La CIA e i giovani politici italiani (“Quante volte?”)

(CIA Spy Cameras)

Non mi pare che le rivelazioni di Wikileaks sulle tecniche di spionaggio su scala industriale messe in atto dalla CIA abbiano suscitato la reazione adeguata; a quanto pare è proprio come dice un lettore: «Abbiamo passato cinquant’anni a parlottare di Orwell e dispositivi, poi il giorno che accade la gente fa finta di nulla».

Capisco il disinteresse della grande stampa, troppo impegnata a dar la caccia alle chiavette di Putin o alle sue armi segrete per il controllo mentale (il “Corriere” infatti è corso a intervistare McCain, che su quattro domande è riuscito a dire quattro volte “Russians”); mi sfuggono invece i motivi per cui quelli che solitamente campano di complottismo abbiano accolto la notizia con una certa indifferenza (nonostante la documentazione dimostri che la CIA riesca a spiare persino attraverso i televisori).

Una volta si scherzava su certe cose: c’era per esempio quell’antivirus dal nome scozzese che saltava fuori all’improvviso ed era impossibile da disinstallare, “Ma che me l’ha messo la CIA?!”… Beh, secondo Wikileaks, . Non è dunque il caso di continuare con le battutine o fare spallucce su queste le rivelazioni come se fossero qualcosa di scontato, di cui non è il caso di preoccuparsi (“si sapeva da un pezzo”): stiamo pur sempre parlando di un controllo soverchiante e semi-totalitario (ormai senza più “semi”, direi), abbiate un po’ di rispetto.

Mi indispongono specialmente quelli dell’intercettino pure, non ho nulla da nascondere: penso in particolare ai volti nuovi della politica italiana, appartenenti a quel partito (loro lo chiamano in altri modi) che non nomino per scaramanzia. Considerando le circostanze oscure in cui è sorto, le speranze in esso riposte della stampa internazionale e il metodo rigidamente autocratico con cui è gestito (per tacere di episodi “essoterici” clamorosi, come l’endorsement dell’ambasciatore americano ecc.), mi sembra che questa formazione politica sia una di quelle più potenzialmente “attenzionabili” (per usare il politichese) da un certo tipo di potere opaco.

Ad ogni buon conto, non avendo costoro un programma, un’idea o almeno uno straccio di ideologia, ripongono tutta la loro forza in un generico appellarsi all’onestà («O-ne-stà | O-ne-stà», talvolta li si sente, o li sentiva, scandire). Tuttavia lo spionaggio capillare ci riporta alla dura realtà descritta dalla saggezza popolare: Il più pulito c’ha la rogna.

Se infatti le mani possono essere pulite dal punto di vista giudiziario, non è detto che lo siano in senso assoluto. A giudicare da occhiaie e sguardi un poco spenti, da basette e baffetti infoltiti da crini ancora post-adolescenziali, il problema emerge in tutta la sua drammaticità: “Quante volte?”.

Adesso che ci sono le prove che i servizi segreti americani vengono fuori dalle fottute pareti per confezionare dossier contro quelli che non gli piacciono, la questione politica della masturbazione si impone in tutta la sua gravità. Soprattutto ora che il rituale non ha più alcun competitor (di recente Vittorio Sgarbi ha ricordato che ai suoi tempi si dovevano “scaricare” gli atti impuri con la confessione) e si celebra senza tregua, incessantemente, in ogni luogo e a qualsiasi ora del giorno. E adesso la CIA sa tutto… (anche su /pol/ si cerca di nascondere la preoccupazione dietro il proverbiale cinismo internettiano).

Abbiamo eliminato il Dio che spia dal buco serratura, ma ci siamo scordati che il Leviatano è ancora vivo. E nonostante Trump stia facendo molto per sconfiggere la culture of complaint & deference, dalla quale dipende pure il singolare fenomeno (tipicamente puritano) di una società ultra-libertina che giudica i politici in base agli scandali sessuali, non è detto che il video (o l’audio) di un politico che si masturba non possa essere utilizzato per ricattarlo. C’è poco da scherzare: negli Stati Uniti questa roba è all’ordine del giorno – parliamo di peccatucci veniali, che si potrebbero “scaricare” in un minuto, ma che invece portano a gogna e dimissioni.

Ecco, se il tema venisse posto in questi termini, forse ci sarebbero più possibilità di coinvolgere, oltre ai politici emergenti, anche i giornalisti italiani, che finalmente capirebbero che la cosa riguarda proprio tutti (lo spionaggio, intendo).

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