La saggezza è solo sulla Luna

L’altro giorno ritornando dalle ferie sono stato coinvolto in un incidente in autostrada: non voglio dilungarmi sui particolari (da sempre la dannazione di chi vorrebbe provare un po’ di empatia per le disgrazie altrui), ma in quegli istanti, che sono davvero sembrati infiniti (non è un luogo comune), ho avuto la chiarissima percezione che la mia vita si sarebbe conclusa con uno schianto. Invece il “colpo di grazia” non è arrivato e me la sono cavata solo con una botta al ginocchio e qualche dolore alla schiena (è la macchina, “fortunatamente”, ad aver avuto la peggio).

Penso sia impossibile risalire alle origini della storiella sul “rivedere tutta la propria vita” (del resto anche chi avesse sperimentato tale fenomeno non potrebbe ovviamente confermarlo), in ogni caso a me non è successo: ricordo solo che il mio unico pensiero è stato “Allora è così che si muore? Ma pensa te…”. Sì, una cosa molto banale, che non potrei nemmeno infiocchettare con quei due famosi versi di Eliot (This is the way the world ends | Not with a bang but a whimper), anche perché lo schianto c’è stato, e bello forte.

A dir la verità, ciò che mi ha stupito di più è l’incredibile calma, quasi indifferenza, che ho provato in quei momenti: ho pensato solo “è finita”, e basta, nessun rimpianto particolare, nessuna irritazione perché la mia vita dovesse concludersi così presto. Ora, tale atteggiamento dovrebbe rappresentare ciò che tradizionalmente definiamo “saggezza”: tuttavia, sperimentandola in vitro, mi accorgo di quanto il distacco dalle cose mondane e l’imperturbabilità di fronte alla morte più che manifestazioni di una crescita interiore conquistata a fatica, siano invece mascherature di un profondo disamoramento nei confronti della vita.

Ricordo che da adolescente avrei messo la firma per diventare il trentenne che sono, cioè uno che non ha davvero alcuna paura di morire perché si sente “soddisfatto” della sua esistenza. Ai tempi gloriosi dei miei sedici anni invece il pensiero che tutto dovesse finire era realmente una tortura: ogni sera andavo a letto pensando che se il mattino dopo non mi fossi svegliato, non avrei potuto leggere tutti i libri dello scrittore tal de’ tali né ascoltare l’intera discografia di quello sconosciuto gruppo d’oltreoceano. Desideri ridicoli, quasi miserabili, ma che rappresentavano ugualmente una certa joie de vivre.

Ora per me non è più così, e tutto sommato, come accennavo, questa era ciò che desideravo: potrei in effetti dipingere un affresco meraviglioso ed edificante di crescita interiore, una tirata pedagogica che rinverdisse i fasti del Bildungsroman, un compendio di secoli di filosofia dagli stoici a Schopenhauer che attestasse la mia elevazione verso le alture della sapienza. Avrei gioco facile nel farlo, perché tali idee sono passate nelle masse, non tanto grazie all’eredità culturale cristiana e nemmeno per i “classici del pensiero” distribuiti con i quotidiani a un euro, quanto attraverso la broda zen-buddhista somministrata al pubblico pagante da santoni in Rolls-Royce. Eppure (ironia della sorte) nessun asceta né monaco del deserto era riuscito a darci il “cattivo esempio” come questi guru hollywoodiani, portandoci a credere che la saggezza non sia che una fase preparatoria al cupio dissolvi.

Dopo la brutta avventura, le mie idee sono piuttosto confuse: in generale, soprattutto per forma mentis, tendo a diffidare sempre di qualsiasi cosa assomigli a una “esperienza personale” e dedurne chissà quale stile di vita o dogma. Nonostante ciò, sento che la prospettiva con cui guardo al mondo si è lievemente spostata (spero non assieme a qualche rotella): ovviamente non me ne uscirò con quelle lezioni da vero coglione sul “godersi la vita”, perché non sono che l’altra faccia della resa alla morte. Più che altro farò maggior attenzione a non edulcorare una depressione acuta con concetti quali “saggezza”, “realismo”, “profondità”, “distacco”, e soprattutto a coltivare la segreta speranza di non morire mai. Questa è in fondo l’unica cosa che ci rende realmente umani: non considerare la morte come un dato naturale, come la fine necessaria di tutto. Solo l’immortalità è logica in un mondo come il nostro, sia perché è bello doppo il morire vivere anchora, sia perché l’inesistenza è assolutamente impensabile. Se la religione non ha più voglia di risolvere tale contraddizione, allora ci penserà provvidenzialmente la tecnologia: per riprenderci il senno torneremo ancora sulla Luna.

3 commenti su “La saggezza è solo sulla Luna

  1. Non sai di cosa parli.

    Chi è soggetto a “depressione acuta” non è neppure in grado di sedere davanti a un PC, per non parlare del notevole impegno messo nella certosina tessitura di cazzatine per semi-colti.

    La tua chiosa avrebbe fatto cascare tutto l’apparato genitale – pur fissato con tecnologia di pensiero germanica – al povero Heidegger, che, di certo, non era un poser liquefatto dalla bruttezza dell’epoca in cui si era trovato a vivere mentre, tutto fiero del suo balletto mortale, si accova in fondo al buio per delibare in santa pace l’inevitabile tragos esibizionista con una citazione (l’ennesima e che paio di…) dall’incolpevole costola di un vocabolario.

    Vorresti solo essere parte di qualcosa di grande e usi la tua buona intelligenza per costruirti fuori e dentro la storia di un individuo travolto da un destino che – tu ci spieghi dall’alto delle tue cognizioni – non potrà che essere tanto tragico che collettivo.

    Ma se vuoi la grandezza devi viverla dentro di te; in piedi fra le rovine, come diceva quello.
    Altrimenti è solo banalissima fifa.

    Pensaci, se hai il coraggio.

    Ciao bischero,

    Q.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.