La strage dei giornalisti cinesi (che non muoiono di coronavirus)

Coronavirus and China’s Missing Citizen Journalists
(National Review, 19 marzo 2020)

Tre giornalisti cinesi sono scomparsi negli ultimi mesi. Si presume che siano stati arrestati dopo aver documentato sui social la realtà della pandemia di coronavirus in corso.

L’ultimo giornalista a sparire è stato Li Zehua. Dopo essersi laureato in una delle migliori università, ha iniziato a lavorare come mezzobusto per la più importante stazione televisiva statale cinese, la CCTV. All’età di 25 anni, Li era una star del giornalismo. Se fosse rimasto dentro i confini tracciati dal Partito avrebbe potuto vivere una bella vita. Il coronavirus però ha cambiato la sua vita.

A differenza delle generazioni dei genitori e dei nonni, i giovani cinesi di oggi non hanno ricordi delle atrocità commesse dal Partito Comunista Cinese dal 1949. Carestia e povertà, il razionamento alimentare e i milioni di morti sono parte della storia, roba di cui non si deve più parlare. Le autorità si sono assicurate che le vicende della Cina comunista dal 1949 al 1989 (incluso il massacro di Piazza Tiananmen) vengano cancellate o ridotte a pochi paragrafetti di dubbia veridicirtà storica. I giovani cinesi di oggi sono cresciuti all’oscuro del fatto che la gloriosa Cina comunista prospera sui cadaveri di milioni di persone innocenti.

Senza ricordi né conoscenza storica, oggi i giovani cinesi non sono in grado di capire cosa sia il comunismo: sono cresciuti in una Cina prospera e moderna, una potenza mondiale. Il “patto” offerto dal governo -libertà limitata in cambio di stabilità e prosperità- sembra andare bene quasi a tutti. E che succede quando non possono accedere ad alcuni social occidentali come Facebook e Twitter? La democrazia in stile occidentale non funzionerebbe comunque in Cina, gli dice il Partito.

La diffusione del coronavirus ha però colpito il tallone d’Achille di questo “contratto sociale”. Quando tutti possono essere contagiati, quando qualcuno deve aspettare un’ora per essere respinto da un ospedale, quando si leggono storie strazianti e si vedono video di ospedali sovraffollati e medici sovraccarichi di lavoro, la facciata di stabilità e prosperità si sgretola davanti agli occhi della gioventù cinese. Ora costoro sono affamati di notizie, vogliono sapere come proteggere se stessi e le loro famiglie. In passato, la ricerca di informazioni e verità alla fine sarebbe sempre andata a sbattere contro un muro e si sarebbero semplicemente arresi. Tuttavia, la morte del Dr. Li Wenliang, uno dei pochi che hanno avuto il coraggio di informare il mondo dell’epidemia di coronavirus, ha risvegliato la coscienza di molti cinesi, specialmente i giovani. Alla fine si sono resi conto che la stabilità e la prosperità promesse, le cose per cui hanno rinunciato alla libertà, non erano che bugie.

Questa è una generazione cresciuta coi social, una generazione costantemente influenzata dalle culture occidentali attraverso la moda, la musica, i film e i video di YouTube. Vedono la libertà di espressione come un valore. Come i giovani in Occidente, vogliono condividere istantaneamente col mondo ciò che vedono e come si sentono. Sono cresciuti con gadget elettronici; hanno il know-how tecnologico per aggirare le restrizioni virtuali del governo cinese. Dall’epidemia di coronavirus, alcuni di questi giovani hanno preso a cuore le ultime parole del dottor Li: “Una società sana non dovrebbe avere una sola voce”. Hanno deciso di fare qualcosa al riguardo, cercando e divulgando la verità da soli.

Questo è ciò che Li Zehua ha deciso di fare, quando ha lasciato il lavoro e ha cercato di entrare a Wuhan. Con l’aiuto della gente del posto, è stato in grado di avere una macchina e un posto dove stare. Per pura coincidenza, il nuovo alloggio temporaneo di Li era proprio accanto all’ex alloggio di un altro giovane giornalista, Chen Qiushi, che aveva precedentemente pubblicato video sulle sue visite a Wuhan. Quando Li è arrivato a Wuhan, Chen era “scomparso” dal 7 febbraio. Funzionari del governo hanno riferito alla famiglia e agli amici che Chen era stato messo in quarantena medica forzata, rifiutarondosi però di dire quando e dove.

Imperterrito, Li ha iniziato a pubblicare video delle sue visite nei luoghi del contagio, come le università e le pompe funebri. Ha intervistato residenti, operai e impiegati. In uno dei suoi video ha ricordato Chen Qiushi: “Se uno come lui cade, altri dieci milioni ora prenderanno il suo posto”. Attraverso la sua testimonianza, abbiamo appreso che le autorità locali non hanno attuato misure disinfettanti promesse e che i residenti sono rimasti a corto di generi alimentari. Questi sono i tipi di informazioni che i media statali cinesi non oserebbero riferire, ma Li ha scelto di farlo. Per aver rivelato la verità, Li ha subito le minacce della polizia locale e delle guardie di sicurezza, ma ha continuato a fare ciò che considerava giusto.

Il 26 febbraio, tornando dall’Istituto di Virologia di Wuhan (che qualche complottista ritiene responsabile della creazione e diffusione del coronavirus), il giornalista ha pubblicato un video mentre viene inseguito dalla polizia, nel quale chiede aiuto: “Mi stanno inseguendo, di certo per mettermi in isolamento”.

Li è tornato nel suo appartamento e ha ricominciato a trasmettere, seppur visibilmente scosso e con la consapevolezza che prima o poi sarebbero venuti a prenderlo. A un certo punto, dallo spioncino ha visto due tizi fuori dal suo appartamento. Nei suoi ultimi momenti di libertà, prima di aprire la porta, si è profuso in appassionato appello.

“Da quando sono giunto a Wuhan, tutto ciò che ho fatto è stato nel pieno rispetto della costituzione della Repubblica Popolare Cinese”. Sapendo che sarebbe stato portato via e messo forzatamente in quarantena (proprio come Chen Qiushi), Li si è assicurato di dichiarare di essere in salute al momento dell’arresto. Un dettaglio fondamentale, perché se il governo cinese poi lo dichiarerà morto per il coronavirus, il resto del mondo e la sua famiglia di Li dovranno intuire la menzogna.

Oggi molti giovani cinesi “probabilmente non hanno idea di cosa sia successo nel nostro passato”, ha continuato Li. “Pensano che la storia che stanno vivendo sia quella che si meritano”. Il giornalista si è augurato che i giovani si uniscano a lui nella battaglia per la verità. Dopo queste parole, ha aperto la porta. Due uomini in maschera e vestiti di nero sono entrati e la diretta è stata bruscamente interrotta. Nessuno ha più notizie di Li da quel giorno.

Li è il terzo giornalista d’inchiesta cinese arrestato dall’inizio dell’epidemia a Wuhan. Gli altri due sono Fang Bin e Chen Qiushi. Le autorità cinesi continueranno a reprimere spietatamente questi messaggeri di verità. Tuttavia, qualcosa sta cambiando in Cina. La pandemia è diventata un campanello d’allarme: molti stanno iniziando a rendersi conto che la libertà di espressione è essenziale per il loro benessere, o addirittura per la sopravvivenza stessa.

Quando un alto funzionario del Partito Comunista ha visitato una comunità in quarantena a Wuhan, anche se ai residenti è stato proibito di uscire qualcuno ha trovo modo di urlare dagli appartamenti blindati: “È tutto falso!”.

E nonostante sia stata appena censurata un’intervista a un medico di Wuhan che rivela i tentativi di insabbiamento del governo, i cinesi stanno cercando in tutti i modi di condividerla, incluso trascriverla al contrario, con con errori di battitura ed emoji o tradurla in lingua klingon. Pechino sta commettendo un grosso errore a credere che una maggiore repressione farà tacere tutti i cittadini cinesi e li renderà più docili in futuro.

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