La moglie dell’agente segreto

Leggo una inchiesta di “Repubblica” sui servizi segreti italiani (Così mi arruolo tra gli 007 del futuro, 15 giugno 2015) e provo  uno sconforto non facilmente esprimibile, se non attraverso una profonda disillusione sulle possibilità, da parte di un Paese a sovranità limitata (quale purtroppo è il nostro), di dotarsi di una intelligence capace di servire solo ed esclusivamente l’interesse nazionale.

Partiamo tuttavia da una osservazione meno controversa: non è imbarazzante che la stampa, invece di rivolgersi a storici seri, si faccia regolarmente propinare una spy story anni ’70 dal dietrologo di turno? Il primo campo minato è pertanto quello dell’informazione, i cui abbagli sono però indirettamente riconducibili alla natura dei nostri servizi, più suscettibili a “deviazioni” rispetto a quelli di altre nazioni (per motivi storici e geopolitici –diciamo così– che non è conveniente indagare). Di conseguenza (e a parziale discolpa dell’informazione stessa), non è in effetti semplice imbastire una “narrazione” ufficiale (o perlomeno ufficiosa), perché alcune cose sono talmente spregevoli e angoscianti che senza l’alibi della difesa della patria non è proprio possibile raccontarle (un caso esemplare è quello del Mossad, che della propria spregiudicatezza si fa addirittura vanto, appunto con la giustificazione della salvaguardia della sicurezza degli ebrei di tutto il mondo).

In Italia invece c’è sempre questa “cultura del sospetto” che nasce dal fatto che troppe volte la mancanza di scrupoli non è parsa orientata al conseguimento di un bene più alto (il sacrificio dei singoli per la salvezza del tutto) ma a un puro e semplice “auto-sabotaggio”. Forse sto usando eccessivi giri di parole, ma chi vuol capire ha già capito. Del resto, il paradosso emerge anche leggendo l’articolo senza alcun preconcetto complottista, per esempio quando una agente in incognito evoca uno scenario classico in cui i servizi devono intervenire in difesa del “Sistema Paese”:

«Immaginate cosa potrebbe accadere se una realtà – uno Stato straniero o un’azienda concorrente – riuscisse a sottrarre all’Italia un brevetto importante? O se la scoperta di un nostro laboratorio di ricerca venisse presa e portata fuori confine? Ci sarebbe il rischio di un danno economico enorme. Proteggere un brand significa tutelare una parte del Sistema Paese e in molti casi si traduce in effetti pratici, evitando che un’impresa tiri giù la serranda e si ingrossino le fila dei disoccupati».

Se tanto mi dà tanto, allora ogni qualvolta un governo svende le aziende italiane ai capitali esteri, gli 007 dovrebbero circondare la fabbrica e far arrestare i ministri, dico bene? Ma sappiamo che non funziona così: le multinazionali arrivano, licenziano, razziano e alla fine, giustappunto, “tirano giù le serrande”. Ora le allusioni di cui sopra dovrebbero essere un po’ più chiare; per completare il quadro della situazione, invito a un confronto tra le altrettanto accorate dichiarazioni sulla “minaccia degli hacker” (all’epoca non erano solo russi), con una vicenda appena accaduta: il “catenaccio” del Dipartimento di Stato americano a difesa di un hacker accusato di crimini informatici in Italia («Una scelta poco comprensibile, salvo non si immagini che l’hacker sia un subcontrattista nella cerchia esterna di una agenzia di sicurezza Usa», ipotizza -bontà sua- il Corriere).

Il resto è, francamente, aria fritta. Chiudiamo quindi con una risata tanto per risollevarci il morale: in una delle interviste che compongono l’“inchiesta”, c’è questo scambio di battute tra il giornalista e un agente segreto:

Ahò, ma che me stai a pijà p’er culo?! “Sì so’ n’agente segreto, ma nun o sa nisuno… solo mi’ moje!”. E mettece pure er pizzicarolo, er pizzarolo, er pollarolo…

Ma andiamo, cos’è ’sta storia? A questo punto tanto vale obbligare gli aspiranti agenti a guardarsi tutti i film di James Bond (quelli veri), almeno imparerebbero come ci si deve comportare, oltre che con mogli e suocere, anche con le insidiosissime “trappole al miele”.

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