Le caste sacerdotali precolombiane nacquero dalle catastrofi naturali

«Intorno al 1000 a.C., un popolo nuovo e terribile fece breccia nelle popolazioni di agricoltori degli altipiani. Questi invasori potrebbero aver avuto origine nelle pianure della giungla costiera orientale. Gli storici li hanno definiti Olmechi, da un termine amerindiano che significa “da dove cresce la gomma”. Olmec, tuttavia, è stato usato in modo così indiscriminato da esser divenuto un’espressione senza senso. Una definizione più adatta per questi popoli che hanno portato una nuova cultura in Messico sarebbe piuttosto quella di “Maghi” [Magicians].

Questi popoli erano guidati da sciamani e la loro intera visione della vita si basava sulla magia. La magia si impadronì dell’anima meso-americana per giustificati motivi: quando le popolazioni agricole esplosero dal punto di vista demografico, catastrofi e calamità cominciarono a flagellarle. Anche le valli profonde e riparate del Messico centrale furono soggette a improvvise gelate mortali, nevicate fuori stagione e siccità prolungate e disastrose. Questi eventi bizzarri si verificarono a ondate irregolari: gli antichi vulcani eruttavano senza preavviso, oscurando i cieli e distruggendo intere montagne con spettacolari flussi di lava.

La mente primitiva non poteva accettare che questi eventi fossero casuali, accidentali, senza significato. La storia dimostra che nelle aree più provate dalle forze naturali gli uomini hanno iniziato a temere poteri cosmici invisibili e onnipotenti al di là delle loro percezioni immediate. L’uomo mesoamericano si è impegnato in uno sforzo titanico per comprendere le ragioni per cui in alcuni anni non pioveva nei tempi previsti, perché i suoi campi inaridivano e la carestia dilagava.

Come la maggior parte degli agricoltori primitivi, i contadini degli altipiani veneravano il fuoco, l’acqua, il sole e praticavano culti di fertilità. Erano dunque già pronti a divinizzare le forze naturali, quando i “Maghi” arrivarono con nuove idee e pratiche.

I Maghi affermavano di poter controllare la pioggia con i rituali. Portarono con sé un dio della pioggia dai denti di giaguaro, al quale impartivano ordini attraverso cerimonie magiche e balli rituali: i Maghi non praticavano la “magia” in senso moderno, la loro “arte” era prettamente pratica ai loro occhi.

Le maschere e le statuette che i Maghi si sono lasciati alle spalle danno un’idea dei loro rituali. Gli sciamani e gli stregoni si imbrattavano il viso di bianco o di nero, indossavano maschere fatte di argilla o pietra verde (alcune raffiguranti uomini deformi, il dio giaguaro, bestie carnivore con teste di uccelli o bocche ringhianti), indossavano sonagli, lunghi cappelli e tuniche in pelle di ocelot. Eseguivano danze mistiche, facendo rumore e lanciando invocazioni al dio della pioggia.

Questa magia, semplice variante di quella in uso tra molti popoli primitivi, era convincente. I Maghi divennero sempre di più, nuove comunità di sciamani dominarono la cultura agricola degli altopiani per molti anni. Le congregazioni e l’influenza dei Maghi si diffusero dal Veracruz meridionale a Puebia, Morelos, Tabasco, alla valle di Oaxaca e persino a sud-ovest del Guerrero. In tutta quest’area gli sciamani portarono il dio della pioggia dalle lunghe zanne e inculcarono una credenza nei riti mistico-magici per manipolare i fenomeni naturali.

Manufatti e opere d’arte dimostra la loro ossessione per i mostri dalla forma umana. Le loro statuette raffigurano uomini con deformità genitali o ghiandolari, con teste appuntite, corpi deformi e bocche di animali, che credevano “santi”. I resti del popolo dei Maghi può forse dare una spiegazione a tale mania: costoro soffrivano di adenoidismo congenito e avevano una corporatura tozza caratterizzata da ventre largo e gambe corte. Gli scheletri maschili mostrano sorprendenti caratteristiche femminili. E se i Maghi derivavano, forse come mutazioni, dal ceppo generico degli amerindi, divergevano comunque in modo incredibile da esso, in quanto le loro ossa rivelano caratteristiche negroidi. Ciò ha indotto alcuni antropologi a insistere sul fatto che ci deve essere stata una migrazione africana in Mesoamerica.

I Maghi praticavano anche l’automutilazione (compresa la limatura dei denti), probabilmente nell’emulazione di qualche “leggendario” parto mostruoso. Le teste dei bambini venivano deformate allungando il cranio all’indietro. Tuttavia, anche nel loro culto vigeva qualche contraddizione: alcune delle loro statuette rappresentavano dolci fanciulle con gli occhi a mandorla e il vitino da vespa, scolpite in modo eccellente.

Questo enigmatico popolo non era solo una razza di sciamani paffuti che terrorizzano gli altopiani centro-meridionali. Nonostante tutta la loro preoccupazione per la magia – o forse proprio per questo – furono anche i promotori di un notevole progresso culturale. Erano esperti nella lavorazione della pietra e le loro opere erano molto più sofisticate dell’arte degli agricoltori, oltre che incomparabilmente più affascinanti.

I Maghi sapevano costruire asce di giadeite verde e specchi di pirite levigata, oltre che collane e monili da numerose varietà di pietre. Apprezzavano in particolare le pietre verdi come la giada e la serpentinite. I manufatti realizzati con questi materiali sono stati trovati a centinaia di chilometri di distanza dal luogo di probabile fabbricazione, il che indica la presenza di intensi scambi commerciali. I Maghi divennero esperti nella fabbricazione della gomma e impararono a tessere la fibra di cotone in filo per tessuto. Inoltre fumavano tabacco in tubi di pietra e modellavano la gomma in palline per una sorta di gioco rituale.

L’era dei Maghi fu un periodo di progresso ed espansione. In ognuno dei loro centri principali lasciarono una serie di troni di pietra scolpiti, su alcuni dei quali posero una loro rappresentazione come sciamani grassi e bardati come dei Buddha.

Lo “sciamanato” [shamanate] dei Maghi ha lasciato una eredità terribile nella Meso-America. I siti di sepoltura risalenti a questo periodo hanno accumulato innumerevoli scheletri mutilati: decapitati, con teschi spezzati, braccia o gambe amputate, e i resti di bambini morti di una morte violenta. Ad un certo punto i Maghi arrivarono a credere che danze, imprecazioni e rituali non bastassero più a placare le potenti forze cosmiche, perciò istituirono cerimonie considerate molto più potenti: i sacrifici umani.

Verso la metà del primo millennio a.C. i Maghi furono assorbiti dalle popolazioni circostanti o sterminati quando la loro magia fallì contro un periodo di siccità prolungata. Ma l’idea che gli uomini possano controllare le forze cosmiche della natura attraverso riti magici era troppo pervasiva per morire completamente. L’eredità dei Maghi sopravvisse a loro stessi.

È difficile stabilire collegamenti diretti tra l’età preistorica Magica-Olmec e la successiva cultura meso-americana, ma è certo che furono i Maghi a dare forma alle culture precolombiane. Le influenze magiche continuarono infatti nella civiltà meso-americana: la giada era stimata più dell’oro, i popoli organizzavano giochi rituali di pallamano, e tutti praticavano i sacrifici umani. Finché gli spagnoli non rovesciarono gli ultimi idoli, tutti gli dei della pioggia degli altopiani vennero rappresentati con denti di giaguaro.

I Maghi, i migranti o i mutanti, sparirono dalla faccia della terra ma gettarono le basi per una civiltà i cui splendori e orrori perseguitano ancora l’umanità».

(T. R. Fehrenbach, Fire & Blood. A History of Mexico, 1973)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.