La prima visita (una speranza, di nuovi cieli e di una nuova terra)

Dopo una breve e distaccata presentazione, la dottoressa mi chiese se soffrissi di qualche tipo d’intolleranza; quasi a comunicare una specie di sconforto per la mia risposta negativa, passò immediatamente a questioni più imbarazzanti: “Fa abitualmente uso di droghe, sostanze stupefacenti?”

“No di certo”, risposi nettamente, senza indugi. La questione era stata posta nel modo più corretto possibile, per non mettere in difficoltà il paziente, permettendogli così di mantenere un livello minimo di ipocrisia. Non si chiedeva infatti di confessare chissà quale peccato di gioventù (anche i giovani ne hanno), ma solo di confermare una dipendenza o perlomeno una “cattiva abitudine”.

Forse colpita dal tono energico e orgoglioso, la dottoressa rincarò la dose: “Mai avuto rapporti occasionali con prostitute, con omosessuali?”.

L’edulcorazione era già terminata, ma non mi lasciai sorprendere: “No, mai”. Perché in fondo quell’altro peccato di gioventù aveva qualcosa di arcaico e letterario: i giovani oggi sono più idealisti, sia in amore che in economia. Investire in ciò che si spera di poter ottenere gratis, per loro assomiglia davvero a un peccato.

Di fronte all’ennesimo diniego, la mia esaminatrice calò la carta vincente: “Ha avuto rapporti sessuali negli ultimi tre mesi?”.
“No”, dissi secco, nascondendo ogni ipotetico disagio. Mi guardò con quegli occhi marroni che ben si abbinavano alla carnagione mulatta: era una femmina d’etnia e d’età indefinite, poteva essere una somala trentenne o una brasiliana sulla quarantina.

“Nessun rapporto?”, insinuò ma senza alcun intento di offesa nella voce; parve quasi stupita.
“No, no”, confermai sorridendo leggermente, e allargando una mano come quando si invita una persona a passare avanti. Avevo spesso queste movenze teatrali, nel parlare di sesso, perché l’ho sempre ritenuto un pessimo tema di discussione, al pari della musica commerciale o della cattiva letteratura.

Da ragazzo gli amici più grossolani mi chiamavano “il fratone”, mentre i più raffinati “il cataro”. Praticavo l’astinenza nei confronti di qualsiasi cosa, persino per un caffè al bar: volevo restare in perfetto equilibrio, totalmente padrone delle mie voglie. Solo dopo i vent’anni, forse anche per reazione a una lunga stagione agra, mi lasciai travolgere dagli appetiti, concludendo quel decennio cruciale nel peggiore dei modi.

I tre mesi di astinenza erano una delle conseguenze di tale auto-distruzione, e se la dottoressa mi avesse posto la domanda tre mesi prima, la risposta sarebbe stata la stessa. Era già passato così tanto da giugno, da quando l’ennesima agnellina si era rivelata la solita lupa, lycisca.

Le mie relazioni sentimentali rientravano integralmente nella degradazione di cui stavo parlando: tale ammissione tuttavia assomigliava molto a un altro modo per colpevolizzarmi. Era forse la condizione di vittima sacrificale nella quale mi ero messo, a condannarmi a un’eterna sottomissione a dei mostri di egoismo? Non ho mai conosciuto persone più prive di empatia delle donne che ho avuto, questo sarei pronto a giurarlo.

Intanto il colloquio preliminare era terminato e la dottoressa mi stava già provando la pressione, constatando un riprovevole 160/90. Non mi allarmai per nulla: tali erano gli strascichi della “brutta estate”, la peggiore della mia vita. Da metà giugno alla fine di agosto, ogni giornata a bere, a ingoiare qualsiasi tipo di vivanda come un orrendo rituale, e la notte il continuo rovello, ancora una volta, è finita così…

Era la vita che avevo sprecato, a mozzarmi letteralmente il fiato: perché solo al sottoscritto le donne non perdonavano i desideri semplici che qualsiasi maschio poteva esplicitare in tutta tranquillità? Tornare finalmente ad ambire a una moglie e dei figli, a una famiglia, una casa, aveva rappresentato per me un difficile ritorno alla realtà, una sorta di ascesi che mi aveva riportato coi piedi per terra.

Tutto però tornava a essere una lotta incessante, senza tregua, talmente pervicace che a volte finiva per somigliare a un ridicolo tiro alla fune. Lei confessava di continuo il suo amore per istigarmi a fare altrettanto: ma quando cedevo, giungeva sempre il colpo mortale. “Non giochiamo a Dante e Beatrice”.

Ripensare a quella frase mi suscitò un moto di ilarità, che per fortuna non venne notato dalla dottoressa. Non per la frecciatina in sé, che all’epoca mi parve rivoltante, ma perché era appunto roba vecchia, risalente a più di cinque anni fa: le donne in cui mi ero imbattuto si assomigliavano talmente tanto, che talvolta mi capitava di confonderle. Era come un’unica belva ululante al ridosso della coscienza, pronta ad attaccare nascosta dietro le domande interiori più ingenue (“Sarò mai felice?”).

“Quindi non ha tatuaggi”, constatò la dottoressa mentre mi stavo risistemando la camicia.
“No, nessuno”, replicai distrattamente. Ed ecco che lei iniziò a consigliarmi un po’ di moto, una dieta iposodica e una riduzione drastica dell’alcool e del caffè assunti durante la giornata.

Mia dolce signora, fui tentato di risponderle, lei non può capire quanto la mia vita sia morigerata al confronto della tribù di cui faccio parte. Non conosce i miei quartieri, il gruppo di amici che sta tutto il giorno a fumare. Alcuni scendono in strana persino in pigiama, con le ciabatte e i calzini (perlomeno indossando un cappellino alla moda). Non posso biasimarli, è un’estetica che rispecchia fedelmente quei palazzi rumorosi e fatiscenti; a volte la vedo quasi come una forma di aristocrazia provinciale. Solamente dimenticando chi sono, posso astrarre dalla mia miseria e guardare a tutto questo con occhio clinico.

Come se avesse intuito almeno in parte i miei pensieri, la dottoressa aggiunse: “Per iniziare provi a ridurre l’assunzione di alcool a un bicchiere di vino durante i pasti. È fondamentale che lei tenga a bada la pressione e il peso”. Intuendo anche il mio scetticismo, provò a essere più perentoria: “In queste condizioni non potrebbe nemmeno donare, la prossima volta se sarà ancora così la rimanderò indietro”.

Si stava creando una strana tensione, un’aura eccessivamente negativa per una situazione che invece non avrebbe dovuto comportare alcuna emotività. Forse c’era dell’altro, in questa scelta di donare il sangue, che andava al di là del dovere civico o del sentirsi altruisti. Mi sentì turbato all’idea che dall’esterno si capisse che ciò rappresentava un disperato tentativo, superstizioso quanto si vuole, di riallacciare un legame con il cosmo, con l’anima mundi, con le forze che regolano le sfere celesti?

Per stemperare il clima e dissimulare il “segreto”, azzardai una domanda personale: “Scusi, ma lei che origini ha?”. Il repentino cambio di soggetto parve rilassare la mia interlocutrice, ma la risposta fu spiazzante: “Vengo dall’Ucraina”.

Una mulatta… ucraina? Da questa semplice rivelazione emerse un nuovo universo, fatto di giovani africani mandati a Kiev per studiare che poi si innamorano delle bionde locali e infine, per burocrazia o negligenza, ritornano al continente. Non ebbi il coraggio di indagare più a fondo la storia personale della dottoressa, ma trovammo il tempo di discutere della superiorità della letteratura russa su quella ucraina (fu lei ad affermarlo, e io mi ritrovati nella parte dell’avvocato del diavolo, a difendere da solo il povero Taras Shevchenko) e della guerra in atto, causata a suo dire dalla “politica”. In ogni caso, restava quell’universo parallelo di una borghesia ucraina multietnica e cosmopolita, che ritrovava in Dostojevskij e Tolstoj i cantori dell’umanità intera. Anche in questo mondo c’era ancora una speranza, di nuovi cieli e di una nuova terra.

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