La morte di Regeni come tragedia nazionale

La lunga reprimenda contro le bugie di Cambridge sul caso Regeni comparsa oggi su “Repubblica” (2 novembre, giorno azzeccato), con la quale in sostanza si elevano le paranoie complottistiche a “verità” mainstream, unita al tragicomico tweet di Renzi che, con piglio da scolaro ripetente, finge di infuriarsi contro i “prof” omertosi, segnano, ad onta degli accorati appelli e della retorica lagrimevole, il trionfo della fatidica “Ragion di Stato” su qualsiasi speranza di giustizia per il giovane ricercatore trucidato al Cairo.

Le avvisaglie che la montagna avrebbe partorito il topolino, cioè che le annunciate ritorsioni economico-diplomatiche si sarebbero risolte con un penoso ritorno alla corte di al-Sisi, erano da tempo nell’aria: per fare un esempio, nel giugno scorso Paolo Valentino sul “Corriere” plaudiva alla decisione del governo di rimandare gli ambasciatori in Egitto con la motivazione che

«solo un ambasciatore nella pienezza del suo mandato potrà spingere per far luce anche sul ruolo ambiguo tenuto nella vicenda dalle autorità inglesi, che non hanno mai accettato rogatorie e tendono a coprire i “committenti” accademici del povero Giulio».

Ognuno può pensarla come vuole, ma è impossibile non domandarsi con che coraggio la grande stampa, dopo aver passato per mesi a raccontare una storia di segno totalmente opposto, invocando senza sosta la revoca degli ambasciatori (e un auto-sabotaggio per l’Eni), ora cambi opinione di punto in bianco, a quanto pare in ossequio a un “interesse” diverso da quello dell’accertamento della verità.

Tuttavia, come dice il proverbio, piscis primum a capite foetet (e anche che il pesce grande mangia il pesce piccolo): le responsabilità di tale voltafaccia vanno evidentemente cercate più in alto. A partire dall’attuale classe dirigente, che in tutta la vicenda ha tenuto un atteggiamento indegno, a cominciare dal “capocordata” citato all’inizio, che già si era lasciato andare a imbarazzanti “salamelecchi” (è proprio il caso di dirlo!) nei confronti dell’adorato al-Sisi, definito “a great leader”, “salvatore dell’Egitto” e “pacificatore del Mediterraneo”. Anche l’inossidabile Pier Ferdinando Casini (che durante tutto l’affaire è stato Presidente della Commissione Esteri) non è stato da meno: è significativo che costui, dopo esser stato sin dall’inizio tra i più accesi sostenitori della “linea dura” (“richiamiamo gli ambasciatori”, “facciamo come Craxi a Sigonella”), si sia poi ridotto ad affermare (nella sua stessa Commissione) che «mettere l’invio dell’ambasciatore in Egitto in contrapposizione con la ricerca della verità sul caso Regeni è una speculazione ignobile, che va respinta al mittente» (4 settembre 2017).

A questo punto sarebbe utile capire a quale gioco stiamo giocando, e chi è che davvero impone certi clamorosi cambi di rotta. Rispondere ci porterebbe troppo lontano: tanto basta, però, a caratterizzare la fine di Regeni, al di là di ogni retorica, come vera e propria tragedia nazionale.

Ci sono del resto tanti aspetti del modo in cui è stata recepita la vicenda che dovrebbero portarci a una seria riflessione sulla deriva del nostro Paese non solo a livello istituzionale, ma anche culturale. Nessuno, in effetti, si è domandato perché buona parte dell’opinione pubblica abbia subito accolto le più fantasiose “ricostruzioni alternative” sul delitto, come se gli italiani non riuscissero più ad accettare il pensiero che un regime militare possa torturare e uccidere chi vuole, quando e come vuole. Ovviamente c’è chi ipotizzerà un “fascismo atavico”, se non congenito, a caratterizzare i propri connazionali; ma, ancora una volta, siamo costretti a ricordare che il pesce puzza dalla testa, e che questo “feticismo” per i dittatori altrui (in un popolo peraltro poco tollerante verso i propri) non è affatto innato, ma è stato inoculato da anni di disinformazione.

Mi riferisco in particolare a quei sedicenti “esperti di questioni internazionali” che fanno da cinghia di trasmissione tra i giornali dell’establishment e la cosiddetta “controinformazione”: chi, se non loro, ha legittimato il principio che il regime militare sia la forma ideale di governo in certe aree del mondo (specialmente nel Vicino Oriente)? Chi, in questi anni, ha creato il mito di un Egitto pacificato, de-islamizzato, sicuro per i turisti e le donne, amico di Israele, degli americani, dei russi, dei sauditi, degli italiani eccetera eccetera…? Non puntiamo dunque il dito contro chi è vittima, e non complice, della propaganda: è solo e soltanto dai panegirici su al-Sisi “salvatore della patria” che è potuto discendere il postulato della “santità” del dittatore egiziano, dal quale a sua volta è scaturito il corollario che il regime da egli presieduto non possa rapire e torturare uno studente.

Sì, anche questo fa parte della tragedia nazionale appena evocata, perché, per dirla in breve, chiudere gli occhi su tale scempio significa accettare che una dittatura militare dall’altra parte del Mediterraneo possa far ciò che vuole degli italiani, senza timore di conseguenze. Rendetevi conto che un “dettaglio” del genere inficia persino le versioni più paranoiche della vicenda, perché anche volendo concentrare tutta l’attenzione sul “fine” per cui è stato ucciso Regeni non cancella l’esistenza del “mezzo” con cui esso è stato portato a termine.

A tal proposito, ricordiamo un particolare che ha eccitato le fantasie di molti: il fatto che il corpo del giovane sia stato fatto ritrovare lo stesso giorno (3 febbraio 2016) in cui il Ministro dello sviluppo economico (con una delegazione di sessanta aziende italiane) avrebbe dovuto incontrare al-Sisi. Bene: c’è qualcosa, di questa storia, che non possa essere spiegato all’interno dell’angusto perimetro di una dittatura militare? Infatti si è parlato di una faida tra i diversi servizi segreti: l’ipotesi più probabile è che una fazione abbia voluto procurarsi un “cadavere eccellente” per ricattarne un’altra. Apprendo dai giornali (quindi è un’informazione da prendere con le pinze) che l’intelligence egiziana è lacerata tra quella civile, contro il Generale, e quella militare, di cui al-Sisi era il capo (tra i due litiganti, spunta una “Agenzia di Sicurezza Nazionale”, con ruoli operativi e di coordinamento): pare che l’intelligence civile sia ancora interessata a scalzare al-Sisi, perciò è plausibile che siano stati i suoi uomini a far ritrovare accanto al corpo di Regeni una coperta in uso all’esercito.

Visto che stiamo parlando di quel che è l’Egitto sotto i militari, vogliamo en passant evidenziare che il regime del Generale non sia poi così “anglofobo” come viene presentato: i rapporti con la British Petroleum dimostrano esattamente il contrario, per non dire della recente comparsa di Tony Blair (!) nelle vesti di consulente economico (che ha poi preferito mantenere la collaborazione a livello informale attraverso il suo spin doctor Alistair Campbell). Notiamo, ancora di sfuggita, che proprio alla luce della spregiudicatezza del Generale, gli inviti della grande stampa a congelare i contratti dell’Eni come ritorsione (prima del repentino cambio di linea editoriale) risultano quantomeno ridicoli: una mossa del genere, in fondo, non avrebbe danneggiato altri che l’Italia (eppure anche questo si spiega senza evocare chissà quali trame occulte, ma soltanto l’autolesionismo di cui siamo maestri).

Mi stupisce, in definitiva, che gli auto-proclamatisi “realisti” debbano poi inventarsi il complotto anglo-massonico per sostenere un’ingiustificabile sudditanza al dittatorello di turno. Non per questo mi sento di abbracciare in toto il fronte “idealista”, anche se idealmente non posso che schierarmi dalla loro parte, perché è ideale stare idealmente con gli idealisti. Concretamente, però, ho più di una riserva da esprimere su quello che i russi chiamano “attivismo da divano”: quali possono essere d’altronde le prospettive di chi invoca, rebus sic stantibus (e quindi spes contra spem) “Giustizia per Regeni”, se nel giro di qualche mese egli si è già ridotto a chiedere solo “Verità per Regeni” (un “contentino” contro la frustrante sensazione nessuno dei colpevoli verrà mai condannato)?

Mi permetto di osservare, in cauda venenum, che lanciare alti lai contro la “Ragion di Stato” cambia di poco la verità effettuale della cosa, e cioè che l’unico modo per ottenere giustizia per un nostro connazionale è proprio attraverso questa benedetta “Ragion di Stato”…

Vorrei chiudere proprio con le considerazioni più amare, che purtroppo non riesco a edulcorare per evitare fraintendimenti. Se Regeni è morto, è proprio perché la Ragion di Stato dalle nostre parti si è dileguata: in un mondo ideale (ma non idealistico, non “il migliore dei mondi possibili”), un ricercatore italiano avrebbe dovuto investigare su certe tematiche per una università italiana. No, non si tratta di sciovinismo d’antan o del solito lamento sulla “fuga dei cervelli”, ma di qualcosa di molto più semplice (e al contempo estremamente più complesso): ciò che intendo dire è che il campo di cui si occupava il nostro connazionale non ha a che fare esclusivamente con la “ricerca pura”, ma interseca ambiti più “delicati”, “sottili” (politica, relazioni internazionali, diplomazia). Dunque per adempiere a questo tipo di incarichi è sempre necessario avere le “spalle coperte”, anche nel caso che, per usare un altro eufemismo, “qualcosa andasse storto”: uno come Regeni, insomma, avrebbe dovuto occuparsi del sindacalismo indipendente di uno Stato straniero non “per conto terzi”, ma per un’istituzione che non può considerare in alcun modo “sacrificabile” uno dei propri studenti senza temere per la propria stessa sopravvivenza.

Credo che questo sia alla fine il punctum dolens: il macabro balletto delle responsabilità tra il Cairo e Roma, nonché tra Cambridge e Bruxelles, dipende proprio dal fatto che nessuno si sente davvero chiamato a fare Giustizia per Regeni. Certi discorsi probabilmente la mia generazione non è nemmeno più in grado di capirli, eppure prima o poi saremmo costretti a farli nostri, quando le prospettive utopistiche e palingenetiche crolleranno miseramente. I segnali ci sono già tutti; il più evidente (e perciò forse il meno notato) è che in nessun istante di questa storia Giulio Regeni è stato considerato un cittadino europeo. Il fatto che tale indifferenza non abbia generato alcuno sdegno negli stessi che ora tuonano contro il governo italiano o l’Università di Cambridge (a seconda dei gusti personali) è la rappresentazione plastica di quanto finora affermato.

D’altro canto, sulla breve distanza è più probabile che non saranno gli attivisti da divano a far crollare il regime egiziano, quanto le divergenze interne ad esso. Le dittature militari hanno generalmente vita breve e di solito l’inizio della fine comincia con la prima sortita oltreconfine: per Videla (cinque anni) furono le Malvinas; per i colonnelli greci (sette anni) Cipro; per i generali egiziani potrebbe essere la Libia, sulla quale ogni tanto buttano un occhio. Quando la tensione non potrà essere più sopita da esecuzioni di massa, torture e arresti preventivi, giungerà il momento di scaricarla all’esterno. Ed è lì che i più spregiudicati “realisti” si accorgeranno di aver puntato su un altro cavallo perdente (che nel frattempo forse avremmo contribuito anche noi ad abbattere, come abbiamo fatto con Gheddafi).

Sulla breve distanza, però, sarà appunto necessario tornare a pensarsi come una collettività unità da degli scopi comuni, se non per amor almeno per carità di patria

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