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La pandemia woke si diffonde nelle università italiane

Sembra che il terreno di coltura più adatto alla diffusione della cosiddetta ideologia woke (una forma di politicamente corretto all’ennesima potenza dove tutti accusano tutti di omobitransfobia, razzismo e nazismo, rappresentazione plastica di quel “suicidio della rivoluzione” di delnociana memoria), anche dalle nostre parti, come negli Stati Uniti, sia da identificare in ambito universitario.

L’anno passato si è avuto un assaggio del wokeism (tramite influenza diretta delle agenzie culturali d’oltreoceano) con il caso delle tre ragazze italiane accusate a livello internazionale di “razzismo” che ha portato l’Istituto Universitario di Lingue Moderne a porgere le sue scuse per il comportamento (fuori dall’università!) di una delle tre “delinquenti” in quanto frequentante l’istituto milanese.

Dopodiché il diluvio: un dilagare sempre più marcato del morbo, con alcuni episodi che hanno suscitato un qualche clamore come la sospensione per sei mesi di tre studenti della Bocconi, rei di aver pubblicato sui social dei commenti offensivi sulla decisione di adibire delle toilette gender neutral (per transessuali) nell’istituto, nonché la promulgazione di decaloghi all’insegna dell’inclusività che vedono come ultimo esempio l’approvazione (all’unanimità), da parte del Consiglio di Amministrazione dell’Università di Trento del cosiddetto “femminile sovraesteso” (sic), che si traduce nell’obbligo di indicare nei documenti ufficiali dell’Ateneo tutte le cariche al femminile anche nel caso vengano svolte da uomini (dunque la Presidente, la Rettrice, la Segretaria, la Direttrice, la Professoressa, la Candidata).

È singolare che già nel comunicato stampa con cui l’università annuncia festante il provvedimento, il rettore della stessa, Flavio Deflorian, venga indicato per l’appunto ancora come “il rettore” e non “la rettrice Flavio”. Ciò che tuttavia, al di là delle inevitabili contraddizioni dettate dall’evidente artificiosità della disposizione, rivela la sua natura woke è l’idea di fondo che si possa governare la “fluidizzazione” con del dogmatismo a buon mercato.

Eppure, proprio dalla prospettiva woke emerge subito l’esempio più adatto a questi tempi di costante evoluzione: nel caso che un membro del personale da poco sottopostosi a “transizione” da donna a uomo, o che anche solo non si riconoscesse nel genere femminile pur appartenendo allo stesso, trovasse “transfobico” essere indicato/a come “la professoressa Giulio” o “la segretaria Mario”, cosa accadrebbe?

Si noti che tale “congegno di autodistruzione” è insito nella definizione dell’ideologia, la quale prende il nome dalla corruzione del participio passato del verbo to wake, “svegliarsi” [woken], entrato nel gergo degli afroamericani (come se, per capirci, un movimento studentesco napoletano facesse diventare mainstream la formula Scetammece e il conseguente “scetatismo”) e inizialmente collegata solo alla questione del razzismo contro i neri, considerato il faro dell’azione politica corrispondente al wokeism.

Il che, in parole povere, si traduceva fino a pochi anni fa, giusto per fare un esempio, nel divieto di avanzare qualsiasi accusa di “misoginia” alla musica rap in base ai dettami provenienti da una sorta di “piramide del vittimismo”, sulla cui cima campeggiavano i bisogni degli afroamericani prima di quelli di donne, omosessuali, disabili eccetera.

Oggi il Kulturkampf condotto per minoranze (etniche o sessuali) sembra riformulare giorno per giorno le proprie gerarchie dell’esclusione, privilegiando ora, come si è visto, il “femminile sovraesteso” a discapito del “transfemminile pan-inclusivo“. Almeno per il momento, fino a quando non verrà stabilito il prossimo “risvegliato” più “sveglio” degli altri.

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