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La zona grigia di Massimiliano Griner: alle radici dell’anarco-tirannia

Nel 2014 Massimiliano Griner (di professione sceneggiatore) compilò per Chiarelettere un interessante -seppur controverso- saggio dedicato alla sponde che il terrorismo rosso trovò in molti intellettuali italiani (categoria che l’Autore estende anche ad avvocati e magistrati), La zona grigia.

Nonostante qualche strafalcione di troppo, come per esempio il considerare il latinista Ettore Paratore come “simpatizzante” dei sessantottini per aver fatto tradurre ai suoi studenti un brano dal Libretto Rosso di Mao in latino (suggerendo di rendere “comunsti” come omnia qui communia censent), mentre in realtà il professore (di fede missina) con tale decisione aveva voluto precisamente irridere alla gioventù barricadera, devo riconoscere al testo di Griner una qualche validità se, quasi immediatamente dopo la pubblicazione, esso è finito subito fuori catalogo e allo stato attuale non è reperibile se non in formato elettronico.

Un esito per certi versi scontato, non fosse per il fatto che i protagonisti in negativo del libro (a parte quelli nel frattempo deceduti) sono gli stessi che detengono ancora qualche tipo di potere in Italia. Insomma, “chi tocca i fili muore”: nulla da aggiungere, se non la consolazione che oggi si tratta perlopiù di una character assassination e non una gambizzazione plaudita dai salotti buoni (e ci si augura che resti tale, ad onta delle nuove “zone grigie” che stanno maturando nelle banlieue materiali ed esistenziali).

Consigliando la lettura del volume, vorrei proporre qualche riflessione da esso ispirata: in primo luogo, nel clima da ennesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, si può notare come la zona grigia che ha decretato la fine delle indagini, sia poi la stessa che puntualmente sbandiera una nuova “straordinaria scoperta” sul rapimento dello statista democristiano. In pratica, mentre da un lato si allude a un’effettiva oscurità dell’intera vicenda, suggerendo indirettamente la necessità di ulteriori indagini, dall’altro invece si intima di dimenticare e di passar oltre, pena lo scadimento nel “complottismo”.

Un esempio illustre di tale tendenza è rappresentato da Paolo Mieli, uno dei protagonisti del saggio di Griner: il decano del giornalismo italiano, ne I conti della storia (2013), chiama in causa addirittura Nietzsche per raccomandare la “virtù essenziale dell’oblio”: «L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica… L’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente». E chiosa: «Una utilizzazione impropria del passato e del sentimento di “credito” verso la storia perpetua i conflitti e genera nuovi cicli di violenza», consigliando infine il “dovere di dimenticare” per garantirsi «una digestione [sic] lenta, calma e tranquilla dell’esperienza».

Tuttavia, nonostante il Venerato Maestro stigmatizzi il “monopolio dei complottomani” sul caso Moro, è evidente che a conservare il monopolio sulla memoria dello stragismo sia proprio la zona grigia: la quale, per inciso, sovrintende non solo alla “versione ufficiale”, ma influenza anche il versante “dietrologico”, che da decenni campa su formule vuote tramandante come mantra (“strage di Stato”, “strategia della tensione”), raccontandosi storielle ormai improponibili su una classe democristiana che si faceva gli auto-attentati per consolidare il proprio potere.

L’ottimista potrebbe consolarsi con la certezza che, almeno per “cause naturali”, un giorno la zona grigia si estinguerà e sarà finalmente possibile ripulire gli armadi dai numerosi scheletri. Il pessimista però vede lucidamente come la “legione” sia intenzionata a perpetuarsi di generazione in generazione.

Venendo quindi al secondo punto, ancora più attuale, non pare affatto una coincidenza che nella polemica sulla presunta collaborazione delle organizzazioni non governative coi trafficanti di uomini, tra i “difensori d’ufficio” dello scafismo di massa ricompaiano i nomi di quella triste stagione. Sembra fatto apposta, ma nel capitolo su “Le simpatie degli intellettuali” Griner inanella una serie di “simpatizzanti” che, pur avendo cambiato causa, formano ancora un fronte compatto e quasi monolitico, comprendente non solo “lottacontinuisti” assortiti, ma anche “giovani promesse” del grigiume che iniziarono la loro carriera firmando appelli per l’impunità di un ex terrorista.

È un fenomeno singolare, dal quale non vorremmo arrischiarci a dedurre chissà che; del resto se ne potrebbe trarre anche una conclusione positiva: se la zona grigia ha voluto assumere la “filantropia” (seppur selettiva) come nuova raison d’être, allora forse si è decisa ad abbandonare la violenza come mezzo per realizzare la palingenesi collettiva.

Eppure, sorge il dubbio che la “causa” alla fin fine non sia per nulla cambiata: perché è vero che esiste una differenza abissale tra un immigrato e un delinquente, tuttavia nelle condizioni attuali è inevitabile che prima o poi alcuni di quelli che “scappano dalla guerra” inizieranno a considerare la violenza come l’unica opzione praticabile.

È una riflessione che forse lascia il tempo che trova, ma che perlomeno non nasce da preconcetti ideologici o pregiudizi razziali, visto che malgré moi mi annovero fra gli italiani che vivono giorno per giorno il disagio creato da questo tipo di immigrazione.

La questione è quasi banale: non riesco a credere sinceramente che gli “immigrazionisti” abbiano come proposito principale la filantropia, l’accoglienza e la fratellanza; penso al contrario che aspirino, nemmeno troppo velatamente, al puro e semplice caos – un caos però foriero di speranze rivoluzionarie e promesse di rigenerazione sociale (e pure “genetica”, a sentire certe loro allucinanti dichiarazioni).

Con tali premesse, si fatica a considerare certa “militanza” come sinceramente votata all’integrazione e al multiculturalismo. Confrontando le apologie degli anni ’70 con quanto viene scritto al giorno d’oggi, non si può fare a meno di sospettare da parte della zona grigia un’invincibile attrazione per la violenza. Non però la violenza “istituzionale”, il cui spettro semantico si allarga fino a includere la più blanda e tollerante gestione dell’ordine pubblico, ma la violenza “spontanea” (o che almeno appare come tale), quella che nasce “dal basso” e che sarebbe la vera cifra dell’uomo, l’unica risoluzione legittima degli inevitabili conflitti che nascono dal vivere sociale.

Nel caso degli intellettuali, potremmo anche riconoscere in questo una degenerazione del concetto di “sublime” elaborato da Kant, che nella modernità si innesta sul prometeismo dei philosophes: una “gnosi” evocata anche da Edoardo Camurri, che in un suo intervento sul volume, tra molte castronerie e supercazzole, rivela comunque un certo acume nell’evocare Eros e magia nel Rinascimento di Culianu.

Non vorrei però spingermi oltre, verso confini dove al grigiore subentra un’opacità completa. È necessario anzi che la polemica resti a un livello squisitamente politico, o anche polemico, con l’auspicio che, spes contra spem, un giorno la “zona” venga illuminata dai colori della giustizia, della verità e della responsabilità.

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