In America nascono i gulag del politicamente corretto

Byron de la Vandal è un controverso cantautore americano che ha (ma sarebbe meglio dire aveva) un discreto seguito nella galassia della cosiddetta alt-right. Mi sarebbe piaciuto tradurre tutto il suo repertorio (che comprende anche una cover di Blowing in the Wind) solo “per dovere di cronaca”, ma il fatto che i suoi pezzi vengano sistematicamente censurati su tutte le piattaforme possibili, unito all’isterismo violento e inquisitorio delle sinistre occidentali, mi ha fatto optare solo per la ballata post-apocalittica Nuclear Shadows on the Wall, abbastanza “neutrale” dal punto di vista politico, che ora ripropongo incorporando il post precedente (in modo da nominarlo solo una volta nel blog e mai più, per motivi che capirete immediatamente).

Ashes falling instead of snow
[Cade la cenere al posto della neve]

It’s still white where ever we go
[Ovunque andiamo è tutto un biancore]

The faded flag still hang from window, its red and white
[La bandiera sdrucita è ancora alla finestra, il suo rosso e bianco]

Each star and stripe
[ogni stella e striscia]

That’s a son they sent away to fight
[è un figlio mandato a combattere]

The silent bodies sway from trees
[Corpi silenziosi pendono dagli alberi]

Ghost and memories of those who died there
[Fantasmi e memorie di quelli che son morti laggiù]

And warning to all those who would pass by there
[E monito a coloro che passeranno di lì]

Cartridges and shells abound, littering the ground
[Cartucce e bossoli innumerevoli, coprono la terra]

whit brass filled of gold
[col loro ottone carico d’oro]

in time you’ll find you reaped all that you sow
[col tempo imparerai che si raccoglie quel che si semina]

Come on love, we don’t have long!
[Presto amore, non abbiamo molto tempo!]

Take all you can carry on, let’s go
[Prendi tutto quello che puoi, andiamo]

and leave the other buried in the snow
[e lascia quell’altro sepolto nella neve]

They astound me beneath a sky of autumn grey
[Mi sorprendono sotto un cielo grigio autunnale]

The planes that circle overhead will guide our way.
[Gli aerei che ci volano sopra la testa ci mostreranno la via]

Her hair was once gold and brown
[I suoi capelli erano una volta dorati e castani]

But now it’s white as ashes, white as snow
[Ma ora sono bianchi come la cenere, bianchi come la neve]

and your eyes sank deep into your skull
[e i tuoi occhi sono sprofondati nel cranio]

Ashes falling instead of snow
[Cade la cenere al posto della neve]

Masking all our footsteps as we go…
[Coprendo le nostre orme mentre ce ne andiamo…]

Col senno di poi, la scelta di non tradurre altro è risultata lungimirante, perché durante queste “vacanze d’inverno” (anche il Natale è diventato un simbolo del suprematismo bianco) mi sono imbattuto in questo Byron de la Vandal (il quale nel frattempo è stato doxxato, cioè “sputtanato” con nome e cognome) nientedimeno che sul New York Times: Student Targeted by ‘Troll Storm’ Hopes Settlement Will Send Message to White Supremacists (21 dicembre 2018).

Il tizio (che nella vita reale è un ventiduenne dell’Oregon, Evan James McCarty) è stato denunciato da una studentessa afroamericana per averla sottoposta a un troll storm assieme ad altri “suprematisti bianchi”. In sostanza, l’avrebbero insultata su Twitter per il colore della pelle (“Byron” avrebbe postato, tra le altre cose, delle immagini di banane).

La pena a cui è stato condannato per certi versi è sconcertante, non tanto per la “sostanza” quanto per la “forma”; ma citiamo direttamente dall’articolo:

«McCarty, studente e attore, conduceva una seconda vita online, postando messaggi e canzoni piene d’odio con lo pseudonimo “Byron De La Vandal”, un riferimento a Byron De La Beckwith, il membro del Ku Klux Klan che assassinò il leader dei diritti civili Medgar Evers. Nell’aprile scorso è stato identificato da un gruppo antifascista.
L’accusa afferma che alla signora Dumpson [la studentessa afro-americana], a causa delle sofferenze per le molestie continue, è stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico. Nonostante questo turbamento, è riuscita comunque a laurearsi alla American University e ora è iscritta alla facoltà di giurisprudenza.
Come parte del patteggiamento, McCarty ha accettato di aiutare la signora Dumpson nelle sue iniziative legali contro i due co-imputati […]. McCarty deve anche scusarsi con la signora Dumpson sia tramite comunicazione privata che pubblicamente attraverso un video, in modo che lei possa utilizzare il materiale per “la difesa dei diritti civili, la sensibilizzazione e altre attività pedagogiche”, come afferma l’accordo legale.
McCarty ha inoltre accettato di partecipare a dei corsi di formazione “anti-odio” e ad almeno un anno di psicoterapia [counseling], di seguire quattro corsi accademici riguardanti le problematiche razziali e la questione di genere, di svolgere duecento ore di lavori socialmente utili a favore della “equità razziale”.
Gli avvocati della signora Dumpson controlleranno che McCarty adempia ai suoi obblighi e in caso contrario potranno imporgli sanzioni pecuniarie».

Costui potrà pure essere il peggior criminale di tutti i tempi, d’accordo, ma la punizione “rieducativa” genera un pericoloso precedente: non solo per il rito umiliante delle pubbliche scuse che verranno utilizzate per “sensibilizzare la gioventù” (cioè per pura e semplice propaganda) e non solo perché a prendersi carico dell’adempimento dell’accordo legale non sarà un giudice ma direttamente il gruppo di avvocati della studentessa (da qui si presume che mentre l’afroamericana può disporre di qualsiasi legale finanziato da decine di associazioni che difendono i suoi diritti, lo sprovveduto studentello bianco avrà dovuto provvedere di tasca sua, ingaggiando qualche azzeccagarbugli a buon mercato).

Il problema sta a monte, nella natura ambigua e arbitraria del “reato” (stiamo davvero parlando solo di trolling su Twitter, niente telefonate anonime né tanto meno aggressioni fisiche), la quale lo rende applicabile a chiunque abbia un’idea politica “sbagliata” (la questione, lo ricordiamo per inciso, non è infatti il “razzismo” in sé, anche perché lanciare insulti contro i bianchi negli Stati Uniti ultimamente facilita le carriere giornalistiche).

Sia chiaro, per noi italiani (o anche “europei”) i reati d’opinione e i campi di rieducazione non solo nulla di nuovo, ma per la nazione del fatidico “Primo emendamento” questa è una deriva dalle conseguenze imprevedibili, in particolare proprio per le “province dell’impero” che sempre più integrano acriticamente nelle loro legislazioni tutto quel che di “buono” viene dall’America.

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