La Cina in Africa: un impero della polvere

Empire of Dust è un documentario del 2011 del regista belga Bram Van Paesschen, che con la sua troupe ha seguito le traversie in Congo di un ingegnere di una società cinese, la CREC (Chinese Railway Engineering Company) alle prese con la costruzione di una strada di 300km tra Kolwezi e il capoluogo della provincia del Katanga (Lubumbashi).

Ad accompagnare il rude e sospettoso Lao Yang, addetto agli approvvigionamenti di materiali, attrezzature e anche cibo, il giovane traduttore congolese Eddy, che parla fluentemente mandarino e fa da intermediario tra la ditta di costruzioni emanazione diretta del PCC e il labile tessuto imprenditoriale della zona.

Per tutta la durata della “missione” di Lao Yang (che deve procurarsi in tempi strettissimi un carico di ghiaia), il povero Eddy deve sorbirsi una ramanzina dopo l’altra: “I belgi hanno costruito la ferrovia ottant’anni fa, nemmeno noi in Cina avevamo ferrovie così negli anni ’30, e voi non avete fatto nulla per mantenerla!”; “Fa male al cuore vedere la decadenza delle vostre infrastrutture!”; “Dovevate imparare qualcosa dagli Europei!” eccetera eccetera.

Da questo documentario viene il famoso meme It’s All So Tiresome, 这事真难搞啊  [Zhè shì zhēn nán gǎo a], “È tutto così faticoso”, frase con cui l’ingegnere esprime icasticamente le complessità che scaturiscono dall’incontro-scontro tra cultura cinese e africana.

La costruzione della superstrada fa parte di un accordo miliardario tra Pechino e Kinshasa attraverso il quale i cinesi mirano a intensificare lo sfruttamento delle miniere congolesi: è lo stesso ingegnere a rivelarlo a un certo punto, quando afferma che erigere buone infrastrutture, la cui “bontà” si possa apprezzare soprattutto visivamente, è il miglior biglietto da visita per ottenere il cobalto (alla fine del documentario infatti un commentatore della radio locale annuncerà l’arrivo della CREC 3 -quella che si occupava della strada era la 7-, pronta a dedicarsi all’estrazione).

Lao Yang non nasconde un istante il suo scetticismo nei confronti delle capacità lavorative e imprenditoriali del popolo con cui è in contatto: a differenza dei cinesi, che sanno fare affari, costruire e persino coltivare (e, dato essenziale ma totalmente trascurato dal documentario, rispetto ai vecchi colonizzatori non hanno nemmeno bisogno delle prostitute), i congolesi sono fannulloni, ladri, si alzano tardi, non sanno nemmeno riempire un camion di ghiaia ecc…

L’unica qualità che il cinese gli riconosce è di essere adatti ai lavori pesanti, “perché in questo ambiente solo i più forti sopravvivono”. Per contrasto, l’interprete Eddy si dà da fare per mediare gli interessi tra agricoltori di etnia incerta, camionisti kenioti, padroncini del Katanga e i nuovi impazienti padroni. A un certo punto Eddy si prende una piccola rivincita quando Yang, ipercritico nei confronti di qualsiasi cosa, si lamenta anche del metro che gli hanno dato per misurare l’altezza del carico di ghiaia: “Questo metro fa schifo”; e l’interprete ha buon gioco nel ribattergli “Per forza, è Made in China!”.

Dal documentario emerge in verità soprattutto la dimensione quasi esclusivamente economica del nuovo colonialismo cinese: i capetti del Celeste Impero non condividono nulla con i loro sottoposti, mangiano a modo loro, parlano solo cinese (e non sono interessati ad apprendere altre lingue), le discussioni si riducono a lamentele per le cose che non vanno.

Un politico locale in un comizio al cantiere li elogia come “veri uomini” e forse la loro concezione timotica del “darsi da fare” è l’unica base sulla quale i due popoli potrebbero costruire una storia comune.  D’altro canto, questo è il leitmotiv del film: a un certo punto l’ingegnerie arriva a sostenere che l’abitudine congolese di spendersi tutto lo stipendio al bar gli sia arrivata dai belgi (che nemmeno sa chi sono), lasciando dunque a intendere che finalmente il gigante buono dell’Asia introdurrà, forse per osmosi, una nuova mentalità nel popolo africano.

Il documentario non è disponibile in dvd ma appare e scompare su Youtube. Se anche la versione qui sotto (con sottotitoli in inglese) è stata rimossa, provate a cercarne un’altra.

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