di qualsiasi altro fatto, che tra loro e i berberi doveva esistere da tempo un’intesa sotto gli ordini di Tariq. […] Gli ebrei della Penisola vennero ripetutamente sospettati di essere in combutta con quelli dell’Africa, e durante il regno di Egica vennero apertamente accusati di aver invitato gli arabi a conquistare la Spagna».

De Gayangos fa riferimento al XVII Concilio di Toledo del 694, nel quale il sovrano visigoto Egica affermò di aver ricevuto informazioni sul complotto organizzato dagli ebrei spagnoli con i loro correligionari “d’oltremare” (nel Maghreb) allo scopo di sovvertire il suo regno cristiano, e stabilì come misura che le proprietà degli ebrei, anche convertiti, dovessero essere devolute ai loro servitori cristiani.

Stanley G. Payne (n. 1934), autorità dell’ispanistica americana, nella sua History of Spain and Portugal (1973) sostiene la stessa tesi:

«Gli ebrei, che potevano rappresentare il 2-3% della popolazione, collaborarono attivamente con i musulmani. Gli ebrei iberici avevano raggiunto un ragguardevole benessere sotto i Visigoti ma erano soggetti a saltuarie persecuzioni. Con il dominio musulmano auspicavano maggiore libertà e sicurezza. Gli ebrei dunque aiutarono i musulmani, e un distaccamento di soldati ebrei (forse imparentati con gli ispano-ebrei esiliati nel Maghreb) aveva accompagnato gli invasori. Diverse città furono date in gestione ai capi delle comunità ebraiche locali che le governarono temporaneamente dopo la presa del potere da parte dei musulmani. Durante i tre secoli successivi l’influenza finanziaria e culturale ebraica si espanse nella Hispania meridionale e centro-meridionale. A causa della loro posizione unica, e anche per le loro competenze linguistiche, gli ebrei per generazioni fecero da tramite fra le popolazioni islamica e cristiana».

Per quanto riguarda gli storici contemporanei, è presente una tendenza a negare autorità alle fonti o a interpretarle con il senno di poi delle persecuzioni medievali (o di quelle otto-novecentesche). Si tratta di un’impostazione obiettivamente “revisionista” e piuttosto intransigente, da quel che sembra dettata più dalla preoccupazione di incastonare gli ebrei in una dimensione astorica anziché stabilire una qualche forma di verità storica condivisa.

Dunque da una parte si sminuiscono le persecuzioni dei sovrani visigoti per negare che le popolazioni ebraiche fossero desiderosi di vendetta nei confronti della maggioranza cristiana; dall’altra però si sostiene che gli ebrei fossero all’epoca così impotenti da non poter organizzare in alcun modo una rete internazionale a sostegno dei musulmani.

Dalla stessa prospettiva, si arriva a contestare la possibilità che gli ebrei spagnoli dell’epoca auspicassero il gioco islamico rispetto a quello cristiano, riducendo ogni legame tra la cosiddetta “età dell’oro dell’ebraismo spagnolo” e l’instaurazione del califfato come pura coincidenza (giungendo infine a classificare la relativa prosperità ebraica sotto gli Omayyadi come un mito). La maggiore tolleranza dei musulmani rispetto ai cristiani, non potendo essere negata, viene attribuita all’origine berbera delle forze occupanti (nel senso che i berberi, da freschi convertiti, non erano interessati al proselitismo).

La ricerca storica, specie in tempi in cui si è stabilito che certe verità storiche possano essere decise dai tribunali, non può continuamente farsi carico di questioni morali, sociali e politiche a discapito dell’obiettività.

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