La demolizione dei siti religiosi islamici nel Turkestan orientale da parte delle autorità cinesi

Il confine del deserto del Taklamakan (Täklimakan qumluqi) nella Cina occidentale non è più meta di pellegrinaggio per gli uiguri del Turkestan orientale (Xinjiang), che ogni primavera convenivano nel santuario dell’Imam Asim, una piccola tomba che si ritiene contenga i resti di un guerriero dell’VIII secolo.

I fedeli si recavano nel santuario in cerca di guarigione, fertilità e assoluzione dai peccati: si riteneva che visitarlo tre volte equivalesse all’hajj, il viaggio alla Mecca troppo oneroso per qualsiasi uiguro.

Ne parliamo al passato perché le autorità di Pechino hanno deciso di fare piazza pulita. A partire da quest’anno, nessuno si reca più al santuario dell’imam guerriero. La khanqah, la sua moschea sufi, assieme a tanti altri edifici sacri, sono stati distrutti. Solo la tomba è rimasta in piedi, ripulita di offerte votive e simboli religiosi.

E questo non è che uno delle decine di siti religiosi islamici demoliti nello Xinjiang dal 2016, secondo una indagine del Guardian, che con l’analisi di 90 edifici attraverso i satelliti ha stimato che oltre una trentina abbiano subito danni strutturali (rimozione porte, cupole e minareti) e una quindicina siano stati completamente rasi al suolo.

In nome del contenimento dell’estremismo religioso, la Cina ha lanciato una spietata campagna di sorveglianza delle minoranze musulmane, la maggior parte dei quali uiguri, etnia turcofona che ha molti più tratti in comune coi vicini dell’Asia centrale rispetto ai connazionali Han. Gli analisti indipendenti affermano che almeno un milione e mezzo di uiguri e altri musulmani siano stati internati in campi di concentramento o rieducazione.

“Le immagini del santuario dell’Imam Asim in rovina sono scioccanti. Per i pellegrini più devoti sono uno strazio”, afferma Rian Thum, storico dell’Islam all’Università di Nottingham.

Prima della distruzione, i pellegrini marciavano anche per 70 km nel deserto per raggiungere la tomba di Jafari Sadiq, un altro santo guerriero il cui spirito si credeva avesse viaggiato nello Xinjiang per diffondere l’Islam nella regione. Il santuario, su un precipizio nel deserto, sembra esser stato demolita a marzo 2018. Anche gli ostelli che ospitavano i pellegrini sono andati distrutti, come attestano le immagini satellitari appena rilevate.

La moschea di Kargilik (Yecheng) era la più grande moschea della zona. I visitatori ricordano le sue alte torri, l’ingresso immenso e i fiori e gli alberi del giardino interno. Nel 2018 è “scomparsa”, secondo anche le testimonianze degli abitanti del posto.

Un altro importante luogo di ritrovo della comunità di fedeli, la moschea Yutian Aitika, risalente al XIII secolo, vicino a Khotan (Hotan), nonostante fosse inclusa nell’elenco di siti storici e culturali di rilevanza nazionale, è stata rasa al suolo l’anno scorso. Come segnala ancora il professor Thum, al suo posto ora sorge… un parcheggio. Un avviso del governo afferma che la distruzione è stata portata a termine “sulla base delle esigenze dello sviluppo della nostra città”, per “promuovere un ambiente spazioso e accogliente per tutti i suoi abitanti”.

La politica del governo sembra proprio quella di rimpiazzare i santuari con parcheggi e parchi gioco. Per esempio, uno storico cimitero uiguro in cui era seppellito il poeta e rivoluzionario Lutpulla Mutellip (giustiziato a 23 anni e considerato un martire) ad Aksu, è stato trasformato in un “parco della felicità” e riempito di panda sorridenti con lecca-lecca.

Gli attivisti affermano che la distruzione di questi siti storici è un mezzo per assimilare la prossima generazione di uiguri, assieme agli innumerevoli divieti di ogni tipo. La maggior parte degli abitanti nello Xinjiang in realtà ha già smesso di andare in moschea, appunto perché sorvegliati a vista e timorosi di venire arrestati e perseguitati.

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