La Polonia e l’Occidente

Se è noto che sul “fronte orientale” la Polonia è continuamente impegnata a contenere l’espansionismo russo, ultimamente le cronache hanno dato risalto al gran daffare a cui sono sottoposti i suoi diplomatici anche sul “fronte occidentale”, quello dell’Unione Europea.

I “dossier” all’ordine del giorno diventano sempre più numerosi, ma sicuramente il più importante è quello sulle riparazioni di guerra che Varsavia esige da Berlino. Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Witold Waszczykowski, minaccioso sin dal nome (ma in realtà si pronuncia semplicemente “Vascicofski”) sono state piuttosto chiare: se il governo tedesco continua a provocare quello polacco, allora quest’ultimo si troverà costretto a pretendere il risarcimento per l’invasione nazista, già quantificato tra gli 800 e i 1000 dollari. Questa linea è sostenuta dalla stessa Beata Szydło e ovviamente dalla stampa filogovernativa e di orientamento nazionalista (scrive, per esempio, “Fronda”: «I rapporti di buon vicinato secondo i tedeschi si verificano solo quando la Polonia è ridotta a obbediente semi-colonia; quando invece la Polonia acquista un suo peso e invoca un atteggiamento onesto e collaborativo, allora per la Germania ciò diventa scandaloso e inaccettabile. La bestia teutonica rialza di nuovo la testa e chiede di essere messa a bada»).

La polemica non è del tutto pretestuosa, poiché in effetti Varsavia fu costretta rinunciare alle indennità nel 1953 per imposizione dell’Unione Sovietica e poi ancora nel 2004, quando l’ingresso in un’altra “Unione” (quella Europea) impose di nascondere il problema per l’ennesima volta.

La querelle polacco-tedesca, in virtù dell’egemonia merkeliana, non si esaurisce tuttavia nei rapporti tra i due Paesi, ma si estende nel componente subalterno dell’“asse”, la Francia di Emmanuel Macron. Bisogna osservare che l’enfant prodige (ma già un po’ gâté) dell’europeismo aveva iniziato ad attaccare Varsavia sin dalla campagna elettorale: in un’intervista del 27 aprile (guarda caso dopo la disastrosa visita alla Whirlpool), Macron si era dichiarato favorevole alle sanzioni, con la motivazione che il governo polacco violerebbe “tutte le regole europee”:

«“Nei tre mesi che seguiranno la mia elezione, sarà presa una decisione sulla Polonia. Metto tutta la mia responsabilità su questo soggetto”, avverte Macron. “Non possiamo avere un Paese che applica diversi trattamenti fiscali e sociali all’interno dell’Unione Europea e che per giunta viola tutti i principi di questa Unione”.
Quindi Macron desidera che entro questa estate siano applicate le sanzioni. Non sul dumping sociale, perché è impossibile allo stato attuale della normativa, ma sui valori. “Non possiamo avere un’Europa che dibatte sui decimali per i bilanci di ogni Paese, e quando invece uno di questi Paesi si comporta come la Polonia o l’Ungheria nei confronti dell’università e della conoscenza, contro i rifugiati, contro i valori fondamentali, non prende alcun provvedimento”. E se non accade nulla dopo tre mesi? “Vedrete che ci riuscirò. Non lascerò l’Europa così com’è ora”».

Nonostante il ministro per gli affari europei Konrad Szymański avesse già a suo tempo redarguito il candidato premier, definendo le sue dichiarazioni “un concentrato di puro populismo” (e aggiungendo che «in certi casi è difficile vedere le differenze tra Marine Le Pen e il candidato descritto come il più europeista di tutti»), il “Mozart della finanza” dopo la vittoria è tornato alla carica. Pur di attaccare i polacchi, Macron ha addirittura ventilato la possibilità di cancellare uno degli elementi portanti dell’Unione, la mobilità dei lavoratori. E anche in tal caso è stato piuttosto semplice per i rappresentanti polacchi controbattere al pupillo della Merkel: «Mi preoccupa che il Presidente francese stia attualmente minando i pilastri dell’Unione Europea, cercando di introdurre il protezionismo contro il libero mercato e la circolazione dei servizi», ha osservato ancora la Szydło.

Per giunta il malcapitato Macron aveva espresso tali considerazioni a Varna, quasi a dimostrare che la Polonia fosse ormai ridotta “ai margini dell’Europa”: che sorpresa quando si è dovuto sorbire pure le rimostranze del primo ministro bulgaro.

Questo non è che un altro sintomo del ribaltamento dei rapporti di forza all’interno dell’Unione, promosso dal “convitato di pietra” Donald Trump, la bestia nera degli entusiasti della trazione (franco-)tedesca, tra i quali purtroppo vanno annoverati anche i “vassalli” di contorno come Italia e Spagna. È qui necessario osservare che sia la classe politica polacca che la stampa di ogni orientamento erano state piuttosto “attendiste” nei confronti del nuovo Presidente americano. Per esempio, “Gazeta.pl”, di orientamento liberal-democratico, prevedeva uno scenario positivo e uno negativo, riducendo però il primo esclusivamente alla possibilità che Trump non avesse mantenuto le sue promesse. In un altro pezzo, la medesima testata auspicava addirittura che egli si rivelasse un semplice ciarlatano, con argomenti al limite del provocatorio: dal momento che chi comanda davvero negli Stati Uniti sono le compagnie private, The Donald non potrà fare molto per ridurre le importazioni e il deficit commerciale, quindi alla fine non ci saranno crisi economiche in Polonia. Questo punto è importante, perché i polacchi esportano in Germania, e la Germania è a sua volta il più grande esportatore del mondo (ha superato pure la Cina): perciò se gli Stati Uniti (primo mercato tedesco) frenassero l’import, vi sarebbe una reazione a catena eccetera eccetera.

Inoltre, prima della storica visita a Varsavia (di cui parleremo), non c’era ancora nulla che rassicurasse i polacchi sul fatto che gli americani avrebbero rispettato il famoso articolo 5 del Patto Atlantico, quel casus foederis applicato solo per gli attacchi dell’11 settembre (cioè quando conveniva a Washington). Persino l’invio di truppe americane  nella base di Żagań (al confine con la Germania), sembrava più un colpo di coda dell’amministrazione Obama contro Mosca, nonché un modo per rassicurare gli alleati sulla tenuta della Nato in seguito a un eventuale sfaldamento dell’Unione. Del resto, col governo che attualmente la Polonia si ritrova, una presidenza Clinton non sarebbe stata considerata migliore: già poco tempo fa Bill aveva paragonato Kaczyński e Orbán a Putin per le loro politiche sull’immigrazione (ricevendo l’invito, da parte di Jarosław Kaczyński di farsi curare il cervello). Nonostante i grandi proclami, ai “russofobi” americani in fondo non interessa affatto “morire per Varsavia”, specialmente se da quelle parti c’è un governo “conservatore” in carica. Lo dimostra, per fare un esempio fra tanti, l’atteggiamento tenuto dai liberal nei confronti della “decomunistizzazione”: se l’Ucraina abbatte centinaia di statue, cambia i nomi delle vie e riscrive i manuali di storia, si può chiudere un occhio; se la Polonia invece prende qualsiasi iniziativa (anche la più blanda) contro i collaborazionisti del passato regime, si parla immediatamente di “caccia alle streghe”.

In tutto questo, una nota di colore è rappresentata dalla condotta del mitico Wałęsa, il quale nello stesso giorno in cui rilasciava un’intervista allarmata a “Repubblica”, si congratulava invece su Facebook (in polacco) col nuovo Presidente americano, insinuando di esser proprio lui il suo ispiratore segreto. Così infatti Donald nel 2010 avrebbe apostrofato Wałęsa in un club della Florida di sua proprietà (di Trump, non di Wałęsa): «Se in Polonia un operaio è riuscito a rovesciare il comunismo e diventare Presidente, perché dovrebbe essere impossibile per un miliardario diventare Presidente dell’America capitalista?» [“Skoro w Polsce możliwe było aby robotnik obalił komunizm i został prezydentem, to dlaczego w kapitalistycznej Ameryce milioner nie może zostać prezydentem…”].

Sfortunatamente per il vecchio Lech, nella sua visita in Polonia del luglio scorso Trump non ha voluto nemmeno incontrarlo, preferendo invece dedicare la sua attenzione al nuovo vento “patriottico” proveniente da Est. Nel discorso di Piazza Krasiński a cui accennavamo, il novello Presidente ha riconosciuto la nazione polacca come potenza europea emergente, dando il suo assenso al Gruppo di Visegrád e alla cosiddetta Iniziativa dei Tre Mari, smaccatamente ispirata all’Intermarium di quel generale Piłsudski evocato nel ricordo del “Miracolo della Vistola”, la battaglia con cui nel 1920 i polacchi impedirono il dilagare delle orde sovietiche in tutta Europa.

In sostanza, rilanciando il mito del “baluardo” (che gli studioso definisco appunto antemurale myth e che è perfettamente rappresentato dalla concezione della Polonia quale “Cristo delle nazioni”), Trump ha ridisegnato l’approccio americano verso l’Unione, annunciando anche un sostegno concreto, soprattutto dal punto di vista energetico, a quei Paesi dell’Est intenzionati a contenere le spinte distruttive provenienti da Berlino (con Parigi ormai tagliata fuori, nonostante il coreografico “post-gollismo” macroniano) e quelle espansionistiche ventilate da Mosca, le cui sortite fra i “tre mari” (Nero, Baltico e Adriatico) rimarranno confinate alla Crimea e a quel poco che Putin ha potuto rosicchiare a causa del fallimento dei precedenti piani “euro-americani”. Dunque, in conclusione, possiamo affermare che per la Polonia c’è qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

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