La nota politica (Milano)

Guido Piovene scrive il suo Viaggio in Italia tra il 1953 e il 1956, cioè alla vigilia del cosiddetto miracolo economico [*]. Nelle pagine dedicate a Milano ci si aspetterebbe di trovare attestazioni di fermento e vitalità. E invece Piovene racconta soprattutto il “disagio di una città poco adattabile ad un regime come il nostro, eternamente ambiguo tra il socialismo e l’iniziativa privata” [**].
Gli imprenditori che incontra non fanno che lamentarsi. Ecco, dunque, “il leitmotiv di tutti i pensieri lombardi: Noi siamo i produttori della ricchezza; lasciati a noi stessi e al rispetto delle regole dell’economia, saremmo ancora sani e solidi. Non ammazzateci sovraccaricando le industrie di mano d’opera superflua, accollandoci imprese cadaveriche, spaventando gli investimenti per demagogia politica, imponendoci il peso di una burocrazia nemica, obbligandoci insomma a un’elemosina forzosa”.
Quanto ai rapporti con la politica, continua Piovene, “ascolto sfoghi come questo: Il Governo l’è una bestia. Ma cosa dice! Loro vogliono venire a insegnare a noi! Loro hanno tutto da imparare! Nessuno l’è più bestia del Governo”.
Parole che si immaginerebbero pronunciate oggi. Eppure, quei governi-bestie stavano portando l’Italia tra le prime potenze industriali del mondo! (A dare un giudizio più sfumato dei sentimenti del mondo imprenditoriale provvede il dominus della Comit, Raffaele Mattioli, che davanti a Piovene “irride i piagnoni costituzionali, pochi e perciò tanto più striduli. Sono, dice, quelli che si lagnano se il Governo interviene, e più si lagnano se non interviene”).

[*] Secondo Ettore Bernabei l’espressione, nata all’estero, celava un certo disprezzo verso l’Italia democristiana. Il boom non poteva essere certo il frutto di un modello sociale ed economico così poco liberale! Era piuttosto, per fare il verso a quei cattolici di italiani, un miracolo.

[**] Da notare: non si riconosce l’originalità di un modello, i cui caratteri sono irriducibili al socialismo e al capitalismo all’anglosassone. Si parla piuttosto di ambiguità, con allusione a vizi considerati tipicamente italici come il compromesso fine a sé stesso, il bizantinismo, l’oscurità (in un altro contesto nazionale non si parlerebbe di ambiguità, ma, con valenza positiva, di pragmatismo).

Purtroppo queste parole non sono del sottoscritto, ma di uno dei maestri segreti della nostra epoca, un cesellatore della parola che in un’enciclopedia della letteratura immaginaria italiana, se il suo cognome cominciasse per M o N invece che per G, dovrebbe comparire di diritto nel sesto volume dell’opera, tra Maurizio Milani e Paolo Nori.

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