Il ventennio di Putin

Vent’anni fa, il 31 dicembre 1999, un dimissionario Boris Eltsin indicava il suo primo ministro Vladimir Putin come successore.

Fu proprio alla vigilia di Capodanno che l’allora presidente russo Eltsin, nel suo consueto discorso di mezzanotte alla tv, diede l’improvviso annuncio delle proprie dimissioni, raccomandando al quasi sconosciuto Putin di “prendersi cura della Russia”.

Nel discorso di insediamento, quella stessa sera, Putin disse: “I sogni si avverano a Capodanno. Soprattutto questo Capodanno”. Il suo rating a quel punto era solo del 2%, ma superò il 50% a marzo, quando si sono svolte le elezioni presidenziali. Da allora, la sua popolarità ha continuato a crescere e nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, ha toccato livelli vertiginosi (oltre il 90%).

La Russia di oggi è irriconoscibile rispetto a quella che ha ereditato da Eltsin: senza dubbio, Putin le ha restituito una parte della forza geopolitica dell’ex Unione Sovietica. Il paese è tornato ad essere una delle maggiori potenze del Medio Oriente, dove è Mosca a “dare le carte”, e un’impresa simile potrebbe ripetersi in Africa.

Putin ha approfondito i contatti storici con la Cina, e ha fatto rivivere i legami dell’era sovietica con Cuba, Siria, Egitto, Libia e Vietnam. Ha stretto nuove amicizie con la Turchia, l’Iran e il Venezuela, e ha persino trasformato alcune antiche ostilità in promettenti amicizie, come quelle con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Corea del Sud o Singapore.

Di recente ha notato, con orgoglio, che i nemici della Russia al tempo della Guerra Fredda ora la stanno rincorrendo per recuperare il divario in termini di armi avanzate di nuova concezione. “L’Unione Sovietica era sempre costretta a inseguire”, ha detto il leader russo ai vertici militari in un incontro a Mosca. “Oggi abbiamo una situazione unica nella storia moderna: sono loro a cercare di raggiungerci”. Un fatto che non è negato da parte americana.

Putin ha mantenuto la promessa fatta agli elettori alle elezioni del 2000: rafforzare lo Stato russo e di rinnovare l’industria militare e degli armamenti. Nessuno parla più di minacce all’integrità territoriale della Russia. Le regioni remote della Russia hanno abbandonato le velleità indipendentistiche che erano emerse a fronte alla disintegrazione dello Stato centrale. C’è un ampio consenso globale e interno sul fatto che la Russia sia molto più forte oggi di quanto non fosse nel 2000.

Il Fondo Monetario Internazionale ha lodato la prudenza fiscale di Putin, notando che il suo governo presenta uno dei bilanci più sani del mondo. La Russia gode di un notevole surplus, il suo debito estero è risibile ed è arrivata a detenere una delle maggiori riserve di valuta estera e di oro. E i bastioni che Putin ha posto in essere per proteggere l’economia russa dai capricci del sistema finanziario dominato dal dollaro appaiono inespugnabili.

Ciò nonostante, Putin arriva ai suoi vent’anni di governo in un contesto di crescente insoddisfazione. Il suo rating di approvazione è sceso sotto il 70%. In parole povere, non è riuscito a mantenere la sua promessa, spesso ribadita, di realizzare una grande svolta economica per l’intera popolazione. Il reddito reale è diminuito di ben il 10% solo negli ultimi cinque anni. Secondo un recente sondaggio, più della metà dei giovani russi tra i 18 e i 24 anni vuole emigrare.

L’intenzione dichiarata da Putin nel 2000 di “raggiungere il Portogallo” è diventata una sorta di slogan: nel 2013, il reddito pro capite in Russia si è effettivamente avvicinato a quello del paese lusitano, ma da allora la crescita si è bloccata. Putin mirava a trasformare la Russia da semplice esportatore di materie prime a un paese più incentrato su prodotti e servizi ad alta tecnologia. Ma questo obiettivo è rimasto sfuggente. Ciò, a sua volta, rende l’economia russa vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi del mercato mondiale.

Il modello economico del Paese è diventato il problema principale. Il sistema di governance rigido e dall’alto verso il basso che Putin ha instaurato non è adatto a un Paese così vasto che si estende su non meno di 11 fusi orari. Esso comprime le capacità imprenditoriali, la creatività e l’innovazione, anche se le risorse umane della Russia sono davvero straordinarie. La sua industria delle armi, dove, come nell’era sovietica, sono impiegati i migliori e più brillanti, testimonia il genio latente nel popolo russo, che rimane quasi inespresso. Costrizioni e inefficienze limitano le prestazioni dell’economia costruita su un “capitalismo di Stato”.

La crescita della Russia quest’anno dovrebbe essere di poco superiore all’1% e le prospettive di espansione futura non sembrano buone. Mentre l’economia globale nel suo complesso sta crescendo a circa il 3,5%, il FMI prevede che la quota di produzione globale della Russia si dimezzerà quasi all’1,7% nel 2024 rispetto al 3% del 2013.

Il proseguimento dell’attuale percorso di stagnazione avrà conseguenze politiche. È vero, ai russi non è mai andata così bene. Nelle metropoli e nelle città di provincia, l’era di Putin ha prodotto grandi miglioramenti nei redditi, nelle abitazioni, nelle infrastrutture e nella sfera dei consumi.

La crescita del tenore di vita si è però arrestata, soprattutto a Mosca e a San Pietroburgo, dove la disuguaglianza nella ricchezza è anche la più acuta. Le due grandi metropoli hanno assistito negli ultimi anni a proteste apertamente politiche per le elezioni parlamentari del 2011, contro il tandem Putin-Medvedev per la candidatura alla presidenza nel 2012 e contro la manipolazione percepita in vista delle elezioni di Mosca nel 2019. Fortunatamente per il Cremlino, queste proteste non si sono finora coagulate in un movimento nazionale.

Tuttavia, se si confronta la Russia di oggi con il 2000, quando Putin è salito al potere, le cose sembrano andare decisamente bene. Ecco perché la maggior parte dei russi più anziani, che hanno vissuto gli anni traumatici di Eltsin dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, considerano Putin un salvatore per aver invertito il crollo e ristabilito la legge e l’ordine.

Ma se si guarda alle anemiche prospettive economiche della Russia per i prossimi 10–15 anni, non sembra che potranno essere soddisfatte le aspirazioni del paese in termini di miglioramento del tenore di vita. Mentre gli indici di gradimento di Putin rimangono alti, la popolarità del “partito al potere”, Russia Unita, è crollata e il presidente se ne è, prudentemente, distanziato.

Il dilemma dell’élite al potere sarà come perpetuare la “democrazia gestita” della Russia dopo il 2024, quando Putin avrà finito il suo mandato. Il “putinismo” esige che Putin resti al timone.

Adattamento di Gog&Magog da un intervento dell’ex ambasciatore indiano M. K. Bhadrakumar, Putin’s Russia, twenty years on (“Indian Punchline”, 1 gennaio 2020)

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