La personalità antiautoritaria (Adorno e le tette)

Una storia che ha sconvolto gli appassionati di filosofia contemporanea più di Althusser che ammazza la moglie o Heidegger che va a vedere le partite a casa del vicino con la tv (altro che Quaderni neri!) è quella delle tre studentesse dell’Università di Francoforte che nel 1969 si denudarono di fronte a Theodor Adorno. Fu un trauma così intenso che pochi mesi il filosofo ne morì (o almeno così affermano le ricostruzioni più “spinte”). Si sa, il Nostro aveva chiamato la polizia per sgomberare la facoltà e gli studenti (da lui considerati dei fascisti tout court) avevano proclamato che Adorno als Institution ist tot (“Adorno come istituzione è morta”).

Sarebbe interessante fare una ricerca sul grado di Schadenfreude con cui la notizia venne accolta dai bollettini più reazionari; sfortunatamente internet non è ancora giunto a un livello ottimale di archiviazione, e l’unica raccolta disponibile in Italia, quella (ammirabile) de “La Stampa” non ne fa parola.

Del resto, è giusto ricordare che Adorno non fu soltanto uno dei padrini del sessantottismo, ma finché gli fu possibile si comportò da “amicone” con gli studenti, andando alle loro feste e, secondo la testimonianza della sua segretaria, indulgendo un po’ troppo alla galanteria con le allieve più piacenti. Ancora nell’estate del 1968, nel suo corso di sociologia, elogiava il movimento studentesco come unico antidoto a derive totalitarie di stampo huxleyano o orwelliano. Un anno dopo, la contestazione travolse anche lui, forse in maniera più crudele e oltraggiosa di chi aveva apertamente osteggiato la rivolta universitaria: «Le ragazze vengono avanti mostrando il seno nudo e sghignazzando all’indirizzo del professore, e lui amareggiato che dice di non capire più il mondo in cui vive», ricorda ancora la segretaria.

Dal punto di vista filosofico, uno dei pochi ad aver provato a dare un senso a questa storia è stato Peter Sloterdijk nel suo classico Critica della ragion cinica (cur. A. Ermano, Cortina, Milano, 2013, pp. 51-52), che tuttavia visto da distanza sembra soltanto un libro di aneddoti spassosi (il che lascia la questione irrisolta – nel senso: ma qualcuno fa ancora finta di leggerlo Adorno? E questa, per Sloterdijk, è una battuta da Kyniker o da Zyniker?).

«Per ironia della sorta proprio Theodor W. Adorno – uno tra i massimi teorico dell’estetica moderna – è stato egli stesso una vittima dell’impulso “neokinico”. Un giorno, un gruppo di dimostranti si fece incontro al filosofo, entrato in aula per tenere la sua lezione, e gli sbarrò l’accesso al podio degli oratori. Niente di straordinario, dato che correva allora l’anno 1969. Tuttavia, un dettaglio era destinato, nel nostro caso, a richiamare l’attenzione generale. Tra i contestatori si erano, infatti, distinte le studentesse, alcune delle quali, per protesta, si denudarono il petto di fronte al pensatore. Tale disvelamento non va sussunto da un argomentare erotico-sfrontato “per cutem femininam”, peraltro usuale. Quelle tette simboleggiavano, quasi in senso antico, corpi usati “kinicamente” ignudi, corpi a mo’ di argomenti, corpi come armi. Averle mostrate – indipendentemente dai motivi privati delle dimostranti – assunse una valenza antiteoretica. In un qualche modo confuso, costoro avevano voluto schierarsi a favore di una “prassi di cambiamento della società” o comunque per qualcosa di più che non lezioni e seminari filosofici. Adorno si ritrovò in una posizione tragica e, nondimeno, comprensibile: quella del Socrate idealista; le donne in quella del selvatico Diogene. Contro la teoria, la più ricca di discernimento, ecco dunque opporsi l’ostinato e (speriamo) intelligente uso dei corpi)».

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