La legge Jarovaja e la libertà religiosa in Russia

Cattedrale di San Vladimiro di Kiev
trasformata negli anni ’30 in Museo Antireligioso

Questa estate la stampa italiana ha fatto un gran parlare della cosiddetta Legge Jarovaja, un pacchetto di misure anti-terrorismo adottato dalla Duma a fine giugno e firmato da Putin pochi giorni dopo (cfr. Russia, Putin firma discussa legge Yarova…, “Repubblica”, 7 luglio 2016).

La legge prende il nome dalla deputata di Russia Unita Irina Jarovaja (il cui nome –Ирина Яровая– è stato traslitterato in tutti i modi) e oltre a contrastare il radicalismo islamico stabilisce anche una serie di limiti alle attività missionarie delle varie chiese, sette e congreghe religiose presenti nel Paese.

Alcune riserve al provvedimento sono state sollevate anche dalla stampa cattolica, vedi per esempio, “Asianews” (La Duma approva misure antiterrorismo…, 27 giugno 2016) e “Tempi” (La legge antiterrorismo russa…, 24 luglio 2016): quest’ultima testata ha tuttavia tenuto a precisare, per bocca di un missionario cattolico, che «sarebbe una grande iperbole comparar[e le nuove leggi] a quelle comuniste, visto che obbligare le chiese a registrarsi è molto diverso dallo smembrarle completamente».

Proverò ora, su richiesta di qualche lettore, a evidenziare alcune contraddizioni che hanno segnato la presentazione del “pacchetto” al pubblico italiano.

In primo luogo, la legge Jarovaja non “inasprisce” alcunché, ma si limita a consolidare una prassi in atto sin dai tempi di Eltsin (dimenticando quel che venne prima). Non è quindi corretto parlare di tale provvedimento come se rappresentasse una novità assoluta nell’ambito della legislazione russa.

Per dirla brutalmente, non si può usare la notizia per dare a intendere che Putin sia diventato “più cattivo”. Se proprio si può parlare di “inasprimento”, allora bisogna farlo esclusivamente nei confronti dei musulmani, e non per un’iniziativa di Putin, ma più per un adeguamento alle tendenze in atto nei Paesi occidentali: pensiamo alla “stretta” sulle moschee operata dal governo francese in seguito agli attacchi terroristici, che ha comportato anche la temporanea rinuncia alla convezione europea dei diritti dell’uomo (iniziativa che non ha suscitato reazione alcuna da parte della famigerata Corte di Strasburgo, solitamente molto attiva contro  Mosca).

Presentare dunque la “Jarovaja” come un punto di non ritorno è un atteggiamento che genera troppi equivoci per poter essere credibile: anche perché, oltre a suggerire indirettamente la necessità di un “intervento umanitario”, porta a credere che prima della sua introduzione la situazione per i musulmani e per la varie sette cristiane fosse migliore, quando è noto come le leggi sulla libertà religiosa in Russia siano da sempre piuttosto restrittive.

In secondo luogo, si è voluto presentare il provvedimento come favorevole alla confessione ortodossa. Il che è vero, ma solo per il motivo che la maggior parte dei russi si riconosce in essa. Per il resto, la Chiesa Ortodossa è tenuta a rispettare la legge come gli altri. La stampa russa accenna a un’eventualità singolare: se una parrocchiana riuscisse a ottenere il permesso di chiedere offerte per la propria chiesa, ma lo facesse in modo troppo insistente e un passante si sentisse importunato, la pia donna incorrerebbe nel reato di turbamento dell’ordine pubblico e sarebbe costretta a pagare una multa di oltre 50.000 rubli, mentre la Chiesa che le ha rilasciato il permesso verrebbe sanzionata per oltre un milione.

Inoltre la Chiesa ortodossa non solo si è dimostrata poco entusiasta del progetto (contribuendo anche alla revoca di emendamenti controversi, come quello sulla privazione della cittadinanza), ma ha assunto una posizione “attendista”, lasciando a intendere che qualora la legge non servisse a prevenire il terrorismo, e in più comporterebbe un “conto” troppo salato anche per l’ortodossia, si attiverebbe per una revisione.

Un terzo punto riguarda la sostanza della “Jarovaja”: è vero che riduce la libertà religiosa in senso assoluto, ma da un’altra prospettiva essa valorizza i culti “tradizionali”. Per noi che siamo abituati a considerare la tradizione come un fardello e una zavorra, è difficile concepire che essa possa rappresentare un patrimonio da preservare anche a livello legislativo.

Molti russi invece vedono tale iniziativa come una regulation dello “spazio di informazione religiosa” [религиозное информационного пространство]. Da questo punto di vista, rispetto alla legge del 1997 cambia poco: le confessioni già riconosciute dallo Stato devo continuare a mantenere lo stesso atteggiamento di prima.

Un altro dato da tenere in considerazione è che molti cittadini sentono questo provvedimento come una “protezione” dalle sette; è innegabile che talvolta certi pregiudizi siano giustificati: per esempio, molti gruppi non accettano di registrarsi per una palese contrarietà delle loro dottrine alla Costituzione della Federazione Russa (è noto che il rifiuto delle trasfusioni di sangue o dei trapianti d’organi può inficiare l’autorizzazione).

Purtroppo, in generale, non mancano i motivi con cui giustificare dei provvedimenti repressivi nei confronti delle sette (alcuni siti russi ricordano in particolare i membri dell’Aum Shinrikyo che perpetrarono la strage alla metropolitana di Tokyo e l’assedio di Waco del 1993).

Questo anche per dire che non stiamo parlando solo di putinismo: con o senza di lui, la legge Jarovaja si sarebbe fatta ugualmente, sia perché essa risponde alle ansie e preoccupazioni del popolo russo, sia perché si limita, come abbia detto, a cristallizzare alcune prassi già consolidate da tempo a livello regionale.

Se poi vogliamo proprio parlare di Putin, basti sapere che la stessa Wikipedia ammette che, almeno da questa prospettiva della libertà religiosa, Putin ha fatto anche cose buone. Possiamo qui ricordare, per esempio, il plauso della comunità ebraica internazionale al Presidente russo per il suo impegno nella lotta all’antisemitismo (Putin thanks Jewish organizations…, “Interfax”, 19 aprile 2016), riconoscendo che durante il suo lungo mandato le aggressioni agli ebrei sono diminuite drasticamente (anche grazie all’approvazione di leggi contro i crimini ispirati all’odio religioso).

Detto questo, è innegabile una predilezione da parte di Putin per la Chiesa ortodossa, considerata elemento portante dell’eredità spirituale e morale della nazione: tuttavia affermare che essa sia completamente appiattita sulle posizione dello “Zar” è una valutazione ingiusta. Lo spirito di revanche dell’ortodossia russa è soprattutto dovuto agli anni di privazione vissuti sotto il comunismo: è per questo che la Chiesa pretende una specie di “rimborso”, almeno morale, da parte dello Stato (che chiaramente si traduce anche in un atteggiamento privilegiato nei suoi confronti). D’altronde, per numerosi motivi storici e culturali, l’anima russa riconosce maggior importanza alla tradizione che a tutto il resto.

Volendo guardare i fatti da una prospettiva più ampia, potremmo ammettere che, nonostante la geopolitica sia una disciplina talmente inflazionata da aver perso quasi ogni significato, una lettura del provvedimento in tal senso apparirebbe forse chiarificatrice. Pensiamo alla classica dicotomia fra talassocrazia e tellurocrazia: se la Russia non può “permettersi” la libertà religiosa, ciò non dipende dall’intrinseca arretratezza dei suoi abitanti. Esistono, per l’appunto, ragioni geopolitiche, la più importante delle quali è il pericolo di una disgregazione territoriale come conseguenza della deregulation religiosa.

I russi, in fondo, non sono così barbari e malvagi come li si dipinge: in realtà è da un pezzo che vorrebbero diventare gli “americani” d’Eurasia. Il problema è che, a differenza degli Stati Uniti, non sono circondati da oceani, ma da terre emerse: ciò comporta la necessità di mantenere sempre un certo grado di omogeneità se non etnica, almeno religiosa, linguistica e culturale.

Perciò è grottesco che certi soloni vogliano «persuadere la Russia che la diversità religiosa non è una minaccia ma un segno di salute di una società». Non penso sarà facile convincerli, soprattutto alla luce dei secessionismi che agitano le faglie etnico-religiose, dalla Cabardino-Balcaria alla Sacha-Jacuzia.

Lasciando da parte le discussioni sui massimi sistemi, torniamo alla “sostanza” della legge Jarovaja: credo che molti commentatori sottovalutino il problema del terrorismo islamico in Russia, presentandolo addirittura come una “scusa” per giustificare leggi repressive contro le sette americane. Tuttavia Mosca, rispetto a Parigi, Berlino o Washington, non ha semplicemente a che fare con “cellule jihadiste” o “lupi solitari”, ma con cose molto più serie come emirati o imamati. Del resto persino i governi progressisti (o presunti tali) dei Paesi europei ormai rifiutano di concedere l’autorizzazione alla costruzione di una moschea a un’associazione che non appartenga a quelle riconosciute dallo Stato. E allora, da quale posizione possiamo pretendere dai russi quella “libertà religiosa” che noi stessi non rispettiamo?

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