La Polonia esporta prodotti “halal” in tutto il mondo

In un discount all’apparenza ultra-italiano (ma in realtà solo una facciata per vendere più tranquillamente tonno ivoriano, mozzarella tedesca e aranciate austriache) ho trovato il Van Pur Malt, un soft drink fatto di acqua, zucchero, malto d’orzo e luppolo. La cosa singolare è che il prodotto, di provenienza polacca, aveva sul retro una singolare “certificazione” halal.

L’etichetta rimanda a un sito (halalpoland.pl) in costruzione dal 2012, inutile quindi per comprendere i motivi per cui una bibita polacca abbia bisogno di una certificazione halal, quando la popolazione islamica del Paese non supera lo 0,1% (sic) e l’unica associazione islamica (la stessa che ha dato l’approvazione) è composta da 523 membri.

Prima di imbastire una spiegazione, ricapitoliamo brevemente la questione: la  prima regolamentazione sul permesso di apporre una certificazione sui prodotti risale al 1936 e venne stipulata tra il governo e il muftì Jakub Szynkiewicz, orientalista di origine tatara che dopo l’occupazione comunista fu costretto a emigrare prima in Egitto e poi negli Stati Uniti, dove morì nel 1966.

Più controverso il tema della cosiddetta “macellazione rituale”, specialmente negli ultimi anni, in concomitanza con l’aumento dell’immigrazione islamica in Europa: se un decreto del 1989 consentiva eccezioni, nel 2013 il Tribunale costituzionale della Repubblica l’ha dichiarata illegale. Il divieto è durato tuttavia pochi mesi,  quando la potentissima comunità ebraica polacca è intervenuta per farlo rimuovere quasi immediatamente in nome della “libertà religiosa”.

Un dato emerso da tale dibattito è la natura fortemente votata all’export di tali prodotti halal: sembra pertanto che questa sia l’unica spiegazione plausibile dell’etichetta. Considerando infatti, come dicevamo, l’esiguità della comunità musulmana in Polonia (composta perlopiù da tatari che vivono lì da secoli) e la dichiarata intenzione di qualsiasi governo al potere di non attrarre immigrati provenienti da paesi islamici (piuttosto che accoglierne solamente uno, l’ex ministro degli interni si era detto disposto a pagare qualsiasi sanzione), è evidente che questi prodotti “certificati” sono pensati specificatamente per il mercato estero, in particolare per le varie province ormai “islamizzate” dell’Europa. Dunque vada pure per il cibo halal, ma “non nel mio cortile” [nie na moim podwórku].

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