Kanye West: l’antisemitismo come non si era mai visto

“Kanye West ha postato contenuti ritenuti anti-semiti costringendo Twitter a intervenire”, scrive laconicamente l’Ansa. Io non sono un giornalista, e sono fiero di non esserlo, ma bisognerebbe fornire un minimo di contesto ai lettori (soprattutto se si è l’Ansa). Come al solito lo devono fare i blogger demonetizzati: è successo che Kanye West, il rapper afroamericano entrato nel mirino dei media da tempo (in particolare dopo il suo sfacciato sostegno a Donald Trump), si è fatto intervistare per un’ora da Tucker Carlson, personalità televisiva americana di orientamento conservatore, con l’aggancio di voler discutere della scelta di indossare una maglietta con su scritto “White Lives Matter” durante la settimana della moda di Parigi. In quel contesto ha attaccato il genero di Donald, Jared Kushner, accusandolo di aver “manipolato” l’allora Presidente e di aver fatto saltare diversi suoi piani (come i famigerati “Accordi di Abramo”) sia per avidità che per avvantaggiare Israele. Inoltre ha espresso opinioni controverse sull’aborto, il politicamente corretto, la body positivity (=esaltazione dell’obesità nelle donne) e la cosiddetta cancel culture (la cui creazione ha poi indirettamente collegato sempre agli ebrei).

Dopodiché, galvanizzato dalla lapidazione mediatica, Kanye (che da qualche anno si fa chiamare solo Ye) si è scontrato in privato con un altro rapper (Puff Daddy/Diddy), accusandolo di esser stato mandato dagli ebrei per manipolarlo. Infine West ha minacciato apertamente di voler “far fuori” gli ebrei usando un’espressione del gergo militare (“I’m going death con 3 On JEWISH PEOPLE”, dove death con 3 sarebbe la storpiatura -involontaria, perché comunque è un ne*ro ignorante-, di defcon3, cioè il terzo livello di DEFense readiness CONdition, “condizione di prontezza difensiva”, raggiunto durante la crisi russo-ucraina e, curiosamente, anche durante la Guerra dello Yom Kippur).

Attualmente i numerosi sponsor si sono dissociati dalla figura di Kanye, nonché la nota JP Morgan ha chiuso i conti bancari del suddetto senza addurre motivazioni plausibili. Questo non ha fatto che alimentare il pregiudizio nei confronti del potere ebraico tra gli americani, e in particolare gli afro-americani (che hanno rotto “l’alleanza tra minoranze” da decenni), producendo anche qualche apprezzabile meme.

Bisogna tuttavia chiarire un equivoco di fondo: la pubblica opinione italiana ed europea è convinta che negli Stati Uniti l’antisemitismo sia un tabù come nella maggior parte del mondo occidentale. In realtà, è un dato di fatto che i pregiudizi contro gli ebrei non siano poi così inusuali nell’americano medio come in quello mainstream. Gli esempi nel mondo del rap, per restare in argomento, sono innumerevoli: questi sedicenti artisti si vantano di avere i migliori avvocati e produttori ebrei, descrivendoli cinicamente come gente che ci sa fare con gli affari e con le leggi. Un altro caso “controverso” esemplare è rappresentato da Ice Cube, rapper ormai ultracinquantenne, devoto della Nation of Islam (separatisti neri) e divulgatore stabile di meme antisemiti, accusato qualche anno fa di aver fatto picchiare un rabbino dai suoi gorilla (absit iniura verbis) per essergli venuto addosso mentre usciva da un’ascensore di un hotel di lusso.

Anche a livello politico i repubblicani giocano talvolta la carta dell’antisemitismo (s’intende all’interno dei confini, perché Israele non si tocca): ricordo che nelle elezioni d midterm del 2018 un candidato di destra di non so quale stato ingaggiò un attore per spacciarsi per un ricco avvocato ebreo newyorchese che sosteneva il candidato di parte avversa (purtroppo non sono riuscito a ritrovare uno straccio di link sull’argomento, nonostante all’epoca se ne parlò diffusamente – dopo Trump, il covid e la guerra è diventato impossibile fare delle ricerche serie su Google).

Il problema è che in generale i repubblicani campano dei finanziamenti di tutte quelle “fondazioni” gestite da ebrei filoisraeliani i quali obiettivamente sostengono per la loro “casa” soluzioni politiche che mai proporrebbero agli americani (dal controllo dell’immigrazione all’etnocentrismo). Ecco perché l’establishment destrorso, dopo aver esultato per la maglietta White Live Matters, adesso è tutto preso a chiede la cancellazione del “suprematista bianco” Kanye West.

Per far capire di quel che sto parlando senza dilungarmi troppo, posso portare ad esempio una prima pagina del 2014 “New York Post” (quotidiano conservatore), in cui si descriveva un immobiliarista ebreo ortodosso (definito slumlord, “signore dei bassifondi”), con tanto di copricapo (shtreimel), il cui corpo venne ritrovato bruciato in un cassonetto, come “odiato da tutti” per la sua cupidigia (in seguito si scoprirà che ad ucciderlo erano stati degli afroamericani).

Tutto ciò per dire che le dichiarazioni di Kayne West non sono un fulmine a ciel sereno, ma si inseriscono in un contesto nel quale l’antisemitismo fa in qualche modo parte della cultura popolare. Ciò non toglie che la carriera dell’artista sia praticamente finita, perché fa anche parte della cultura americana cancellare per sempre chiunque esprima qualche opinione controversa nei confronti degli ebrei. Insomma, è il cane che si morde la coda.

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