La letteratura italiana è morta, dunque se non partecipate al concorso di Amazon con i romanzi che mi avete mandato, li pubblicherò io a vostro nome

C’è tempo fino al 31 agosto 2024 per partecipare al concorso letterario organizzato da Amazon, l’hub della filantropia internazionale che ha messo in palio un premio da 10.000 euro. Per pubblicare vi basterà entrare, con il vostro account (che sicuramente già avete per ordinare di nascosto), nella piattaforma di autopubblicazione (kdp.amazon.com), caricare un pdf, scegliere la copertina e aggiungere la dicitura “storyteller2024” nella sezione “parole chiave” (qui tutti i particolari).

Premio Letterario di Amazon: al vincitore 10.000 euro


Io non capisco che timori abbiate a farvi sotto, piuttosto che inviarmi i vostri capolavori in privato. Se fossi un individuo senza scrupoli, aprirei una casa editrice e vi chiederei 2.000 euro a testa per l’autopubblicazione, o forse lo farei mettendoceli di tasca mia perché, Dio mi è testimone, le cose che finora ho letto sono tra i migliori romanzi italiani degli ultimi vent’anni (non che ci volesse molto per superare il livello del Premio Strega medio almeno dal 1992/1993).

Mi hanno colpito anche le idee che mi sono giunte: per esempio, un lettore ispirato dai miei scritti su Barbie (il più bel film americano di tutti i tempi) ha abbozzato un racconto di una immaginaria coppia primordiale che dal periodo della cosiddetta longhouse (il nucleo centrale delle società neolitiche, dove peraltro è ambientato l’universo di Barbie prima della rivoluzione patriarcale dei Ken) giunge fino ai giorni nostri (dove tale struttura si ripropone in forme post-moderne). Geniale! Peccato che l’amico si sia subito arenato sui nomi da dare ai suoi “Adamo” ed “Eva” chiedendomi di trovargli qualche patronimico (?) che suonasse “tipo neolitico”. Lol.

Dal canto mio, gli ho suggerito di sfogliarsi almeno l’Oxford Handbook of Neolithic Europe, ma siccome “costa troppo” alla fine penso dovrò farlo io (comunque ci sono numerose alternative all’acquisto, mona!). Quindi siete talmente dei culi flaccidi che non avete nemmeno la voglia di vincere. Allora cercherò di spronarvi con qualche dritta da pseudo-erudito che spero giunga almeno a stimolarvi un po’ tramite il Vril (no homo).

La prima riguarda la constatazione che qualsiasi persona dotata di un minimo di sale in zucca possa fare, ovvero che gli scrittori migliori sono e saranno sempre maschi soli, tristi e incazzati. Nel dimostrare tale tesi (come se ce ne fosse bisogno) muovo dalle dichiarazioni di David Gilmour, anonimo professore di letteratura dell’Università di Toronto (dove ha insegnato dal 2007 al 2021), che nel settembre del 2013 divenne celebre per aver affermato, in una intervista alla rivista “Hazlitt”, di “non essere interessato a parlare di libri scritti da donne”.

Nonostante si fosse immediatamente scusato, per continuare a insegnare Gilmour dovette inserire una scrittrice nel suo corso sulla modern fiction (specificamente l’autrice americana Lorrie Moore). Le calunnie continuarono tuttavia per anni, fino al pensionamento: alcune studentesse lo accusarono in maniera anonima di aver fatto commenti sessisti sulle donne (per averle definite “belle” o “adorabili” riservando ai maschi complimenti basati più sulle capacità e il talento…), oppure di aver espresso, durante le lezioni, commenti al vetriolo del tipo “Sbatterei gli scrittori che non sanno scrivere in un campo di concentramento”.

Naturalmente l’unica vera grande accusa è sempre stata quella di esser un vecchio uomo bianco in una posizione di potere, qualsiasi cosa tale espressione significhi (almeno per quella volta non si è trattato del solito ebreo spacciato per white man).

Riporto il passaggio “incriminato”, l’unico memorabile in un’intervista obiettivamente trascurabile, a monito per il nostro triste Paese, che molto presto, seppur “in differita”, dovrà anch’esso subire una revisione del proprio “canone” in base ai desiderata di qualche lesbica afroamericana in sovrappeso. A meno che qualcuno di voi, eroi e maestri segreti, non muova il culo entro un mese e mezzo.

“I’m not interested in teaching books by women. I’ve never found—Virginia Woolf is the only writer that interests me as a woman writer, so I do teach one short story from Virginia Woolf. But once again, when I was given this job I said I would teach only the people that I truly, truly love. And, unfortunately, none of those happen to be Chinese, or women. Um. Except for Virginia Woolf. And when I try Virginia Woolf, I find she actually doesn’t work. She’s too sophisticated. She’s too sophisticated for even a third-year class. So you’re quite right, and usually at the beginning of the semester someone asks why there aren’t any women writers in the course. I say I don’t love women writers enough to teach them, if you want women writers go down the hall. What I’m good at is guys. … Yeah, very serious heterosexual guys. Elmore Leonard. F. Scott Fitzgerald, Chekhov, Tolstoy. Real guy guys. That’s a very good observation. Henry Miller. Uh. Philip Roth”

«Non mi interessa fare lezione su libri scritti da donne. Non mi è mai andato a genio. Virginia Woolf è l’unica scrittrice che mi interessa come scrittrice donna, quindi faccio qualche breve lezione su di lei. Ma, ancora, quando mi è stato offerto questo lavoro, ho sin da subito dichiarato che che avrei insegnato solo gli scrittori che amo davvero. E, sfortunatamente, nessuno di questi è cinese o donna. Tranne Virginia Woolf. E quando provo a parlare di Virginia Woolf, scopro che in realtà nemmeno lei funziona. È troppo sofisticata. È troppo sofisticata anche per una classe del terzo anno. Quindi hai ragione, e di solito all’inizio del semestre c’è sempre qualcuno chiede perché non ci sono scrittrici nel corso. Io rispondo che non amo abbastanza le scrittrici da insegnarle, se qualcuno vuole studiare le scrittrici vada in un’altra aula. Il mio campo sono i maschi… Sì, maschi etero molto seri. Elmore Leonard, Scott Fitzgerald, Cechov, Tolstoj. Ragazzi tosti. Henry Miller. Philip Roth»

La seconda verità con cui voglio illuminarvi parte dal suggerimento di un mio grande lettore, che anni fa mi scrisse -sempre in forma privata- quanto segue:

«Riflettendo sugli autori inattuali o potenzialmente tali, mi sono chiesto quale avrebbe potuto essere il rapporto fra David Foster Wallace ed il movimento neoreazionario/dark enlightenment/alt-right degli ultimi anni, e sarei curioso di avere una tua opinione pure su questo, anche perché ho sempre fatto fatica ad inquadrare Wallace».

Il povero Wallace, soprattutto da quando si è suicidato (12 settembre 2008) viene regolarmente oltraggiato dalla “lesbicona in salamoia” di turno, che a seconda dei casi lo vede troppo “bianco”, “maschio” o “etero” (è pure finito in una surreale lista di autori incel nelle vesti di “santo patrono delle stronzate maschili”), dunque è diventato quasi d’obbligo difenderlo per principio.

Tuttavia, dato che vorrei evitare di concentrarmi su un solo scrittore, in particolare per scongiurare qualsiasi forma di “terrorismo psicologico” (che obbligherebbe gli aspiranti vincitori del premio a perdere altro tempo per andarsi a leggere Wallace, cosa che non si può fare di certo in un mese e mezzo, in specie con quel mattone indigeribile che è Infinite Jest), vorrei piuttosto dedicare qualche riga al rapporto tra letteratura e verità.

Assecondando lo spirito hegeliano che da sempre inconsciamente mi contraddistingue, sono costretto ad ammettere che, in virtù della morte della letteratura stessa, è possibile trasformare qualsiasi romanzo in un oggetto analizzabile dal punto di vista dell’antropologia e financo dell’etnologia. Tale espediente consentirebbe almeno di farne il rifugio estremo della misoginia, una volta che gli studi di psicologia ai quali ci abbeveriamo (quelli che dicono sostanzialmente che le donne sono delle “puttane senza cuore” [cold-hearted bitches]), saranno debitamente “purgati” da qualsiasi ricerca che metta in cattiva luce il cosiddetto “sesso debole”.

Giusto per fare un esempio (ma tra i link ne trovate quanti ne volete), qualche tempo fa da queste parti si è discusso, non senza orgoglio (per questioni di “classe”, non individuali), della riscoperta da parte della comunità incel americana dell’opera di un misconosciuto (tanto in patria quanto altrove) scrittore egiziano, anch’egli morto suicida (a volte le coincidenze…) nel 1979, il quale ha lasciato due volumi dal titolo Non nascere brutto e Tutti mi sono nemici, pura poesia da celibe involontario.

Gli incel scoprono uno sconosciuto scrittore egiziano morto suicida

Anche a questo mi riferivo, parlando di riduzione etnologica della letteratura e definendo i vostri manoscritti come capolavori: l’unica salvezza, allo stato attuale, è leggere (o almeno pubblicare) solo i romanzi in cui compare un maschio che odia le donne facendo passare qualsiasi questione stilistica o estetica in secondo piano (con la consapevolezza che gli autori migliori resteranno in eterno i dead white males di cui sopra).

Per un approfondimento della questione, rimando al primo articolo su letteratura ed etnografia che mi è capitato cercando su Google, dedicato a Italo Calvino (L. Alunni, Se una notte d’inverno un etnografo, “Doppiozero”, 5 ottobre 2015): dalla raccolta di Fiabe italiane, basata su fonti “di seconda mano” («Non sono andato di persona a farmi raccontare le storie dalle vecchiette»), con un occhio a Giuseppe Cocchiara e uno a Vladimir Propp, all’incompiuto La decapitazione dei capi (inquietante fantasia sull’antropologia politica batailliana) a Sotto il sole giaguaro (nel quale «il cannibalismo è uno dei temi dominanti»), si può apprezzare questo intreccio/impasto/contaminazione tra “generi”, che si risolse coscienziosamente tutto nella letteratura.

 

A differenza, invece, della forma che prese in un autore come Cesare Pavese, nel quale l’etnologia “a tinte viola” (colore della collana einaudiana curata con Ernesto De Martino) si trasformò in un grottesco esperimento ritualistico su se stesso. E anche, in maniera meno eclatante, in un Claude Lévi-Strauss, che per quanto paradossale possa sembrare, col passare degli anni si è dimostrato molto più “politicizzabile” del comunista Calvino (nonché del comunista Pavese, che peraltro oggi tutti vorrebbero “fascista”).

Non che l’autore de Il barone rampante mantenne sempre lucidità sull’argomento, come dimostrano incauti giudizi sul cannibalismo («Se ne può parlare solo col rispetto dovuto a riti religiosi d’altre culture, che non vanno giudicati col nostro limitato metro eurocentrico»), ma perlomeno rispettò il proprio ruolo sociale, senza abbandonare il perimetro della cultura in nome di altre suggestioni o “tonici potenti”.

Tutto ciò per dire che anche noi maschi bianchi morti (in senso metaforico) non dobbiamo temere di restare incastrati nel letterario, poiché al giorno d’oggi (intendo da quando hanno voluto ridurci a collettività di oppressori e assassini) non ci sono concesse molte altre patrie. Dunque si formi pure un’identità sui romanzi trasformati in materiale etnologico, al di qua di ogni romanticismo o donchisciottismo: semplicemente una storia del maschio come creatura umana e non come feticcio o case study.

Non so se avete capito, ma non mi interessa. Ora comincerò a pubblicare cose a vostro nome, ed eventualmente faremo a metà del bottino.

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