Le conseguenze economiche di Donald Trump

I giornali si sono accorti che l’amministrazione Trump vuole “fare qualcosa” per risolvere la Questione Europea, nonostante talune posizioni fossero emerse chiaramente sin dall’inizio della corsa alla Presidenza del candidato repubblicano, che ne aveva parlato ripetutamente in campagna elettorale e lo aveva fatto persino scrivere nel proprio programma economico (Scoring the Trump Economic Plan, 29 settembre 2016). Ora i quotidiani italiani prendono a pretesto un’intervista al Financial Times dell’estensore del piano, Peter Navarro (direttore del National Trade Council) per inserire l’iniziativa nel quadro di un fantasmagorico “fascismo imminente” nonostante fosse nell’aria ormai da anni (chiaramente ci voleva un simulacro di “rottura” per non scandalizzare i semplici).

Ad ogni modo, credo sia arrivato il momento che i giornalisti si facciano tradurre almeno le parti più importanti del programma, che in effetti sono numerose: ogni pagina contiene ottimi spunti che potrebbero essere utilizzati anche nella polemica spicciola. Per esempio, a pagina 10 si trova un fortissimo argomento contro tutta la propaganda sulla “automatizzazione” (la difesa del lavoro è obsoleta perché oggi fanno tutto i robot). Scrive infatti Navarro:

«Dall’inizio della globalizzazione, la percentuale dell’attività manifatturiera nella forza lavoro è calata costantemente da un picco del 22% nel 1977 all’8% di oggi. A quelli che incolpano l’automazione per il declino della produzione, consigliamo di guardare alle due economie più tecnologicamente avanzate del mondo, la tedesca e la giapponese, ognuna delle quali è leader mondiale nel settore della robotica. Nonostante il calo degli ultimi anni, la Germania mantiene ancora quasi il 20% della sua forza lavoro nel settore manifatturiero, mentre il Giappone quasi il 17%.
Per esser chiari, quando parliamo di manufacturing, non stiamo parlando di magliette a buon mercato e giocattoli di plastica. Parliamo di componenti aerospaziali, apparecchiature biomediche, prodotti chimici, microchip, elettronica, motori, autoveicoli, prodotti farmaceutici, materiale rotabile, robotica, stampa 3D, resine, industria navale e altro ancora».

Un’ulteriore prova che il programma non è stato letto da chi di dovere, è la proposta, avanzata sulle stesse gazzette di oggi, di “escludere gli Stati Uniti dal WTO” (sempre il solito gaffeur, che non nominano nemmeno per carità di patria). Alla minaccia Navarro aveva già preventivamente risposto evocando quella “carezza sulle spalle” di manzoniana memoria che i commentatori odierni preferiscono definire soft power:

«Donald Trump è ormai consapevole che l’unica via per correggere le iniquità è di usare lo status degli Stati Uniti di più grande economia mondiale, di più grande consumatore e di più grande importatore del mondo per far pressione sul WTO e convincerlo a riequilibrare le sue politiche» (p. 13).

Infine, si palesa l’attacco alla Germania (e alla Cina) che Navarro ha deciso di esplicitare sul “Financial Times” a a uso dei dummies:

«In un mondo di valute liberamente fluttuanti, il dollaro si indebolirebbe e lo yuan si rafforzerebbe perché gli Stati Uniti detengono un grande deficit commerciale con la Cina e il resto del mondo. Le esportazioni americane verso la Cina aumenterebbero e le importazioni cinesi diminuirebbero, e la bilancia commerciale si riequilibrerebbe. Il problema tuttavia è che la Cina ostacola questi aggiustamenti essenziali.
[…] Un problema simile è rappresentato dall’Unione monetaria europea. Mentre l’euro fluttua liberamente sui mercati valutari internazionali, tale sistema permette alla Germania di mantenere il valore della sua valuta al di sotto del livello a cui dovrebbe essere se il marco esistesse ancora. In effetti, la debolezza delle economie europee meridionali dell’eurozona mantiene l’euro a un tasso di cambio inferiore rispetto a quello che il marco avrebbe come valuta indipendente. Questa è una delle ragioni principali per cui gli Stati Uniti hanno un grande deficit commerciale con la Germania (75 miliardi di dollari nel 2015) anche se i salari tedeschi sono relativamente elevati» (pp. 15-16).

Contro questo tipo di politiche monetarie (definite senza mezzi termini currency manipulation), Trump-Navarro rivolge un ultimo, accorato, appello:

«Just as these Chinese leaders have been exploiting American weakness by cheating in the trade arena, they will acknowledge the strength and resoluteness of Trump and rein in their mercantilist impulses» (p. 21).

Riusciranno gli Stati Uniti a essere abbastanza persuasivi? Nel mondo immaginario dei media, nel quale la Germania è un gigante economico che aiuta gli altri Paesi a “stare a galla”, effettivamente no. Nel mondo reale, invece, dove gli Stati Uniti possono fare il cazzo che vogliono (chiedo scusa per l’ennesimo tecnicismo, ma certe formule sono richieste dalle circostanze), allora sì.

Uno dei pochi ad aver compreso le conseguenze economiche di Donald Trump è Niall Ferguson, che in un’intervista al “Corriere” ha affermato:

«Trump sta cercando di riscrivere le regole dell’ordine economico internazionale, perché secondo lui la Germania e la Cina hanno basato la loro crescita sul deficit commerciale degli Stati Uniti. Si sono servite della domanda americana per vendere i loro prodotti, senza contraccambiare.
[…] Non c’è molto che i cinesi e i tedeschi possano fare, dipendono troppo dall’accesso al mercato statunitense. Avrebbero dovuto fare di più in questi anni per sviluppare la loro economia interna e esprimere domanda per i prodotti degli altri Paesi».

Insomma, chi governa ora negli Stati Uniti è convinto che la Germania ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Che sia vero o no, poco importa: in un modo o nell’altro, i tedeschi dovranno pagare il conto, che credo sarà particolarmente salato per non aver mai risposto alle ingiunzioni degli americani negli ultimi anni. Bisogna riconoscere all’amministrazione Obama di essersi impegnata per far capire alla Germania che stare in un’Unione vuol dire condividere gli utili e non solo le perdite. Purtroppo tutti i tentativi (dall’intervento sul debito greco alle multe a Volskwagen e Deutsche Bank) sono caduti nel vuoto, anche a causa dell’ignavia delle altre classi dirigenti europee. Adesso ci vuole uno shock che riporti Berlino coi piedi per terra, ovviamente senza metterla in ginocchio.

Ferguson evidenzia due dettagli che possono essere sfuggiti ai famigerati “osservatori”: il primo è che «i commentatori che credono nell’ordine mondiale emerso negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso […] trovano difficile immaginarne un altro, in parte perché questo li ha favoriti». Che significa? È la stessa cosa di cui parla Trump quando contrappone domestic workers e mobile owners of capital. Lo scenario riguarda quindi anche i giornalisti, e persino gli economisti: pure loro alla fine qualcosa dovranno mangiare, perciò quando non li paga lo Stato, essi si rivolgono ai potentati finanziari internazionali o alle élites che a essi rispondono (il programma economico di Trump è di per se stesso un esempio di come anche gli economisti possono essere “deglobalizzati”).

Il secondo punto è ancora più intrigante:

«La Gran Bretagna del ’700 […] aveva la leadership tecnologica di gran lunga, aveva l’indipendenza energetica grazie al carbone e non era affatto propensa a tenere i mercati aperti come si pensa. Era mercantilista verso il resto del mondo: basta chiedere agli indiani. Così puntava a gestire e conservare il suo vantaggio. Gli Stati Uniti oggi potrebbero essere in una posizione simile».

Quindi lo studioso inglese sta dicendo che è la potenza egemone a decidere qual è il sistema economico più adatto per il mondo. Già…

Per concludere, mi torna in mente un aneddoto sul litas, la moneta che i lituani hanno abbandonato nel 2015 per passare all’euro. Sulla banconota da 10 erano raffigurati i due eroi nazionali, i piloti americo-lituani Steponas Darius e Stasys Girėnas che nel 1933 tentarono il volo da New York a Kaunas ma precipitarono in Pomerania. Questa storia ricorda un po’ la parabola dell’euro: nato negli Stati Uniti e schiantatosi in Germania.

Facezie a parte, quando queste follia finirà sarà stato comunque utile aver sfogliato quelle paginette, soprattutto da parte di chi nutre un irrefrenabile odio nei confronti del nuovo Presidente americano e rischia di ammalarsi di Post-Trump Stress Disorder. Infatti, il manifesto contiene anche diversi riferimenti ai cosiddetti “sconfitti della globalizzazione” ai quali liberal di mezzo mondo stanno dando la caccia (probabilmente solo per schierarsi dalla parte del vincente senza perdere la faccia). Vedi per esempio, p. 19: «Four decades of one-sided globalization and chronic trade deficits have shifted wealth and capital from workers to the mobile owners of capital».

Visto che tra un po’ tutti cominceranno a cantare la stessa canzone, perché l’America è l’America, sarà il caso di prepararsi il raccontino consolatorio sui poveracci hanno “votato male” proprio perché sono poveracci (però evitando di affermare un attimo dopo che “non c’è alternativa alla globalizzazione”…).

Per il resto, Roma locuta, causa finita est.

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