La battaglia per la figa come “escalation positiva”

L’altro giorno la “corona” del miglior commento l’ha vinta Stefano (nomen omen), un amico che peraltro mi segue ormai da dieci anni nelle mie diverse incarnazioni e che già un mese fa mi aveva lanciato un oracolo: “Da qui a 5 anni – diciamo fine 2025 – sarai sposato (o convivente) con figli. Mi raccomando però, sii onesto, tienici aggiornati!”. Ok.

Adesso invece scrive:

«Perdonami Roberto, a me pare che qui sia sfuggito il punto fondamentale: “Io (classe 1985) nella mia vita ha scopato cinque volte in tutto”. Puoi chiaramente rispondere che non sono affari miei, ma è successo qualcos’altro negli ultimi tempi oltre a ciò che ci raccontasti qualche tempo fa? Chiedo, perché se così fosse mi sembra chiaro che per te sia iniziata un’escalation positiva, per così dire. Per quel poco che vale io ne sarei contento.
A parte ciò devo dirti che non condivido il punto di vista di alcuni tuoi lettori, che vedono una spaccatura tra i tuoi post “d’intelletto” e quelli di carattere personale. È chiaro che una persona può avere e presentarsi in diverse sfaccettature. Ma soprattutto non sopporto come molti sottovalutino il problema del sesso, o, per meglio dire, della figa. È un aspetto fondamentale della nostra vita mortale, credo saremo d’accordo tutti su ciò, no? Perché negare anche solo l’idea che nell’attuale società l’impossibilità di soddisfare questo bisogno – in maniera psicofisicamente accettabile ed efficace – per una sempre più larga parte di popolazione possa essere un problema serio e, alla lunga, assumere anche rilevanza sociale e politica?
Come, mi pare, stai cercando di far capire anche tu ultimamente, v’è un grosso tabù in questo, da distruggere.
Io onestamente non credo che l’atteggiamento incel sia una risposta totalmente corretta a ciò… ma certo, il problema esiste ed esso, quanto meno, tenta di darla, una risposta. Per cui voglio dirti che io *sento* il problema e perciò ti/vi/ci capisco e in più ti incito a continuare questa tua buona battaglia».

Alla fine se non ho raccontato nulla delle mie esperienze è perché poi tutti mi dicono che braggo, cioè che faccio il buffone. Ad ogni modo se fosse accaduto qualcosa in grado di cambiare la mia vita, nonché il mio approccio alla questione, lo avrei sicuramente detto. Per il resto il sesso è fantastico ma l’argomento è imbarazzante, di che diavolo dovrei parlare? Del modo misterioso e imprevedibile in cui le donne vengono, o come le loro tette cambino forma in maniera strabiliante durante l’ovulazione?

Nessun uomo (a meno che non sia un malato mentale) vede la vagina come un “pezzo di pelle, peli e carne”, ma come la Cosa in sé: “La vagina dell’amata è, in tutta la sua materialità corporale, la cosa in se stessa […]; ciò che la rende un oggetto infinitamente desiderabile, il cui mistero non può essere mai completamente penetrato, è la sua non-identità con se stessa, cioè il modo in cui non è mai direttamente se stessa“. Non costringetemi a citare Žižek (che è come la figa, cioè das Ding an sich), sennò divento volgare.

Per ora mi godo il momento, o per meglio dire i momenti. Della dimensione politica dell’inceldom, come evocato dall’augusto chiosatore, si è discusso abbastanza: è la questione maschile come realtà di fatto. Più difficile invece approcciarsi al tema da altri presupposti: se il lato personale/autobiografico è stato anch’esso fin troppo sviscerato (in tutti i sensi), è mancato forse finora da parte mia un momento di verità dal punto di vista teorico.

Dico teorico per non dire “morale” o “religioso” perché in tal caso non ci sarebbe nulla da dire (per i peccati basta confessarsi -ci torneremo- e comunque la situazione oggi è così tanto poco apocalittica, semmai ipocalittica o ipercalittica, che nessun cattolico avrebbe avuto nulla da ribattere se fossi stato ghei). La teoria è più importante, è il sottofondo osceno di ogni ideologia (ma l’inceldom non è un’ideologia, e se lo fosse sarebbe la prima ideologia nella storia a rispettare il principio di falsificabilità, dunque a essere realmente “scientifica”).

Partiamo dunque dalla “teoria”, cioè da alcuni rilievi tratti dal commento di un troll in pseudo-romanesco che ho tradotto in italiano:

“Roberto, ti sei giocato da solo il regno dei cieli, e non dire che non lo sapevi: il Signore ti ha fatto brutto per facilitarti il compito, ti ha fatto intelligente più degli altri per farti capire bene la tua situazione e tu l’hai capita. fino a trentaquattro anni. Dio non ti poteva fare pure impotente perché così era troppo facile, ti ha dato la potenza virile come un uomo per farti sentire il profumo del peccato e tu dovevi resistere per qualche annetto ancora, giusto il tempo che l’ormone si calmasse. E invece come un Sant’Antonio fallito ti sei fatto tentare e hai ceduto. Eppure prima di trovare la diavola che ti ha dato la fregna, tante altre ti hanno bidonato, e queste erano gli angeli di Cristo, che ti hanno deluso apposta per farti passare la voglia. […]”.

Tralascio le considerazioni “apocalittiche” perché da esse potrebbero derivare conclusioni eretiche se non gnostiche (“Sono i tempi ultimi, dunque riprodursi è peccato”), per concentrarmi solo su questo passaggio. Due punti essenziali: in primis, l’ormone non si calma mai, altrimenti Cesare Pavese (per dirne uno a caso) non si sarebbe suicidato. L’ormone non è l’ormone, è sempre Das Ding: “La lujuria no es un instinto, sino una creación específicamente humana – como la literatura” (Ortega y Gasset). Ricordo una “lettera al direttore” (di quelle pubblicate da Romano Battaglia) nel quale un poveraccio che aveva subito l’amputazione del pene in seguito a un incidente raccontava di come si fosse costruito un fallo posticcio con una pompetta per andare a prostitute, rammaricandosi di quando una di queste glielo aveva “staccato” per sbaglio ed era corsa via urlando terrorizzata.

Ora, vanno bene le critiche e i consigli su come salvarmi l’anima, ma mai accetterò  che tutte le stronze che per trenta e passa anni mi hanno rifiutato un bacio, una carezza, un abbraccio (altro che la fregna, li mortacci vostra) vengano definite “angeli”. Non angelichiamo le brave cristiane anti-darwiniste che poi cercano un marito in base a criteri darwiniani; non angelichiamo (per allargare il discorso) le meravigliose italiane “non lobotomizzate” così orgogliosamente sovraniste da aver affossato il tasso di natalità della nazione e contributo all’estinzione dei loro compatrioti (che a parole dicono tanto di amare); non angelichiamo, infine, le “ragazze normali”, pozze di ipergamia e amoralismo, vestali della ferinità e degli istinti più animaleschi (repetita iuvant).

E mettemoce pure er carico da undici: in che modo l’auto-castrazione sarebbe un atteggiamento “cristiano”, o addirittura “cattolico”? “Meglio sposarsi che ardere”, scrive l’Apostolo. La Chiesa tollera (se non incoraggia) qualsiasi atto preparatorio alla copula (sempre in ottica riproduttiva): peccato che a parlarne sia rimasto solo Foucault. Ci fosse un prete che ricordi alle donne cattoliche che o si fanno suore o si sposano e si fanno incintare. Tertium non datur.

Non è però solo una questione di “sermoni”. Piuttosto che fabbricarci dogmetti in solitaria, credo sia più costruttivo meditare sulla congiuntura attuale: di fronte a un contesto nel quale la Legge si pone falsamente al servizio del desiderio, per esempio favorendo la “sessualità libera” come simulacro di un libertinismo di massa che non può esistere (se non come culto orgiastico, tutt’altro che “rivoluzionario”), come dovrebbe comportarsi un cattolico? Imporsi da sé la Legge come intrinseco ostacolo al desiderio, di modo che la rinuncia sarebbe parte del principio del piacere e conferirebbe soddisfazione di per se stessa?

Come ho cercato tante volte di spiegare (generando sempre solo fraintendimenti), chiunque si opponga alla rivoluzione dei costumi, al pansessualismo e al libertinismo di massa dando per scontato il loro trionfo, implicitamente attesta anche la loro verità. Al contrario, ponendo il “problema della figa”, come lo definisce brillantemente il chiosatore, si mette a nudo (senza offesa) la falsità della dialettica Legge/Piacere inscenata dall’attuale sistema.

Infine un altro problema è che a uno come me (vuoi per indole vuoi per brutte esperienze) non passerà mai “a voja”, dunque piuttosto che ardere preferisco “sposarmi” (sì, tra virgolette) nelle modalità che l’epoca consente. Di certo non posso pascermi dell’idea che una castità disonorevole possa risultare gradita a qualche divinità. Ma non raccontiamoci che il mondo là fuori era pieno di tentazioni ed era così facile “cascarci come stronzi”: per i maschi odierni c’è soltanto la carestia sessuale, la segregazione erotica, l’apartheid estetico eccetera.

Probabilmente c’è stata un’epoca in cui Satana offriva piaceri intensi, non lo nego: ora però vuole l’anima in cambio di nulla. Castità per castità, atteggiarmi a santo sarebbe stato solo un modo per far buon viso a cattivo gioco. È questa la vera fede di cui parlate? Potrebbe avere un senso solo nella misura in cui il cristianesimo non si fosse ridotto a sottocultura, a pendant morigerato e parco della Kultur che ha trionfato. Ma che me ne faccio di questa roba? Allora meglio la Sharia (intensa naturalmente come forma e non per i suoi contenuti, che invece possono essere tratti da qualsiasi tradizione degna di tal nome).

2 commenti su “La battaglia per la figa come “escalation positiva”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.