La Peste prima della Peste

Déclarez l’état de peste. Fermez la ville.

Non si può rinunciare alla figa per un po’ di peste. Capisco bene quel che vorreste sentire da me; è da quando è cominciata la quarantena che insistete. Il 2020 è stato finora guerra, barbarie e peste peste peste; ma voi: “Sì, va bene, ma quand’è che torni a parlare di figa?”

Grazie. Devo ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicino in questo periodo. I camerati. Gli incel. Le puttane assassine. Tante persone hanno dimostrato affetto sia in privato che in pubblico. Non lo credevo possibile, dato che sono una delle persone più egocentriche che esistano (l’esaltazione è commisurata alla mancanza di valore) e anche dal punto di vista intellettuale tendo a un certo solipsismo (che pare eclettico solo perché sono nato ai tempi di internet, ma in realtà parlo sempre di me stesso).

Il tempo delle storielle sporche che vi piacciono tanto non è però ancora giunto. Vorrei invece parlare della Peste di Camus. Chi ha resistito alla tentazione di leggerlo o rileggerlo? Io lo avevo già fatto nel 2005 (tre lustri…) e sinceramente non mi aveva detto quasi nulla. Del resto fino alla fine dell’anno passato ho condotto un’esistenza molto grigia e noiosa, come ben sapete. Ora invece alcuni passaggi hanno finalmente mosso qualche corda: e no, il coronavirus non c’entra. Parlo di grands sentiments, della descrizione, per esempio, degli amanti di Orano divisi dal flagello:

“Se pensavano alla peste, era sempre nella misura per cui il morbo dava alla loro separazione dei rischi d’essere eterna. Portavano quindi nel cuore stesso dell’epidemia una distrazione salutare, che si era tentati di prendere per sangue freddo. La disperazione li salvava dal panico;  il dolore, per essi, aveva qualcosa di buono. A esempio, se accadeva che uno di loro fosse portato via dal male, era quasi sempre senza che avesse avuto il tempo di riguardarsene. Tratto dalla lunga conversazione intima che sosteneva con un’ombra, egli era gettato allora, senza transizione, nel più fitto silenzio della terra. Non aveva tempo per niente”.

Suggestioni per me all’epoca incomprensibili ma che oggi acquistano un minimo di senso. Non val la pena ridurre questo capolavoro a un trattato di politica e psicologia delle epidemie (“Quella peste era la rovina del turismo”; “Non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva”; “Il desiderio di essere seppelliti decentemente era più diffuso di quanto non si creda”), nonostante la descrizione dell’ordre même de la peste come il più mediocre in assoluto, quello che estingue i grands sentiments appena evocati in favore della monotonia, colpisca anch’essa nel profondo. “Tutta la città somigliava a un’anticamera”; “Tutto quel tempo non fu che un lungo sonno”, Tout ce temps ne fut qu’un long sommeil, ben rappresentato dall’orchestra rimasta bloccata in città che esegue l’Orfeo di Gluck una volta a settimana, come in un’allucinazione.

Anch’io ho dormito a lungo in questo periodo, long temps d’exil, il più triste e miserabile della mia vita. L’habitude du désespoir est pire que le désespoir lui-même. “L’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa”. L’ange de la peste si è impossessato fin troppo della mia penna. Adesso però è il momento di finirla. Non ha alcun senso rinunciare a parlare di figa, nemmeno nel momento in cui ci trovassimo al cospetto della vera peste.

A parte Camus, in questo periodo ho scoperto un altro scrittore: l’Autore della citazione in esergo, un amico del quale a dirla tutta non conosco nemmeno il volto (ma posso intuire abbia il mio stesso problema, visto che tra i vari nickname una volta adottò quello di Mister Incel, anche se “in mio onore”). Le sue letterine sono state un commovente accompagnamento a questa quarantena, e se non rischiassi di sputtanarlo ne riporterei persino le virgole. Teniamocele invece tutte per noi, tanto più che io devo continuare a fare l’egocentrico sennò non me la dà più nessuna.

Dicevamo: alla fine il buon Camus con La Peste è riuscito a rappresentare la condizione umana da una prospettiva universale, seppur per la via stretta di una ispirazione che in chiunque altro avrebbe finito per risultare anacronistica. È noto infatti, a detta dell’Autore stesso, che l’epidemia non è che una metafora della lotta contro il nazifascismo. D’altro canto concetti come la “legge dei cuori onesti”, il “partito delle vittime”, oppure della bontà che prevale sulla malvagità, espressi esplicitamente nel capolavoro, rappresentano tracce di un umanesimo che col senno di poi si fa fatica a considerare esistenzialista o tragico, né ancor meno “stirneriano” come invece parve all’epoca.

Siamo davvero in un altro evo, e lo si evince pure nei dettagli, come il fatto che a nessuno verrebbe in mente di citare La Peste nel suo originario significato politico: penso a una recente intervista a Eugenio Borgna (Panorama, 18 marzo 2020), nella quale il noto psichiatra alla domanda “Le è mai capitato di vivere un momento paragonabile a questo?” perde un’occasione d’oro per dirozzare un po’ il mainstream e, pur evocando il parallelo tra peste e guerra, si perde in memorie d’infanzia che, per quanto pregevoli, lasciano il tempo che trovano:

“Avevo 13 anni quando fummo costretti a lasciare questa casa per fuggire in montagna, inseguiti dai tedeschi che avevano minacciato di sequestrarci. Mia madre guidava il gruppo di sei figli, l’ultimo di un anno. Mio padre, che non aveva aderito al partito fascista, era entrato nella Resistenza. Fino a quel momento il sentiero dell’adolescenza mi appariva rettilineo. Improvvisamente, era divenuto buio e tortuoso. Non capivo cosa ci stesse opprimendo. I militari tedeschi erano un nemico oscuro. Tutto poteva concludersi da un momento all’altro. Infine, eravamo soli, perché aiutarci significava esporsi alle minacce dei tedeschi”.

Camus l’aveva detta meglio, semplicemente non dicendola. Non è così facile parlare della propria esistenza, soprattutto per chi si è trincerato per una vita dietro la “cultura”. Talvolta è sfiancante persino lamentarsi, come nelle circostanze attuali che mi hanno colto totalmente alla sprovvista e quasi tolto la capacità di scrivere di quell’unica cosa che m’ha fatto onore (v. supra). Non mi arrenderò tuttavia all’obbligo di appiattire ancora i grands sentiments alla politica, o addirittura alla sanità (come sta accadendo oggi con l’austerity esistenziale a cui ci stanno sottoponendo). Forse posso concedere qualcosa alla letteratura, ma solo a quella cattiva. Per il resto preferisco la peste, decisamente.

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