In Morte del Patriarca

Per ricordare il popolarissimo prelato ortodosso Vsjevolod Čaplin (Всеволод Чаплин) venuto a mancare tre giorni fa, pubblichiamo un’intervista a Zavtra dell’aprile 2019: In Russia, l’intera élite deve cambiare, pacificamente e in modo legale.

Una conversazione con l’arciprete (protoiero) Vsjevolod Čaplin della chiesa di Teodoro Studita a Mosca, su argomenti non banali, come i gusti musicali, i death café e il femminismo. Čaplin è certo che la Chiesa e la generazione dei post-millenial troveranno un terreno comune, ma ciò richiede seri cambiamenti, soprattutto nell’ambito della politica e della cultura.

Padre Vsjevolod, è appropriato che un rappresentante della Chiesa si impegni in politica? Lei e altre figure religiose avete preso parte a una manifestazione che ha suscitato un certo clamore. Riuscirete davvero a cambiare il potere in Russia? Come valuta l’attuale peso della Chiesa nella politica estera e interna e la volontà di aumentare la sua influenza?

I documenti della Chiesa affermano che il clero non dovrebbe partecipare alle campagne elettorali, cioè a favore o contro candidati o partiti. Ai sacerdoti, con alcune eccezioni, è vietato candidarsi per organi rappresentativi, ed è anche vietato essere membri di partiti politici senza eccezioni. Tuttavia, possono esprimere la loro opinione.
È normale che la Chiesa, anche attraverso il clero, offra una valutazione di quanto accade nella società e mantenga un dialogo sistemico con le forze politiche. Un chiaro esempio di ciò è il Consiglio Internazionale del Popolo Russo che, per inciso, ha appena guadagnato un nuovo Presidente nella persona di Konstantin Malofeev [incappato peraltro nel fantomatico Russiagate nostrano]
Le manifestazioni ovviamente sono legittime e anche necessarie: per quanto riguarda l’episodio di cui parla, da esso è scaturito un “comitato organizzatore” di cui faccio parte. Sono già state organizzate due proteste, una dedicata alle Isole Curili, l’altra alla politica socio-economica, per un nuovo corso. Il prossimo, a Dio piacendo, si terrà il 2 maggio col titolo di Remember Odessa.
In Russia, l’intera élite deve cambiare, in modo pacifico e legale. E stiamo parlando di moltissimi – di tutti coloro che hanno proprietà in Occidente, di tutti quelli che sostengono il modello occidentale di struttura politica ed economica erroneamente introdotto nel nostro Paese, di quelli che si oppongono al patriottismo russo; di quelli che sostengono la russofobia.
Il peso della Chiesa sta diminuendo piuttosto rapidamente e ciò è dimostrato, tra le altre cose, dall’influenza fortemente ridotta di Sua Santità. La tendenza è verso una diminuzione dell’attività sociale della Chiesa, riguardo a molti argomenti su cui il Patriarca, il Sinodo e persino i Consigli episcopali hanno sempre discusso. Sono convinto che però questo non durerà a lungo. La Chiesa ortodossa, in una nazione a maggioranza ortodossa, non dovrebbe soltanto partecipare alla vita sociale, ma rappresentarne il centro, determinare ciò che è giusto e sbagliato. Sono convinto questo sarà compito non solo dei sacerdoti, ma anche dei laici raccolti in associazioni.

Cinque anni fa siamo stati travolti dall’annessione della Crimea, ora l’ondata di patriottismo è già scemata e si è scoperto che durante questo periodo non è stata creata nemmeno una “base” per la nuova sensibilità. Una generazione di postmillenial è cresciuta senza che gli importasse nulla: pensa che ora questa stessa generazione possa fungere da collante per un progetto patriottico?

Il patriottismo del “dopo-crimea” si è trovato di fronte a due fattori vincolanti: il ristagno della vita pubblica unito a decisioni sbagliate in ambito socio-economico, e lo sconforto di alcuni prima dell’emergere di una potente ideologia, prima dell’azione dei nostri fratelli oltreconfine. Certe persone vivono per inerzia, sono eredi ideologici (se non “strutturali”) degli anni ’90, quando si è riuscito a introdurre in Russia strutture sociali aliene. Hanno capito che né in un referendum, né in un dibattito aperto né in una elezione diretta sarebbero in grado di vincere: il popolo li odia, perché sono incolori, lontani dalla gente comune e preferiscono le élite corruttrici occidentali, insomma se la cantano e se la suonano da soli. Sanno che se si facessero giudicare dal popolo, verrebbero spazzati via o nelle migliori delle ipotesi derisi. È questo ambiente che sta cercando di frenare lo sviluppo di una ideologia patriottica, la discussione pubblica, per escludere quasi tutti gli argomenti significativi, lasciando solo chiacchiere vuote e mettendo in cattiva luce gli intelletti più brillanti. Dobbiamo però superare questo muro e le nuove tecnologie offrono buone opportunità.
Oggi i giovani non capiscono cosa accadrebbe se venisse sollevata una vera ondata patriottica. I progetti su larga scala che possono affascinare i giovani sono tanti. Per esempio la creazione di una zona “a responsabilità russa” nei territori in cui vivono popoli russi e altri popoli le cui radici sono legate alla Russia, la restaurazione di uno spazio comune, la liberazione di Kiev, la sostituzione dell’economia del dollaro con una basata sull’oro, l’espulsione delle truppe americane dall’Europa. In definitiva l’emergere di una nuova élite con un nuovo programma economico, che tra un anno o due sostituirà la palude dominante. Per progetti del genere i giovani vanno pazzi: i postmillennial ovviamente sono un po’ mollicci, ma serve solo far capire loro che potrebbero cambiare la loro condizione nella società in poche mosse.

In Russia gli ambiti spirituale e religioso non sono solamente divisi da quello culturale, ma in costante conflitto. Ricordiamo gli “scandali” sulla restituzione dei beni ecclesiastici incamerati dallo Stato, nonché gli insulti continui ai sentimenti dei credenti. In un nuovo disegno di legge sulla cultura è presente una clausola che non estende le sanzioni alle offese ai sentimenti religiosi in produzioni teatrali, opere d’arte, film, mostre e musei. È chiaro che dal punto di vista della Chiesa questo è inaccettabile, ma si può provare a capire i rappresentanti della cultura che invocano più spazio e libertà. Come risolvere questo conflitto, che tra l’altro divide la nostra società? È necessaria la partecipazione diretta dei rappresentanti della Chiesa al dibattito sulla libertà della cultura?

Certo, è necessaria la partecipazione della Chiesa alla discussione di questo disegno di legge sulla cultura. È più che strano che istituzioni ecclesiastiche specializzate non siano state incluse nel gruppo di lavoro. Anche in base alle direttive dell’OSCE, la Russia è obbligata a invitare le comunità religiose a discutere di disegni di legge o di altre misure che incidono sui loro interessi.
Abbiamo uno spazio pubblico – sia per i credenti che per gli operatori culturali. E le regole che lo riguardano devono ugualmente soddisfare sia i credenti che i “creativi”. Sì, molte cose inadatte a una chiesa potrebbero essere appropriate a una strada o una galleria. Ci sono tuttavia simboli sacri, non solo religiosi, che sono importanti sia per i credenti che per i non credenti – per esempio, la Fiamma Eterna o altre immagini da sempre rispettate, le quali dovrebbero essere protette ovunque nello spazio pubblico. Il tentativo di isolare la cultura dallo spazio pubblico in modo che la norma sulla tutela della sensibilità dei credenti non si applichi a mostre, proiezioni di film e spettacoli è profondamente ipocrita. Tutti gli eventi pubblici sono parte integrante dello spazio comune, anche se alcune mostre o spettacoli hanno un ingresso limitato.
Alla fine, se non vogliamo che la guerra dei simboli si trasformi in caos, dobbiamo accordarci sul rispetto reciproco dei simboli, forse anche della stessa bandiera LGBT – con la ferma convinzione che icone, testi sacri, nomi di santi, ritratti di leader politici, ecc., non debbano essere soggetti a profanazioni nello spazio pubblico. Il dialogo tra tutti i partecipanti a questo spazio pubblico è fondamentale.
Dobbiamo discutere anche del ripristino della giustizia. Se parliamo della Cattedrale di Sant’Isacco o del Monastero di Spaso-Andronikov (collego deliberatamente questi due casi), la questione non è se lo Stato terrà un piede in queste istituzioni e se i monumenti saranno preservati, ma chi è davvero il proprietario. La potente lobby dei musei, che vuol fare molti più soldi degli amministratori ecclesiastici, contando sulla magnificenza di celebri capolavori architettonici non vuole chiaramente rinunciare al controllo di questi luoghi. Perciò è singolare che funzionari laici che non comprendono le peculiarità della vita religiosa dispongano di una chiesa o di un monastero. Tuttavia, non dimentichiamo che tra i servitori della Chiesa ci sono anche persone che si comportano indegnamente, ma la Chiesa è sempre in lotta contro questi atteggiamenti.
Nel monastero della Trinità di San Sergio o alle Isole Soloveckie, dove i superiori religiosi sono diventati direttori di musei, il dilemma “chiesa-cultura” è stato risolto. Il problema sarà sempre risolvibile se persone che non hanno nulla a che fare con la religione non si impossessano di un edificio costruito a scopi religiosi.

Ascolta musica moderna russa? Non intendo pop, è chiaro. Si parla molto dell’ascesa della scena indipendente, che però non riesce a comunicare con altri mondi, anche se si è passati -con qualche goffo “ordine dall’alto”- dal proibire i concerti a invitare i rapper alla Duma. La musica, la Chiesa e la politica possono trovare un linguaggio comune a beneficio della società?

Ascoltavo musica di ogni genere da ragazzo, la cercavo da me per quanto fosse possibile negli anni ’70. Dall’età di 13 anni ho iniziato a frequentare il conservatorio. Spesso con gli amici mi trasformo in un jukebox vivente, su YouTube trovo cose interessanti. È vero, alcune persone ci restano male se, per esempio, metto Šostakóvič al posto dei Neuromonakh Feofan [gruppo turbofolk]. Però non faccio toccare a nessuno il mio computer. Ci sono tante cose degne di nota, anche se c’è poco genio nella musica russa contemporanea. L’ultimo genio rimane appunto Šostakóvič, poi ci sono alcune intuizioni di Sviridov e pochi altri. Ma se oggi ci viene offerto Kirill Rikhter (compositore minimalista trentenne) come qualcosa di “intelligente”, allora siamo messi male. Sebbene esistano ancora artisti brillanti, infatti parlo regolarmente sulla mia pagina Facebook dei vari concerti a cui assistito.
Conosco qualche rapper: ce ne sono alcuni ortodossi con testi notevoli, per esempio, i Komba BAKH da Kostroma. Mentre tra le figure della musica contemporanea, sia intellettuale che sperimentale e popolare, praticamente non ho incontrato nessuno contrario a cercare un dialogo con la Chiesa né qualcuno che si permettesse di rivolgersi a un prete come fanno questi vecchi liberal per i quali ormai le parole non bastano più, dal momento che i demoni si sono completamente impossessati delle loro anime. Con le nuove generazioni invece il dialogo è possibile e avrà sicuramente successo.

Forse siamo ancora troppo ancorati alla cultura russa dei decenni passati: il leader dei Kino Viktor Tsoi o il regista Sergej Bodrov sono ancora gli idoli della gioventù. Ai giorni nostri però non ci sono più questi eroi generazionali, per alcuni c’è il regista Kirill Serebrennikov, per altri il comandante Motorola. Vede qualche idolo generazionale per il grande pubblico?

Ritengo che la cultura degli anni ’90 sia stata futile ed estemporanea, una cosa sorta sulla scia dei cambiamenti politici in modo indiscriminato. Non c’era praticamente nulla di geniale in essa. Con tutto rispetto, si provi a confrontare Tsoi col chitarrista sovietico Vladimir Vysockij… La cultura, così come la Chiesa, beneficia di certi “vincoli”: senza sofferenza, la creatività, come la politica, è unta di grasso, coperta di muffa e quindi della stessa consistenza della polvere – senza sangue, senza azione. Potrebbe esserci un risveglio solo sulla base di “eroi” nel vero senso del termine, come Evgenij Rodionov (soldato decapitato dai separatisti ceceni per non aver rinnegato la fede), Roman Filipov (pilota sacrificatosi in Siria per non essere catturato dall’Isis), Magomed Nurbagandov (ufficiale di polizia ucciso dai terroristi islamici). Bisogna capire le motivazioni di queste persone e tradurle in film e canzoni. Ci sono altri eroi: visibili e non visibili, conosciuti e sconosciuti. Nonostante tutto il piagnisteo liberal che si solleva immediatamente, specialmente dalle giovani donne pacifiste, tali immagini possono seriamente rompere il muro della stagnazione culturale e aprire a nuovi sprazzi di genio.

Secondo lei la Chiesa sta riacquistando popolarità?

[…] Dalla mia esperienza sia nella chiesa che nella vita di tutti i giorni, osservo che quasi un terzo della popolazione è praticante, tiene icone in casa, riceve la comunione, anche saltuariamente, e sa cos’è la confessione. Vanno in chiesa, forse non tutte le domeniche, ma diverse volte all’anno.
La chiesa non dovrebbe trasformarsi in un partito politico che convoca gli elettori o in un’agenzia pubblicitaria che attiri clienti. La Chiesa può parlare la lingua del rap o dei blog alla moda così come la lingua di una noiosa lezione accademica. La cosa più importante è dire la verità sia alle autorità che alle persone. Queste poi possono perseguitarci, imprigionarci e ucciderci, ma alla fine la gente sentirà la verità e capirà che questo era esattamente ciò che la Chiesa aveva da dire. Nella storia, molte volte, quando la Chiesa andava contro le autorità e la massa, era in grado di cambiare la società. Quindi è necessario lottare e non crearsi un’immagine alla moda, divertente o di successo. E pensare che i giovani in chiesa non sono pochi, direi anzi che sono aumentati negli ultimi due o tre anni, mentre alcuni su Internet, parlando a nome dell’intera società, vogliono convincerci che soltanto le nonne vanno in chiesa e che appena l’1% della popolazione è realmente ortodossa. Coloro che approvano tali cose vogliono invece che il cristianesimo imponga una religione consumistica e permissiva, per sostituire Cristo con Topolino, come nella foto di un artista contemporaneo. Quindi, dobbiamo ascoltare attentamente queste persone – e fare esattamente il contrario di quel che dicono, mai adattarci ai loro gusti.

La Chiesa da una parte condanna i blog e dall’altro perde il treno dei nuovi media, è incapace di promuovere le idee religiose sui social network. Praticamente non esistono media ortodossi moderni e accattivanti, e coloro che sono interessati a crearli hanno a disposizione tecniche e risorse a livello anni ’00. La Chiesa avrebbe bisogno di piattaforme mediatiche con un gran numero di abbonati, e per questo ci sono i mezzi, qual è il problema allora?

Il nostro livello mediatico non è peggiore di quello del vaticano o i protestanti occidentali. Non prendo in considerazione gli evangelici – questo è un ambiente completamente separato, lì funzionano altri “schemi”: le cosiddette “guarigioni dal vivo” possono richiamare un gran numero di persone, ma questo pubblico va e viene. Abbiamo riviste patinate e canali televisivi come Spas, all’apparenza piuttosto popolare. Ma ancora una volta, tutto dipende dalla volontà di essere il vero centro della vita di una nazione, di voler sollevare argomenti difficili, dal divorzio di Putin all’abbigliamento delle nostre donne, e di non aver paura di andare contro il governo e la massa. Se parliamo di tali argomenti, anche quelli più noiosi, le persone ascolteranno. Conosco i giovani che ascoltano video lunghissimi su YouTube solo per puro interesse. Ciò che è necessario è la verità, la capacità di parlare, senza timore delle logiche di potere o dei latrati internettiani. Sì, abbiamo bisogno di piattaforme moderne e brillanti, ma la cosa più importante è ciò che diciamo, non come. E dobbiamo tenere presente che la parola su Cristo sarà odiata, proprio come la parola di Cristo era odiata: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi” (Giovanni 15:18).

La caduta dell’umanità è stata causata dalla debolezza di Eva: in generale, la storia universale è accompagnata dall’eterno motivo delle donne come fonte di tutti i problemi, che si tratti del vaso di Pandora o della Guerra di Troia. Oggi, al contrario il sistema neoliberista ginecocentrico (sic) implica la “colpevolezza” dell’uomo e vuole imporla attraverso i media e i cinema, distruggendo la sapienza tradizionale di cui sopra. Pensa che il diavolo spesso preferisca davvero agire attraverso la donna?

Sì, abbiamo una politica per donne, una informazione per donne, una cultura per donne, una chiesa per donne. Qualsiasi immagine di valore guerriero, l’idea di sacrificio o qualsiasi accenno al conflitto vengono immediatamente travolti da strilli muliebri: “Via tutto questo, è pericoloso, non vogliamo la guerra!”. La donna è il “vaso più debole” secondo le Sacre Scritture (1 Pt. 3-7). La sfera emotiva è molto più spesso sottoposta alle forze del male rispetto a quella razionale. In effetti, il diavolo agisce spesso attraverso i nostri sensi. Tuttavia, la nostra razionalità è anche limitata dall’esistenza corporea, pertanto a volte è difficile comprendere con la logica quelle realtà che non sono vincolate dalla materia, comprese caratteristiche come il tempo. Una donna non è, ovviamente, la fonte di tutti i problemi, ma è, sì, un anello debole, quindi ha bisogno di ascoltare di più un uomo e non lanciare scarpe col tacco ogni volta che un uomo appare nella politica o nella cultura.

I temi della religione e della morte sono strettamente correlati. Nella nostra società la morte è principalmente fisiologica e burocratica, qualche volta spirituale (col beneficio del dubbio). Prima della rivoluzione, la morte era solenne, tutto veniva fatto in modo che la persona morente le andasse incontro accompagnata da un sacerdote e riuscisse a confessarsi e prendere il sacramento. Ora iniziano a comparire i death café, dove le persone possono parlare tra di loro dell’argomento e questo sembra essere una cosa deliziosa, ma non è un surrogato? Lei come parli della morte coi suoi parrocchiani?

Il problema della morte è il problema principale della vita. Un uomo non può vivere senza pensarci: o si illude con tutti i discorsi sul “continuare a vivere nei propri figli”, sogna un qualche feticcio messo sulla sua tomba, oppure può dire che non gli importa, che la morte non esiste o che lui ha il coraggio di affrontarla, ma è impossibile affrontarla se non da un’ottica religiosa. Tutti quelli che negli anni ’70 e ’80 si misero alla ricerca di Dio nonostante provenissero da famiglie atee, erano stati sollecitati dalla questione della morte. Io stesso non faccio eccezione a questo. Non importa che la morte si trasformo in merce, in un elemento della vita di tutti i giorni o in una sorta di realtà nascosta: chi conserva un po’ di cervello e un po’ d’anima non può eludere la domanda.
Il death café mi suona bene, ma temo che, anche in questa “cornice” non si possa evitare la domanda: esiste l’eternità, esiste Dio? Credo che un sacerdote debba recarsi in questi luoghi, soprattutto perché non sarebbe la solita osteria peccaminosa. I parrocchiani e i cristiani generalmente conoscono la risposta alla domanda sulla morte. Ma se uno di loro sente che la morte si sta avvicinando o che una persona cara sta morendo, ovviamente inizia a provare paura, e questo richiede una preghiera speciale, spesso si deve parlare con queste persone. Tuttavia è più probabile che la questione della morte sia discussa con i non credenti, se non al bar, in occasione di vari eventi sociali o semplicemente durante uno scambio di opinioni. E questo indica ancora una volta che non si può fare a meno di discutere del problema principale della vita.

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