Immigrazione: linfa, lacrime, sangue e sudore

In una intervista sul tema dell’immigrazione, il parlamentare (e sociologo) piddino Luigi Manconi ha affermato che «la convivenza interetnica è necessaria, sempre faticosa, talvolta dolorosa, ma è la sola via. L’alternativa è il conflitto razziale» (Perché conviene accogliere i migranti, “Corriere”, 24 ottobre 2013). Pur rifiutando ogni “retorica della solidarietà” (sono parole sue), Manconi non si rende conto di aver adottato un punto di vista moralistico, nel suggerire come uniche soluzioni al problema lo status quo oppure la guerra tra poveri: porre il dilemma in questi termini vuol dire esercitare una sottile forma di ricatto psicologico. Tanto più se egli chiude il suo intervento con una constatazione che non lascia scampo:

«Se la disoccupazione italiana cresce più di quella straniera, è perché il nostro sistema produttivo è vecchio, inadeguato, e ha ancora bisogno di lavoratori sottopagati, poco qualificati, spesso sfruttati».

In realtà tale ammissione lascerebbe pensare a una terza opzione diversa sia dal “conflitto razziale” che dall’Accogliamoli tutti (così il titolo di un recente libro di Manconi), ovvero la possibilità di arginare i flussi migratori per consentire agli stranieri già presenti sul territorio italiano di consolidare la propria posizione sociale. Sarebbe il modo più immediato per interrompere il gioco al ribasso sui diritti. Questo incessante e dirompente spostamento di uomini serve a infondere nei lavoratori occidentali l’idea di un esercito di sottopagati reclutabile a livello internazionale.

Se la sinistra politica, fingendo di credere che tutto va bene, auspica, con quel solidarismo peloso che negli anni ruggenti avrebbe combattuto come sentimentalismo piccolo-borghese, la nascita di ghetti dorati sullo stile delle società nordeuropee o anglosassoni (senza averne né le risorse economiche né le ambizioni), la sinistra culturale è meno disposta a raccontarsi favole. Scrive, per esempio, Susan George: «Non si raggiungerà di certo il riconoscimento del diritto al lavoro e a un livello di vita decente lasciando distruggere le conquiste dei lavoratori nei Paesi più avanzati per fornire posti di lavoro agli immigrati del Sud» (Fermiamo il WTO, Feltrinelli, 2002, p. 53). Perciò anche l’impostazione “utilitarista” non convince né dal punto di vista politico né teorico: tanto varrebbe ritornare al terzomondismo romantico per dare a questa benedetta società multiculturale un fondamento meno cinico della corsa al guadagno.

Dopo vent’anni di buonismo solidarista terzomondista cattomunista, non vorrei che la vecchia ideologia si rivestisse coi panni del “cattivismo” e la necessità dell’immigrazione perpetua venisse infine proclamata in nome di crescita demografia sviluppo competizione. È insopportabile doversi sorbire ramanzine quotidiane sul fatto che gli italiani non fanno più figli e non hanno più voglia di lavorare dagli stessi ideologi che qualche decennio fa lottavano ferocemente contro l’esplosione demografica e lo “sviluppismo”, proponendo come soluzioni obbligate il controllo delle nascite e la decrescita universale.

Inoltre tutti i bei discorsi sulla necessità di “nuova linfa” da immettere nel corpo sociale italiano, o di una indispensabile «trasfusione costante di energie» (ancora Manconi), hanno un retrogusto di darwinismo sociale che li rende piuttosto indigesti anche al più accanito xenofilo. Se l’immigrazionismo diventa una fantasia su africani giovani e forti che rimpiazzano italiani vecchi e malaticci, perché la stessa utopia malata non dovrebbe valere in campo lavorativo o economico? Avanti con la delocalizzazione, le svendite e gli accorpamenti; sia abrogato qualsiasi statuto di difesa dei lavoratori; lo Stato faccia piazza pulita di tutte le protezioni sociali che «hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere» (cit.); vengano eliminate quelle norme che rappresentano una inutile barriera al commercio e alla libera circolazione dei capitali ecc… Vinca il più forte, insomma, al di là di tutte le utopie progressiste.

Sulla lunga distanza, l’effetto più sgradevole sarà la nascita di una società composta da un enorme massa di poveri che lottano per l’ultimo posto di lavoro governata da una elite che pontifica sui benefici dell’immigrazione (la Francia, in pratica). Ma prima che «la nuova linfa venga iniettata», scorreranno lacrime, sudore e sangue (sperando che la lista dei liquidi si fermi qui).

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