Le donne ti consumano e poi non ce la fai più

Oggi ho “peccato”: sono andato in libreria. Avevo promesso di non comprare più carta straccia, di piantarla con questa demenziale bibliomania che mi ha trasformato in una barzelletta vivente, un caso umano da serie televisiva americana. Per espiare, farò la cosa che mi pesa di più di tutte: raccontare i cazzi miei, cioè rischiare di passare per un semplice egocentrico in vena di confessioni, invece che per uno degli ultimi sfigati ad avere l’onestà di fissare negli occhi la propria miseria.

Dicevo, sono stato in libreria, precisamente la libreria d’usato più famosa di Milano. Dovete capirmi, Milano è merda pura, una ruera, una accozzaglia patetica di locali di lapdance con la saracinesca che si confondo con i negozietti etnici e spazi urbani totalmente “dehorsizzati” manco fossimo in qualche provincia terronica negli anni ’90. L’unica zona che riesco ultimamente a sopportare è Isola, ma solo perché l’hanno rifatta a nuovo e ancora non hanno cagato e sborrato dappertutto.

Comunque, ero lì dentro a pensare al modo in cui buttare quei quattro soldi che ho risparmiato non facendo vacanze, quando entra una ragazza (o forse sono due, in coppia). Non la guardo nemmeno, ovviamente, perché anche solo osservare una creatura dalle fattezze femminili ormai mi procura un dolore intenso, difficile da esprimere a parole: non posso però fare a meno di ascoltarla, mentre si dilunga sulla necessità di reperire un libro “assolutamente introvabile” dal quale sembra dipenda la sua stessa vita. Dopo una tirata interminabile finalmente salta fuori il titolo: L’inverno della cultura. Ti prego non dirmi che è di Jean Clair, perché a casa ho sia la copia originale che una versione “clandestina” (ai tempi d’oro in cui mi mandavano i libri in pdf via mail e io stampavo qualsiasi cosa senza alcun rimorso). Chiaramente il povero commesso baizuo non sa nulla di nulla: ma non ce l’ho con lui, anzi penso a quanto debba essere umiliante e snervante aver a che fare tutto il santo giorno con catorci umani come il sottoscritto oppure con superfighette universitarie che non puoi nemmeno guardare negli occhi senza augurarti che una catastrofe nucleare ti offra finalmente l’occasione di approcciarle.

Eh sì, io quel libro ce l’ho e non m’importa più nemmeno d’averlo (certi cipigli à la julienne hanno fatto il loro tempo), ma non penso neppure un attimo a mettermi a fare la figura del coglione, sperando di meritarmi chissà quale dimostrazione di empatia o simpatia o al limite riconoscimento hegeliano per aver aiutato la fanciulla nella sua logorante ricerca. Non la beviamo più la storia della “sapiosessualità”: se penso a quanto si sia diffusa tra le fighette middlebrow tale espressione (che, giusto per ricordare, significa “attrazione SESSUALE per l’intelligenza”), mi prende davvero lo sconforto per il destino della civiltà occidentale. Questa roba, non esiste: non costringetemi a citare ancora Pavese (“Non c’è idea più sciocca che credere di conquistare una donna offrendole lo spettacolo del proprio ingegno”). Più si moltiplicano le “esibizioni di virtù” sapiosessuale, più esse perdono ogni credibilità: mi torna alla mente quel diabolico profilo Instagram, Hot Dudes Reading, bonazzi con in mano un libro fotografati a loro insaputa. Già, perché non importa cosa stiano leggendo questi maschioni, né se approvino l’idea di trasformarsi in una fantasia umidiccia per vegane obese: alle donne è consentita praticamente qualsiasi cosa, mentre io non posso nemmeno scrivere due righe senza temere la gogna, la censura, la derisione.

Andiamo avanti, però: la ragazza si mette a cercare quel libro senza troppa convinzione. A un certo punto si ferma a qualche millimetro da me, girata di spalle. Sono così teso che non riesco nemmeno a sentire il suo profumo (a furia di non guardare le donne mi si è sviluppato un olfatto ginecomane). Sono istanti interminabili, finché non se ne va e sparisce per sempre. Se non altro posso recuperare un po’ di tranquillità sfogliando una raccolta di discorsi di Richard Nixon che poi effettivamente acquisterò (quanto è importante la presenza di certi maschi alpha americani nelle nostre meschine esistenze? Altro che Constance Dowling, è Ronald Reagan il nostro “sangue di primavera”).

Purtroppo la quiete dura solo pochi istanti. Irrompe un’altra fighetta allo stato brado, questa volta sono certo che lo sia perché ho voluto sbirciare, ma solo per capire se qualche divinità crudele si stesse prendendo gioco di me. Mi viene quasi il dubbio che sia la stessa ragazza di prima: ormai all’orizzonte c’è solo una infinita vagina dentata che raggruppa tutto il genere femminile e mi impedisce di guardare oltre i monti e le valli e le selve e i fonti e i fiumi e l’isole del mare. Ecco che la divina indifferente domanda al commesso/baizuo Le undicimila verghe di Apollinaire. Quello invece ce l’ho sia in originale che in francese, ma se Jean Clair era tutto sommato un autore “cristiano”, cioè così generoso da farsi capire persino da una donna, con la porcheria di Apollinaire è finita, anzi non è nemmeno iniziata.

Ripongo il libro che sto sfogliando (una raccolta di saggi di Eliade in romeno, che poi comprerò lo stesso) e mi capita sottomano un volume revisionista della Graphos: una coincidenza talmente cialtronesca che davvero comincio a pensare che dietro la camera più che Tati ci sia Buñuel (ma fanculo a questi riferimenti di modernariato colto, ha ragione quel lettore che riduce Žižek a un boomer mancato anche per la “polverosità” delle sue citazioni). Trovare una testimonianza di negazionismo olocaustico in uno dei “luoghi dello spirito” della sinistra bianca meneghina è qualcosa di così dolcemente ridicolo da offrirti un residuo di stamina per tirare avanti (staminchia, anzi, perché l’assurdità della situazione mi ispira un risolino da vero malato mentale, un suono così grottesco che nella mia stirpe probabilmente è stato profferito solo da una prozia sopravvissuta a una meningite infantile).

Le undicimila verghe ad ogni modo non saltano fuori, ma in compenso anche questo angelo della perdizione mi si avvicina troppo e quasi mi sfiora. Per salvarmi mi ficco ne L’anticomunismo democratico in Italia, una di quelle risibili iniziative editoriali per introdurre nel Bel Paese la “cultura liberale” (ah ah ah) che mi riporta ai tempi in cui forse avrei potuto sfruttare la presenza di Berlusconi come capo-tribù per riuscire a rimediare almeno uno spicchio di fica in nome di quel liberalismo triste che si stava faceva largo come idea rivoluzionaria manco Roma fosse Sofia o Baku (ma è un discorso lungo e complesso e tanto il momento è già passato da un pezzo).

E così però si torna sempre al punto di partenza: con la cultura non si mangia, e nemmeno si scopa. Si rimane seduto su un autobus, evitato da tutti, fingendo di leggere un ingestibile in-ottavo, che più che cacciartelo faticosamente nella tasca dei jeans dovresti infilartelo direttamente in culo. Negli Stati Uniti esiste un mercato editoriale dei “libri da metropolitana”: solitamente sono quelli che contengono nel titolo la parola Fuck come una sorta di hapax legomenon (ma sarebbe meglio dire “occasionalismo”) a livello commerciale, di contro alla variopinta espressività con cui altre lingue potrebbero rendere le sfumature del prodotto (“sbattersene il cazzo di tutto e tutti”, “fregarsene dell’amore”, “fottersene delle opinioni altrui” e “farsi scopare da chicchessia”).

Il soy boy (inglese per baizuo), sì insomma il soyim (ringraziamo sempre en passant Nixon e tutti gli eroi vichiani americani di cui sopra che ci consentono coi loro meme e i loro Primi e Secondi Emendamenti di essere ancora maschi bianchi etero) si è particolarmente affezionato a tale letteratura e continua a sfoggiarla nella speranza di imbattersi nella leggendaria sapiosessuala (perché anche se effeminato e metrosessualizzato il soyim resta sempre un cisgender morto di figa). È sorta pertanto una nuova forma di consumismo, che è poi quella definitiva perché ti consuma letteralmente tutto: la mente, la vista, la salute, il cazzo. La rendiamo in green text affinché anche i normie sappiano:

> acquista il libro
> viaggia coi mezzi pubblici
> inclina la copertina del libro in modo che gli altri possano vedere il titolo
> dai un’occhiata se lo stanno guardando
> acquisisci punti nella “esibizione di virtù” che naturalmente ti condurranno all’illuminazione attraverso la stimolazione della dopamina e della serotonina
> prodotto di consumo consumato

Allora prendiamola sul ridere (honk honk): come al solito gli yankee ti avvelenano e poi ti vendono l’antidoto, infatti si sono messi a scherzare su questa mania dello sfoggio di cultura come rituale di auto-realizzazione, inventandosi copertine false ispirate da un umorismo normaloide ma poi non così innocuo, visto che ci buttano dentro un po’ di sacrosanto sessimo e razzismo.

La connessione (artefatta o naturale, cioè innaturale) tra bibliomania, consumismo e sapiosessualità mi riporta alla mente un pericolosissimo escolio di Gómez Dávila:

Un ambiente sexual, colectivista, industrioso, caracterizó el predominio de la hembra en la horda arcaica. Desaparecido el predominio viril fundado por el jinete, la sociedad individualista y guerrera de los últimos milenios retorna a su viscosa matriz primitiva.

I pregiudizi dei nostri vecchi erano centrati: la lettura ci ha resi stupidi, impotenti e pazzi. Siamo diventati noi stessi oggetti di consumo, consumati dalla solitudine e dal desiderio: esclusa la produzione, il ciclo delle esistenze si riduce a un consuma consuma crepa. Le donne in tutto ciò rappresentano un’ossessione indicibile, comparse evanescenti di una dimensione parallela (l’orda, appunto) che ci appare tale nella misura in cui ci esclude. L’unica certezza è che per esse restiamo creature invisibili, perciò non rimane che farci il callo o quantomeno impedirsi di farsi consumare: da questo punto di vista, è evidente che la bibliofilia compulsiva non ha nulla di “salutare”.

Un commento su “Le donne ti consumano e poi non ce la fai più

  1. Hai scritto troppo Rò…poi leggerò, ma se hai trovato edizioni Graphos dove stavi, lì, il tempo allora si avvicina.
    Dajeeeeeee

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