La querelle sui “campi di concentramento polacchi”

Vorrei spendere un paio di parole riguardo le ridicole polemiche sulla nuova legge che sta per essere approvata dal parlamento polacco, la quale vieta di diffamare la nazione attribuendole i crimini del nazismo. Trovo incredibile che i telegiornali nostrani abbiano deciso di mettere la notizia in cima alle loro scalette, quando al contrario in Polonia il provvedimento non ha fatto alcun scalpore: persino Donald Tusk, limitatosi a evidenziare timidamente il paradosso di una legge che «favorirà la diffusione delle spregevoli diffamazioni sui “campi polacchi”», è stato travolto dalle critiche.

Un fatto che peraltro dimostra come anche gli oppositori dell’attuale governo condividano senza indugi l’idea che definire i lager nazisti come “campi polacchi” debba essere in qualche modo sanzionata. Tanto è vero che il primo a rianimare la polemica in anni recenti fu lo stesso Tusk, quando nel 2012 protestò in modo così veemente contro Obama (che aveva appunto usato l’infelice espressione Polish death camp nella commemorazione postuma del resistente Jan Karski), tanto da costringere il Presidente americano a scusarsi per ben due volte (prima attraverso un portavoce e poi addirittura con una lacrimevole missiva).

Del resto, sono gli storici (quelli onesti, s’intende) i primi a riconoscere che l’espressione “campi di sterminio polacchi” è solo un tentativo di consolidare i pregiudizi verso un popolo considerato naturaliter cattolico, sciovinista e antisemita. Per certi versi, quindi, il provvedimento non è “negazionista” ma addirittura anti-revisionista, perché impedisce ulteriormente di alimentare la leggenda nera dei polacchi sterminatori, e indirettamente promuove la riscoperta delle migliaia di “eroi silenziosi” che vennero torturati e giustiziati per aver difeso gli ebrei. Non è un caso che i famosi “Giusti tra le nazioni” siano in stragrande maggioranza cattolici polacchi: in realtà ci sarebbero tanti altri nomi da aggiungere all’elenco, ma per motivi squisitamente politici Israele non ha alcun interesse a valorizzare i piccoli e grandi sacrifici dei polacchi.

Questo è in effetti uno dei punti dolenti della questione: la reazione isterica dei politici israeliani i quali, galvanizzati dal nuovo corso “gerosolimitano” di Trump, hanno dimenticato di avere a che fare con il pupillo della Nato in Europa. Non ci sono dubbi che la montagna delle indignate proteste partorirà un topolino, non fosse altro per il fatto che nemmeno il più estremista dei “polaccofobi” è disposto ad ammettere che l’espressione “campo di sterminio polacco” abbia un qualche fondamento storico. In ogni caso l’exploit dell’ambasciatrice israeliana che si è permessa di definire la legge “negazionista”, non è piaciuta a nessuno: per esempio, il giornalista Witold Gadowski ha evocato la famigerata chutzpahebraica (hucpa in polacco), mentre Krzysztof Wyszkowski storico sindacalista di Solidarność (seppur uno dei grandi accusatori del Wałęsą “collaborazionista”), animatore degli scioperi del 1980 e oggi nel partito dei Kaczyński, è insorto su Twitter invocando una reazione da parte della comunità ebraica polacca («Questo è il momento in cui siete obbligati a dire qualcosa!») e del Ministro degli esteri («Che dichiari l’ambasciatrice israeliana come persona non grata»).

Volendo essere maliziosi, sembra che il vero “convitato di pietra” in tale vicenda non sia Israele, ma la Germania, poiché il provvedimento cade proprio nel momento in cui la potenza egemone nell’Unione Europea  ha tutto l’interesse a demonizzare uno dei membri che invece di comportarsi da docile colonia continua a metterle i bastoni fra le ruote. Tuttavia queste sono soltanto speculazioni, anche se forse i media italiani dovrebbero prestare maggiore attenzione, almeno per offrire qualche analisi più originale rispetto alle interminabili geremiadi.

Per chiudere proprio sull’Italia, trovo particolarmente impudenti le rimostranze sui “tribunali che decidono sulla storia”, quando è esattamente questo lo “spirito” che ha animato il ddl sul cosiddetto “negazionismo” approvato dall’ultimo governo. Sono decenni che si tenta di introdurre (con un certo successo) nelle legislazioni di tutta Europa il principio che in una democrazia possa esistere il reato d’opinione: tuttavia finora esso era stato sempre declinato in chiave filo-ebraica (e in maniera infinitamente minore, filo-armena). Con qualche coraggio ora ci si può indignare se i polacchi decidono di “dipingere” l’andazzo con i colori della loro bandiera?

Una protesta itinerante per le capitali europee contro la rete televisiva tedesca ZDF, che ha usato l’espressione “campi di sterminio polacchi” in riferimento ad Auschwitz e Majdanek.

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