La cattiva letteratura come redenzione

La cattiva letteratura non redime: negli ultimi anni mi è tornato spesso alla mente questo giudizio perentorio, letto chissà dove e scritto da chissà chi (in fondo talmente banale che avrebbe potuto formularlo chiunque). È in effetti un’osservazione troppo scontata per esser presa sul serio: come confutazione basterebbe del resto citare lo splendido Il signore della svastica di Norman Spinrad, romanzo nel quale Hitler emigra negli Stati Uniti dopo la Grande Guerra e diventa un fortunato scrittore di fantascienza (Massimo Mongai ha provato a farne una versione con Mussolini come protagonista, Il Fascio sulle Stelle, ma il tentativo non ha suscitato altrettanto entusiasmo).

L’affermazione peraltro non convincerebbe neppure uno come Hegel, in virtù di quel noto passaggio (“noto” nel senso che è uno dei pochi che abbiamo compreso) nel quale sostiene che «il bello e l’arte […] laddove non possono portare niente di buono, almeno occupano il posto del male sempre meglio di esso». Talmente chiaro che non c’è bisogno di aggiungere nulla; semmai potremmo “problematizzarlo” ponendo la questione nei termini suggeriti da Yukio Mishima, cioè del nazismo come “trasformazione politica dell’arte” e “metamorfosi artistica della politica” («Esiste la tendenza a proiettare nel mondo dell’azione concreta aspirazioni che andrebbero rivolte all’arte»), un’idea che da una parte conferma quanto stiamo dicendo, ma dall’altra porterebbe a ridurre anche il nazismo stesso a “cattiva letteratura”.

Rimaniamo però al significato corrente delle parole (se esse ne hanno ancora uno), senza impantanarci nell’arte è ciò che gli uomini chiamano arte: “letteratura” è quella cosa che uno la scrive e poi uno la legge (impeccabile, no?). Quel che vogliamo semplicemente dire, per parafrasare un’annotazione di Robert Walser (“Chi legge, nel momento in cui legge, non fa danno”) è che Chi scrive, nel momento in cui scrive, non fa danno.

Abbiamo già discusso, seppur estemporaneamente, degli intrecci tra letteratura e questione maschile, evitando la perenne tentazione di citare Michel Houellebecq: eppure è un dato di fatto che le decine, se non centinaia, di articoli che recentemente ho dedicato all’inceldom non aggiungono in realtà nulla (al pari dei forum e dei meme) a quanto egli aveva già affermato nel suo romanzo di esordio, Estensione del dominio della lotta. Forse non varrebbe nemmeno la pena di citarlo, se non in versione cinematografica, così come in effetti è giunto ai barbari americani (anche per questo propongo lo spezzone sottotitolato in inglese, e non solo perché oggi il francese non se lo caga più nessuno).

« C’est foutu depuis longtemps, depuis l’origine. Tu ne représenteras jamais, Raphaël, un rêve érotique de jeune fille. Il faut en prendre ton parti ; de telles choses ne sont pas pour toi. De toute façon, il est déjà trop tard. L’insuccès sexuel, Raphaël, que tu as connu depuis ton adolescence, la frustration qui te poursuit depuis l’âge de tes treize ans laisseront en toi une trace ineffaçable. A supposer même que tu puisses dorénavant avoir des femmes – ce que très franchement, je ne crois pas – cela ne suffira pas ; plus rien ne suffira jamais. Tu resteras toujours orphelin de ces amours adolescentes que tu n’as pas connues. En toi, la blessure est déjà douloureuse ; elle le deviendra de plus en plus. Une amertume atroce, sans rémission, finira par emplir ton cœur. Il n’y aura pour toi ni rédemption, ni délivrance. C’est ainsi ».

Non riesco al momento a immaginare altro tipo di (cattiva) letteratura in grado di redimere: soprattutto ripenso allo stile Houellebecq alla luce delle recenti stragi accollate alla comunità incel. Abbiamo già parlato di Scott Paul Beierle, il “maschio suprematista” che nel 2018 in una palestra della Florida sparò a delle donne che facevano yoga (per il perpetratore emblema della degenerazione femminile contemporanea): la storia è talmente inverosimile da sembrare tratta proprio da un cattivo romanzo francese. Se volessimo lasciare per un attimo in pace il povero Houellebecq, allora dovremmo chiamare in causa autori per i quali uno come Beierle rappresenterebbe il prototipo del loro eroe maledetto: nomi del calibro di Maurice G. Dantec, Frédéric Beigbeder, Pierre Mérot o Thierry Marignac (quest’ultimo pressoché sconosciuto in Italia, soprattutto perché mai tradotto).

Per buon gusto invece non ci permetteremmo di alludere a nessuno dei rappresentanti francesi del Novecentesco, nemmeno a quel Jean Cau che, passato dai salotti guevaristi al radical-tradizionalismo, nei primi anni ’70 denunciò l’enorme massa di carne femminile a cui si stava riducendo l’umanità: un’ossessione che si sposerebbe benissimo con quella dello stragista per i cosiddetti yoga pants, le braghe ultra-aderenti che le donne non disdegnano di indossare in tutti i contesti quotidiani ad esclusione di quello sportivo. Potremmo aggiungere molto anche sulla cosiddetta “industria dello yoga”, se stessimo parlando appunto di letteratura e non di una mattanza in real life, anche perché in tal caso il lieto fine delineato dal giornalista del Washington Post («La mattina dopo la sparatoria, le donne di tutta la città srotolarono le loro stuoie in strada per raccogliere fondi per il centro yoga») rappresenterebbe un finale tanto tragico quanto assolutorio per il romancier tipico: il trionfo della mercificazione, della filantropia e della chair féminine contrapposto alle tenebre dell’inconciliabilità, del “maledettismo” e del Premier Sexe.

Credo che alla fin fine non sia nemmeno del tutto causale che il primo “massacro misogino” sia maturato proprio in ambito francofono, per mano di un tizio di nome Marc Lépine che nel 1989 al Politecnico di Montréal uccise 14 donne lasciando dietro di sé un’allucinante lettre d’adieu:

« […] Car j’ai décidé d’envoyer Ad Patres les féministes qui m’ont toujours gaché la vie. Depuis 7 ans que la vie ne m’apporte plus de joie et étant totalement blasé, j’ai décidé de mettre des bâtons dans les roues à ces viragos. […] Même si l’épitète Tireur Fou va m’être attribué dans les médias, je me considère comme un érudit rationnel que seul la venu de la Faucheuse on amméné à posé des gestes extrèmistes. Car pourquoi persévéré à exister si ce n’est que faire plaisir au gouvernement. Etant plûtot passéiste (Exception la science) de nature, les féministes ont toujours eux le dont de me faire rager. Elles veulent conserver les avantages des femmes (ex. assurances moins cher, congé de maternité prolongé précédé d’un retrait préventif, etc.) tout en s’accaparant de ceux des hommes ».

Lépine sembra un esempio da manuale di cattivo scrittore mancato, al quale sorrideva anche l’idioma come ulteriore espediente “redentore” (in quale altra lingua, fuori da qualsiasi ironia, certe espressioni come blasé o viragos non suonerebbero ridicole?). D’altra parte, a produrre letteratura di bassa lega al suo posto ci ha pensato l’attore canadese Adam Kelly, che con la sua pièce The Anorak (che sarebbe il parka, ma solo i francofoni distinguono tra i due – peraltro, pura coincidenza, si tratta anche dell’indumento preferito di Houellebecq, nel modello Camel Legend), ha suscitato un certo biasimo per aver reso in maniera troppo “empatica” i propositi dell’assassino e aver estetizzato una tragedia nazionale che nell’inconscio collettivo non merita di essere elevata artisticamente, proprio perché se tutto ciò si fosse mantenuto a livello “intraletterario” tanto dolore sarebbe stato risparmiato a molti (ma una frase del genere si adatta praticamente all’intera vicenda umana).

Per questo non andrebbe mai sottovalutata la cattiva letteratura, anche se il discorso non può essere ridotto alla semplice ricerca di una “valvola di sfogo” (sempre in base al principio che chi scrive, nel momento in cui scrive, non fa danno). Più complessa l’idea di una “vendetta” da perpetrare attraverso l’arte, in ossequio al vecchio adagio la plume est plus forte que l’épée: perlomeno in tal caso qualsiasi velleità chisciottesca verrebbe soffocata sul nascere dai numerosi articoli dei vari codici penali dedicati alla prevenzione del crimine; in ogni caso, portando uno scenario del genere alle estreme conseguenze, è da escludere a priori (nonostante alcune scuole siano convinte del contrario) l’ipotesi che il nazismo sia una fantasia romanzesca che abbia preso vita, poiché la letteratura (anche quella cattiva) ha tutte le possibilità di risolversi in se stessa, persino nella forma di ultimo santuario delle elevated male bullshit. E tale è l’unico senso che vogliamo darle, al di là di ogni equivoco, di qualsiasi spettro di militanza o squallido “invito ad agire”. Noi qui si fa solo -cattiva- letteratura.

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