Il secondo dibattito Trump-Biden che forse c’è stato forse non c’è stato

Il primo dibattito Trump-Biden: uomo contro uomo non fanno dramma, ma appena una rissa

Il secondo dibattito Trump e Biden si è svolto con i due candidati a 2000 km di distanza (uno a Miami, l’altro a Philadelphia) che rispondevano da due reti diverse (Nbc vs Abc) a domande poste da un pubblico praticamente inesistente. Infatti, a seguito del rifiuto da parte del Presidente in carica di confrontarsi da remoto con lo sfidante, la famigerata “commissione” ha optato per la formula del town hall meeting in versione minimale per le note direttive anti-Covid.

Dunque una performance ai limiti del ghezziano, nella quale tutte le scalette sono saltate e l’unico contraddittorio è stato quello proposto timidamente dai conduttori. Naturalmente per la stampa l’esito era già scontato: Biden batte Trump.  Non sono pervenuti i criteri con cui è stato stilato il verdetto, ma col Biden batte tutti e vince comunque si va sempre sul sicuro.

Prendiamo atto che i giornalisti si rifiutano nuovamente di fare il loro mestiere: per l’ennesima volta dobbiamo sorbirci il sermone del “maschio bianco di età avanzata” che si lamenta del fatto che i due candidati siano “maschi bianchi in età avanzata” (perché questo è il livello delle analisi). I contenuti passano totalmente in secondo piano, perché ormai la “politica” è una proiezione delle nostre turbe personali e l’unico parametro di scelta dipende da chi tra Biden e Trump ci ricorda meno qualcuno che ci picchiava da piccoli.

Questo approccio così superficiale e approssimativo, a meno che non sia dettato da una genuina avversione nei confronti degli Stati Uniti o da un disinteresse più generale (che potrebbe dipendere da migliaia di motivi, dalla depressione al quoziente intellettivo basso), non è affatto giustificabile: i “professionisti dell’informazione” comportandosi in tal modo stanno solo dimostrando la loro abissale incompetenza, oltre che un infantilismo disarmante nel rifiutarsi di raccontare “cose che non ci piacciono”.

Proviamo perciò a dire due parole su ciò di cui la grande stampa non vuole discutere. Partiamo da Trump: incalzato per tutto il tempo dalla conduttrice (Savannah Guthrie) ha ripetutamente declinato l’invito a fare la “pubblicità progresso” alle mascherine, nonostante sarebbe stato facile cedere sul punto (ma è solo testardaggine?), fino a quando all’ennesima richiesta ha dovuto abbozzare un Wear a mask, no problem with it!. Era solo l’inizio di una lunga serie di provocazioni: la presentatrice è passata subito all’annosa questione dei “suprematisti bianchi” (che a detta della stampa il Presidente non condannerebbe abbastanza), contro la quale Trump, invece di cospargersi il capo di cenere, ha ribattuto con i cosiddetti “antifa”. Va riconosciuto a quest’uomo di non mollare mai l’osso: persino quando la Guthrie ha estratto dal capello il famigerato QAnon, il Presidente si è rifiutato di condannare in toto la “teoria del complotto di estrema destra” non perché ci credesse, ma perché non si fidava della ricostruzione appena propinatagli dalla giornalista (“Credono che i democratici siano dei satanisti pedofili” “E che male c’è a essere contro la pedofilia?”).

La presentatrice ha colto al volo l’occasione per tirare al Presidente la frecciatina grazie alla quale ora viene pompata sui social (blastato ihihih!): “Lei è il Presidente, non uno zio pazzo che ritwitta qualsiasi cosa”, siparietto obiettivamente spassoso.

La maggior parte della discussione è stata, come prevedibile, incentrata sul covid: Trump non è caduto nel tranello di avvalorare l’immunità di gregge come strategia, anzi l’ha definita una “cura peggiore della malattia” tanto quanto il lockdown (touché). Di fronte all’accusa di aver sottovalutato la pandemia, ha avuto buon gioco nel ricordare di esserstato uno dei primi politici a chiudere le frontiere alla Cina, e poi all’Europa, incassando il plauso del super-esperto Anthony Fauci e le accuse di razzismo da parte di Joe Biden.

In tema di sanità, si è passati, come nel primo dibattito, dal covid direttamente all’Obamacare, contro il quale le critiche di Trump sono state sagacemente circostanziante: essendo l’abbattimento del costo dei farmaci ormai un suo cavallo di battaglia, non ha potuto atteggiarsi da fanatico del privato come il repubblicano medio. Per questo ha precisato di voler “riformare la riforma”, naturalmente togliendole il nome del suo predecessore, emendando gli snodi più controversi come il cosiddetto individual mandate (l’obbligo di stipulare un polizza) e mantenendo quel che c’è di buono, come il divieto alle assicurazioni di respingere clienti in base alle fatidiche “condizioni preesistenti”.

Per quanto concerne le tasse, Trump ha difeso le sue politiche fiscali dalla prospettiva della cosiddetta “rilocalizzazione” (convincere le aziende americane a ritornare in patria grazie a incentivi e tagli). Purtroppo come al solito il discorso è caduto su quanto debba lui all’erario e perché non ce lo fa sapere ecc… A metterlo ulteriormente in difficoltà sul piano personale è stata una domanda da una pro-life millennial, per giunta sua sostenitrice, che gli ha sostanzialmente chiesto se con la nuova nomina alla corte di una cattolica come Amy Coney Barrett sarà possibile rivedere la cosiddetta Roe vs. Wade, la storica sentenza che ha di fatto legalizzato l’aborto in America. Il Presidente non si è sbilanciato nemmeno di fronte all’insistenza della conduttrice: “La abolirebbe?” “Non vorrei dare l’impressione di mandare qualche segnale in un senso o nell’altro, la corte suprema deve essere indipendente”. Ne è uscito tutto sommato bene, considerando che l’establishment repubblicano lo taccia di essere un newyorchese degenerato e libertino.

A proposito di altri libertini, veniamo a Biden che, come dicevamo, ha parlato da un altro studio (intervistato da George Stephanopoulos) e, complice la pubblicità e qualche aneddoto di troppo, senza rispettare alcuna scaletta, se non solo inizialmente quando si è partiti “obbligatoriamente” dall’emergenza sanitaria. A dimostrazione che la questione è principalmente politica, il candidato democratico si è mostrato favorevole al lockdown per le attività commerciali ma al contempo ha sostenuto la necessità di tenere aperte le scuole, affermando per giunta (colpo un po’ basso) che se Trump col suo atteggiamento non avesse svalutato l’importanza delle mascherine si sarebbe potuto evitare un altro blocco. Alla domanda se come Presidente imporrebbe il vaccino obbligatorio ha glissato: sì, forse, probabilmente, a patto che gli scienziati dimostrino al 100% la sua efficacia (ma non erano in automatico l farmaci più sicuri al mondo?).

Dopo il covid, qualcosa di meno evitabile: le tasse. Biden ha stigmatizzato i tagli di Trump che a suo dire avrebbero favorito solo i più ricchi tra i ricchi, proponendo provocatoriamente di tornare “ai tempi di Bush” almeno in materia fiscale. Si è poi dimostrato tutt’altro che indifferente al tema del Made in America e della “rilocalizzazione”, ma è quando un giovane afro-americano dichiaratamente pro-Bernie gli ha chiesto corrucciato perché dovrebbe votare per lui, che al democratico si è aperto il cuore: vi riempirò di soldi, vi darò case migliori, irrobustirò la classe media nera, rifarò i quartieri a nuovo e vi offrirò più borse di studio etc. Con loro si lascia sempre andare, nonostante in quanto “Nonno onorario di Obama” non possa non cadere in piedi.

Con un tono più distaccato, dal welfare per le minoranze è passato alla violenza poliziesca: Biden ha proposto una riforma della giustizia che sostituisca al concetto di pena quello di “riabilitazione” e riporti in auge un’idea “comunitaria” dell’ordine pubblico, secondo la sua visione un po’ idilliaca e anacronistica del poliziotto di quartiere che conosce tutti i negozianti e non disdegna di farsi accompagnare da assistenti sociali e psicologi.

Al cospetto di altre questioni, Biden si è comportato più come candidato d’opposizione che come potenziale comandante-in-capo: sulla politica estera, per dire, ha sparato a zero contro l’operato di Trump (salvando solo le sue iniziative a favore di Israele, già) proponendo come alternativa l’inconsistente soft power obamiamo (“Una grande potenza non esercita il potere direttamente, ma attraverso gli esempi virtuosi”). Sul fracking ha preferito ancora glissare (resterà una spina nel fianco anche qualora venisse eletto, nonostante egli sia convinto di poter svicolare col suo Biden Plan pseudo-ecologista) per “rifarsi” col tema della diversity e della inclusività, elogiando la madre di una bambina trans di dieci anni (in realtà una psicologa militante democratica che si spacciava come “membro del pubblico”) e affermando che non c’è “alcun problema” a procedere al cambio di sesso anche in tenera età, giustificando la sua presa di posizione (talmente forte che è stata “snobbata” persino dai LGBTQ di oltreoceano, timorosi forse di danneggiarlo – certe cose si fanno senza dirle, suvvia!) raccontando di quando vide due uomini baciarsi e suo padre gli spiegò che “quello è amore” (è significativo che in Italia ne abbia parlato solo Il Primato Nazionale). Nonostante la serietà dell’argomento, per chi conosce Biden deve esser stato come minimo esilarante il suo tentativo di agganciare anche il tema della transessualità alla questione afro-americana, chiamando in causa le statistiche sugli omicidi tra le trans di colore.

Alla fine però Biden ha recuperato il suo status di Man for All Seasons promettendo di essere il Presidente di tutti (“anche di chi non mi ha votato”), concetto che in precedenza aveva espresso a un politico repubblicano della fronda anti-trumpiana (anch’egli mascherato da “pubblico”) assicurandogli che, una volta tolto Donald di mezzo, i due partiti sarebbero potuti tornare a “intendersi su molte cose”.

Al di là di trans, tasse e neri, è proprio a livello “psicologico” che Biden potrebbe ottenere un verdetto favorevole dalle urne: egli è colui che può “guarire la nazione” dalle divisioni, sedare i conflitti sociali, riportare gli Stati Uniti al ruolo di “poliziotto buono” del mondo e stipulare trattati di pace con i media e le varie agenzie internazionali. L’unica pecca è che il democratico è a tutti gli effetti un politico, per giunta “puro” (non può nemmeno vantare l’appartenenza a qualche minoranza) e di lungo corso: difficile mascherarsi da tecnico, impossibile non “sporcarsi”. Un suo eventuale trionfo lo costringerebbe a una lunga e dolorosa serie di tradimenti, a cominciare da se stesso: ma forse è un prezzo che ha già messo in conto di dover pagare.

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