La crisi migratoria tra farse e tragedie

In un editoriale sulla prima pagina del “Corriere”, Paolo Mieli ha appena celebrato le eroiche gesta del governo Gentiloni contro il traffico di esseri umani nel Mediterraneo, paragonandole nientedimeno che all’azione della marina britannica a contrasto delle navi negriere:

«Molti dimenticano che l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti fu preceduta da una vera e propria guerra cinquantennale della Royal Navy inglese contro gli “scafisti” di allora. Dopo che con lo Slave Trade Act (1807) fu reso illegale il commercio degli schiavi, le navi britanniche ingaggiarono nei mari una battaglia contro i trafficanti che si protrasse fino al 1865, l’anno in cui, con la vittoria del Nord abolizionista, si concluse in America la guerra di secessione. Oggi concordiamo sul fatto che senza quella spietata guerra ai negrieri, la strada per l’abolizione della schiavitù sarebbe stata molto più lunga» (Migranti, calano gli sbarchi. La svolta che viene ignorata, 23 agosto 2017).

I toni ditirambici lasciano intuire che la campagna elettorale sia cominciata in anticipo, e che l’ex direttore abbia già provveduto a confezionare la nuova “narrazione” con cui il centro-sinistra dovrà recuperare i voti perso in questi anni.
Nulla di male, se non fosse che Mieli offre una ricostruzione dei fatti poco corretta, per esempio adducendo a giustificazione della “svolta” contro i trafficanti «quei due giorni maledetti, 27 e 28 giugno, nei quali di profughi ne giunsero diecimila».

In realtà, il “giorno maledetto” è solamente uno, il 25 giugno, quando i ballottaggi alle elezioni amministrative consegnarono le storiche roccaforti della sinistra alle opposizioni. È da tale istante che il governo ha infatti deciso di mettere in atto un’incredibile ammuina sul tema dell’immigrazione, riconducendo alla dimensione dell’emergenza quella che fino a un attimo prima sembrava dovesse diventare la “nuova normalità”.

Questa strategia dei “gesti eclatanti” ha peraltro regalato momenti dilettevoli, come Gentiloni che minaccia il “blocco navale” di fronte a un’Unione indifferente (persino nelle vesti dell’Estonia), Renzi che rilancia slogan ormai snobbati anche da Salvini (“aiutiamoli a casa loro”, “no al buonismo”) e Laura Boldrini che si mette a parlare di “questione africana” e “destabilizzazione da fenomeno migratorio”… (lasciamo da parte il componente più frizzante della comitiva, quel ministro Minniti dall’evocativo physique du rôle, perché è forse l’unico ad aver conservato in generale un minimo di dignità).

Nonostante questa sia la degna conclusione di una legislatura disastrosa, si resta comunque stupefatti nel constatare quanto poco “idealismo” si celasse dietro i lacrimevoli appelli di poco tempo fa. A dirla tutta, persino col fatidico senno di poi, non si riesce ancora a comprendere i motivi per cui il governo italiano si sia ridotto solo all’ultimo, ormai fuori tempo massimo, a improvvisare quest’ombra di reazione.

L’ipotesi più benevola è che una parte della nostra classe dirigente abbia sperato di accelerare la cosiddetta “integrazione europea” inducendo una crisi migratoria per mettere gli altri partner dell’Unione di fronte al fatto compiuto. Non è da escludere nemmeno una qualche complicità con interessi stranieri, per non parlare della pura e semplice incompetenza (il volto del precedente premier dice tutto): ciò che però colpisce sopra ogni cosa è appunto il cinismo sfacciato, col quale ora si “scaricano” i migranti in vista delle prossime elezioni, senza tema di scatenare la famigerata “guerra tra poveri” nel vellicare gli istinti più bassi delle classi subalterne (le uniche, in fondo, realmente danneggiate dal fenomeno).

A pensarci bene, le blande misure anti-trafficanti attualmente adottate si sarebbero potute mettere in atto in qualsiasi momento della corrente legislatura, approfittando di uno a caso degli innumerevoli pretesti che la stessa Unione ci ha offerto. Qualche mese dopo l’inizio degli sbarchi, era infatti già chiara la volontà dell’“Europa” di abbandonare l’Italia al proprio destino, dunque un’azione unilaterale in tal senso sarebbe stata immediatamente giustificata; dopo un anno di arrivi ininterrotti, la situazione insostenibile dava tutto il diritto di attuare i respingimenti; con l’insorgere dell’epidemia di ebola, sarebbe stato più che legittimo sigillare i confini, come hanno fatto gli Stati africani colpiti dall’emergenza sanitaria (ricevendo il plauso delle organizzazioni internazionali); poi, con l’escalation degli attacchi terroristici, se l’Italia non avesse fatto passare più nessuno ci saremmo forse risparmiati qualche attentato; dopo due anni di “emergenza”, con il peso dell’immigrazione scaricato sugli strati sociali più bassi, sarebbe stata una mossa lungimirante fermare i flussi per “non alimentare il populismo”; dopo i miliardi versati alla Turchia per bloccare la rotta balcanica che metteva in difficoltà la Germania, sarebbe stato opportuno pretendere un impegno equivalente anche per la chiusura di quella mediterranea; infine, lo scandalo della collusione tra organizzazioni non governative e scafisti avrebbe rappresentato un perfetto casus belli per vietare l’attracco nei porti italiani alle navi straniere.

Questi i primi alibi che mi vengono in mente: non è però necessario dilungarsi oltre, poiché sarebbe bastata davvero una scusa qualsiasi, se pensiamo, tra le altre cose, che persino le famigerate “sanzioni” ventilate per gli Stati contrari al piano di redistribuzione europeo non sono ancora state neppure quantificate. In breve, esistevano miriadi di ragioni per affrontare gradualmente il problema, piuttosto che ridursi fino al punto di non ritorno, quando, per “negoziare meglio” (parola di Minniti), si è reso necessario proporre soluzioni drastiche.

Ammetto che da un certo punto di vista i piddini li preferivo prima, quando sostenevano che centomila africani all’anno avrebbero reso più buoni gli italiani,  risanato le finanze pubbliche, pagato le pensioni, rafforzato il nostro sistema immunitarioripopolato la Sardegna, eccetera: si poteva ancora coltivare l’illusione che ci credessero davvero, che avessero seriamente l’intenzione di far diventare la società italiana più multietnica, multiculturale e solidale.

Non era una risorsa, l’immigrazione? Com’è possibile che nel giro di un fine settimana sia diventato non solo il problema principale del Paese e l’unico tema su cui impostare una campagna elettorale, ma addirittura un fenomeno “destabilizzante”, o per usare le parole di Renzi, «un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico»?

Ci si domanda a quale livello questo governo sia disposto ad arrivare (per giunta in una situazione sociale esplosiva): quanti ballon d’essai saranno necessari per racimolare quel voto probabilmente perso per sempre? Che almeno si fermino prima di superare il limite che separa la farsa dalla tragedia, anche per rispetto delle migliaia di persone morte a causa di un’assurda propaganda servita solo a nascondere la propria incapacità (o altri motivi ancora inconfessabili).

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