La bussola politica di Karl Marx: un filosofo per tutti e per nessuno

In Italia non esiste una grande tradizione (almeno non a livello accademico) di studi sul Karl Marx “alternativo”, quello che a seconda delle sforbiciate viene adattato al terzomondismo, all’ecologismo, all’amore libero o a qualsivoglia astruseria contemporanea. Bisogna perciò dar atto a Marcello Musto del tentativo di portare anche dalle nostri parti un’interpretazione diversa (ma non perversa) del filosofo di Treviri. La sua ultima fatica, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883), edita da Einaudi alla fine del 2018 in concomitanza col bicentenario della nascita del pensatore, è una riscoperta dei “luoghi poco comuni” della mastodontica bibliografia marxiana, che approfondisce tematiche passate in secondo piano (sfatando anche qualche mito).

In primis c’è il Marx “lincolniano”, fermamente schierato nella guerra di secessione americana con gli Stati dell’Unione, convinto senza dubbio alcuno che la questione riguardi esclusivamente lo schiavismo. Una posizione che lo porta (ingenuamente?) a esaltare Lincoln e a tacciare Garibaldi di “asineria” per aver creduto che il conflitto rappresentasse solo una questione di potere. Questa prima incursione a favore di un Marx “amico dei negri” consente già di presentarlo sotto una luce diversa, e a preparare il terreno per una revisione dell’immagine del Marx “filocolonialista ed esaltatore della borghesia” che si è cementificata, specialmente nella polemistica conservatrice, negli ultimi anni.

In tema di “negri”, infatti, seppure il filosofo abbia lasciato qualche pagina di troppo sul ruolo “civilizzatore” degli inglesi in India (e in Cina), è anche vero che egli si credette già con la rivolta dei Sepoy del 1857, quando stava maturando la convinzione che la rivoluzione socialista non dovesse necessariamente passare per la distruzione di ogni ordine esistente (anche il più “medievale” e “feudale” possibile). Su tale prospettiva Musto innesta analisi inedite sulla possibilità della integrazione dell’Obščina (la fatidica “comunità rurale” russa) in una società socialista, smentendo dunque un certo “fatalismo nichilistico” che sembra appunto imporre nella lettura di Marx la disgregazione necessaria di qualsiasi consorzio umano in nome del capitalismo (così che esso poi ponga le condizioni di possibilità del comunismo eccetera eccetera).

Il lavorio teorico dell’Autore è intervallato da interessanti (e talvolta angoscianti) siparietti sulla vita personale del filosofo, angustiato da coliche epatiche, carbonchio e bronchite, sempre in bolletta (finanziato ovviamente da Engels ma persino dal ricco zio Lion Philips, proprio quello della “Philips”) e in costante dissidio con tutti i rivoluzionari a lui contemporanei (da Mazzini “accanito nemico del socialismo” a Blanqui “meno pericoloso del vapore, dell’elettricità e della filatrice automatica”, per non dire della faida con Bakunin che lo portò a sfasciare la Prima Internazionale trasferendola a New York).

La parte finale del volume si concentra sull’idea di società comunista delineata negli scritti di Marx, anch’essa martoriata da simpatizzanti e nemici in base alla ridicola citazione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 («La mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia»), che a quanto pare voleva essere solo una parodia di Fourier e del “socialismo utopico” rabberciata poi dal solito Engels (anche se in tale passaggio Musto non riesce a chiarire del tutto la questione). Tuttavia una risposta definitiva sul quale dovrebbe essere la “società cooperativa” (la genossenschaftliche Gesellschaft, tradotta da Togliatti con “società collettivistica”) in realtà non esiste, sia perché Marx non prescriveva “ricette per l’osteria dell’avvenire”, sia perché non è mai stato davvero chiaro, tanto che Musto ha buon gioco nel chiudere con l’immagine di un paradiso comunista “per il pieno e libero sviluppo di ogni individuo”, che garantisca ai lavoratori “tempo per il godimento e l’ozio” e che in più contempli iniziative ecologiche e femministe (vi risparmio le citazioni ad hoc, anche perché sono piuttosto scarne).

Insomma, la conclusione è sempre la stessa: ognuno si faccia il Marx suo. A venirci in soccorso oggi c’è anche la memetica, che ci offre il Political Compass come catalogazione metapolitica di tutto l’universo (qui e qui alcune raccolte). Ci permettiamo di proporne uno dedicato al filosofo, sperando che metta d’accordo tutti:

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