Le incredibili avventure del fascismo iraniano

The weird world of fascism in 1950s Iran
(Timothy Doner, 18 settembre 2020)

Questa storia contiene: sosia di Hitler, soldi della CIA, sicari in camicia nera e un misterioso sottomondo di uomini d’affari persiani che cercano di far rivivere il Terzo Reich. Allacciate le cinture!

Come studente ad Harvard ho dedicato la mia tesi di laurea a un oscuro partito nazista chiamato Sumka (سومکا؛ حزب سوسیالیست ملی کارگران ایران), abbreviazione di “Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Iraniani” (Ḥezb-e Sosīālīst-e Mellī-e Kārgarān-e Īrān). Il Sumka era guidato dal filologo iraniano Davud Monshizadeh (1914-1989), che trascorse gli anni della guerra nella Germania nazista, presumibilmente collaborando con le SS, e affermò di essere stato ferito nella battaglia di Berlino, come dimostrerebbe una foto del 1952 dove si regge con una stampella.

Alcuni documenti declassificati mostrano che l’intelligence statunitense fosse a conoscenza delle attività di Monshizadeh: in un rapporto del 1946, compare in un elenco di collaborazionisti nazisti assieme a 50 altri iraniani. Il documento è disponibile sul sito della CIA.

Il delfino di Monshizadeh, Dariush Homayoun (al centro), divenuto in seguito il Ministro dell’Informazione dello Scià, afferma nelle sue memorie che Monshizadeh era addetto agli interrogatori dei prigionieri di guerra di lingua persiana sul fronte orientale. In effetti nei Freikorps nazisti militarono anche tagiki, probabilmente reclutati proprio nei campi di prigionia. In una lettera del 27 ottobre 1942, Otto Paul (docente dell’Istituto per la ricerca sulla questione ebraica) indica “Mr. Davoud Monchi Zadeh, Ministero della Propaganda” come autore delle risposte alle domande sull’identità razziale degli ebrei persiani.

Gli anni della guerra

Nel 1943, Monshizadeh si laureò a Monaco in filologia iranica, pubblicando monografie sul teatro religioso persiano. In quei frangenti entrò in contatto con Stig Wikander, famoso studioso di sanscrito, e Walther Wüst, leader delle SS Ahnenerbe. Monshizadeh si considerava un ariano e per questo sposò una tedesca dalla quale ebbe quattro figli. Era così devoto a Hitler che si vantava di essere “l’unico iraniano presente come uno degli ufficiali della guardia d’attacco (afsarān-e gārd-e hamleh) nella capitale del Terzo Reich”. In quell’occasione venne presumibilmente ferito da un colpo di pistola che gli frantumò il bacino. Una storia che in seguito ha trasformato in una strana epica che coinvolge gli Sciti, una moglie “delle tribù del nord” e un fedele ariano traumatizzato dalla morte del re Dario (chiara metafora di Hitler).

Ma ecco il colpo di scena: questa storia è completamente inventata. Nel 2018, ho contattato la figlia (che vive in Germania), la quale mi ha fornito documenti di famiglia e immagini che dimostrano che Monshizadeh non era nemmeno a Berlino nel 1945. La famiglia era fuggita in una città vicino a Potsdam, e come ha riferito la moglie:

“L’esplosione della bomba è durata solo 20 minuti, ma la casa ha continuato a tremare, le finestre, il tetto e le porte sono volate via. Poi finalmente abbiamo sentito i carri armati russi che arrivavano. Uno è sceso lungo il sentiero della nostra proprietà e sparato violentemente sulla nostra casa. Erano quasi le dieci di sera quando Davud, sentendo parlare russo, aprì immediatamente la porta della cantina. Entrò una truppa di soldati alti e selvaggi e, come abbiamo scoperto, musulmani, che abbracciarono Davud e lo baciarono con le loro barbe ispide e accarezzarono i bambini. Quando però tutta la famiglia uscì per prendere aria, improvvisamente ci fu un botto e le orecchie cominciarono a fischiarmi. Davud rimase accanto a me per un momento, poi disse: ‘La mia gamba è spezzata!’ e svenne. L’ho fatto cadere sul pavimento perché era pesante. Era pienamente cosciente, gemeva e non riuscii a trovare subito la ferita. Inoltre sanguinavo pesantemente, quindi non riuscivo a distinguere nulla. Solo allora l’ho visto: il foro di proiettile nella sua coscia aveva le dimensioni del pugno di un bambino ed era uscito dove di solito ci si siede”.

Tra aprile e novembre, mentre giaceva stordito dalla morfina, Monshizadeh iniziò a soffrire di febbri, allucinazioni e malnutrizione. Dopo aver annullato dieci interventi chirurgici, riuscì misteriosamente a sgattaiolare nella zona occidentale, abbandonando la sua famiglia e ponendo fine alla prima fase della sua carriera nazista.

È ricomparso nel 1947 come Lektor di persiano a Monaco di Baviera, dove ha assunto una donna di nome Traudl Junge, la segretaria personale di Hitler rimasta con lui nel bunker fino alla fine.

Nel 1950, dopo un periodo ad Alessandria (forse avendo tra i suoi allievi anche a Sadat), è tornato in Iran e si è unito a un movimento fondato da altri ex nazisti. Con Monshizadeh al timone e il sostegno della CIA, il Sumka avrebbe svolto un ruolo significativo nel colpo di stato del 1953.

I primi passi dell’ideologo del fascismo iraniano

Monshizadeh si fece le ossa nel giornale Iran-e Bastan (1933-35), patrocinato dalla comunità parsi dell’India interessata a sfruttare le politiche paniraniche dello Shah per stringere legami con la comunità zoroastriana e promuovere lo studio della Persia preislamica. Tuttavia sotto la guida di Saif Azad, con sede a Berlino, e con i finanziamenti del governo tedesco, la rivista divenne un megafono per i nazisti e iniziò a pubblicare, per esempio, foto di Hitler da bambino

e appelli al popolo iraniano ad adottare “sport civili” come tennis, hockey sul ghiaccio, sci.

Il giornale pubblicò anche resoconti trionfalistici delle spedizioni naziste in Tibet:

Nel secondo anno di pubblicazione le copie circolanti aumentarono a 8000 per ogni uscita quindicinale. Il foglio cominciò a condannare puntualmente la “propaganda ebraica” e a dare più spazio ai rudimenti della scienza razziale del Reich. Anche Alfred Rosenberg scrisse un articolo per la rivista. In un pezzo del marzo 1933 Monshizadeh espresse tutto il suo nazionalismo romantico, elogiando la santità delle stelle e del cielo dell’Iran e affermando il proprio amore per i compatrioti.

La storia di Davud Monshizadeh

La famiglia Monshizadeh faceva parte dell’aristocrazia di Erevan. Un lontano antenato, Mohammed Reza Beg, fu sindaco (kalāntar) della città nel XVIII secolo e nel 1715 capitanò un’ambasciata safavide alla corte di Luigi XIV. Le sue scappatelle parigine furono motivo di pettegolezzo per l’alta società dell’epoca.

Verso il 1880 il patriarca Karim Bek Monshiov ricevette il permesso da Nasser al-Din Shah di trasferirsi a Teheran e portò con sé suo figlio di 11 anni, Ebrahim. Come molti immigrati caucasici nell’Iran di Qajar, Karim Bek si trovò presto incorporato nella Brigata cosacca persiana, l’unità di cavalleria d’élite addestrata dalla Russia che avrebbe svolto un ruolo decisivo nella creazione dell’Iran moderno. Nel luglio del 1895 il comandante della brigata Kossogovskij avvelenò Karim Bek, e da quell’istante il figlio Ebrahim iniziò a provare sentimenti di rivalsa contro i cosacchi. Quando costoro intervennero contro il Movimento Costituzionale Iraniano (1907), Ebrahim divenne un radicale e organizzò una società clandestina, Komiteh-ye Mojāzāt (“Comitato per la punizione”), volta a uccidere “anglofili e traditori della patria”.

Tra il 1917 e il 1918, i seguaci di Ebrahim assassinarono almeno una decina di funzionari di alto rango, compresi i redattori di giornali e il Ministro delle Finanze. Nel settembre 1918 Ebrahim venne arrestato, imprigionato e fucilato, lasciando un figlio di quattro anni, il nostro Davud. La morte del padre fece sorgere anche nel giovane Davud risentimento contro la Brigata Cosacca, lo stesso gruppo il cui capo, Reza Khan, avrebbe preso il potere nel 1921 e stabilito la dinastia Pahlavi. Come scrisse in seguito Monshizadeh, “Ogni traccia di mio padre che avessi mai raccolto in vita mia, la porto ora in me: è una battaglia senza tregua per questo sangue e questa terra. Credo al destino dei miei antenati e alla mia missione razziale”.

L’Iran negli anni ’20 e ’30 era l’humus perfetto per la radicalizzazione di Davud, poiché il confronto del Paese con la modernità portò a una crescita di interesse per comunismo, nazionalismo, sindacalismo, liberalismo, monarchismo e, ovviamente, fascismo. Ispirato da Atatürk, lo Scià decise di modernizzare la Persia, vietando il velo in pubblico, imponendo abiti occidentali, favorendo la scolarizzazione e patrocinando le opere pubbliche. Trovò anche modo di forgiare una nuova ideologia nazionale, che glorificava la Persia preislamica e la sua identità “ariana”.

Reza Scià, attorniato dell’imperialismo sovietico e britannico, decise di chiedere protezione alla Germania, con compiacimento di Hitler (qui un suo biglietto d’auguri per il compleanno dello Scià del marzo 1936).

L’espressione “ariano” filtrò dai circoli accademici europei all’Iran attraverso lo scrittore Mirza Aqa Khan Kermani (1854-97) che lo traslitterò come ariyan: “Se si paragonano un iraniano, un greco e un inglese a un negro sudanese o un arabo, si è chiaramente in grado di giudicare quale sia il civilizzato e quale sia il selvaggio”. Sotto Reza Scià, l’arianesimo e la fede nella mitica Persia preislamica da teoria marginale divenne ideologia di stato: nel 1935 egli chiese alle ambasciate straniere di riferirsi alla Persia col suo nome nativo, Iran (letteralmente “Terra degli Ariani”).

Nell’agosto 1941, gli inglesi e i sovietici cacciarono lo Scià, mandato in esilio e sostituito con suo figlio Mohammed Reza Pahlavi. Tuttavia, l’eredità dell’arianesimo è sopravvissuta e ha assunto la sua forma più violenta negli anni ’50, appunto con Davud Monshizadeh e il Sumka.

I fondatori del Sumka erano una accozzaglia di funzionari governativi e uomini d’affari, molti dei quali zoroastriani, guidati da un certo Manuchehr Amir-Mokri. Mentre l’influenza comunista avanzava e il Tudeh (Partito Comunista Iraniano) ordiva complotti contro lo Scià, il Sumka guadagnava simpatie alla corte Pahlavi. All’epoca esistevano già diversi gruppi ultranazionalisti (come i pan-iranisti) e il Sumka appariva come il veicolo adatto per confluire tutte queste tendenze sotto un unico emblema (nella foto: convegno dei pan-iranisti).

Per Monshizadeh l’occupazione alleata era umiliante e il fascismo restava ancora l’unica possibilità per avere un Iran libero. Inoltre a suo parere “Hitler non era un dittatore” e il suo regime era “cento volte meglio dei suoi oppositori bugiardi e imbroglioni”. Così, mentre la Germania intraprendeva un doloroso processo di de-nazificazione, in Iran un misto di opportunismo, ambizioni personali e anticomunismo alimentava la rinascita nazista.

Nel 1951 Mossadeq divenne Primo Ministro e i fondatori del Partito si convinsero di poter manovrare Davud Monshizadeh come un burattino: costui aveva tuttavia già iniziato la sua scalata all’interno dell’organizzazione, che lo avrebbe portato a diventarne l’autorità indiscussa.

Il Sumka nell’Iran degli anni ’50

I militanti del Sumka hanno sempre negato che il proprio simbolo avesse a che fare con la svastica, affermando invece che fosse una Fenice (Simurgh) stilizzata. Anche per le camicie nere, invocarono come ispirazione quelle dell’esercito del generale persiano dell’VIII secolo Abū Muslim; mentre il saluto a braccio teso a loro dire era un gesto tradizionale dell’antica Persia.

Gli obiettivi indicati nel programma del Sumka erano: “spezzare il dominio del denaro e spazzare via tutte le manifestazioni del capitalismo”; sciogliere delle associazioni artistiche o letterarie “contrarie all’interesse nazionale”; opporsi ai “meccanismi marci e corrotti del governo parlamentare”; contrastare la natura “velenosa ed effeminata” della letteratura persiana, che Monshizadeh accusava di declino culturale, stigmatizzando gli iraniani che giustificavano il loro lassismo con “una citazione sbagliata di Hafez” e nascondevano la propria ipocrisia “con un verso dal Roseto (Golestan) di Saʿdi”. Al loro posto, egli raccomandava gli “eroi ariani” dello Shāh-Nāmeh (“Il Libro dei Re” di Firdusi).

L’ossessione per il cambiamento dei gusti letterari andava di pari passo con la volontà di riformare l’alfabeto persiano, il cui sistema di ortografia accusava di aver creato una società in crisi e “indisciplinata”. Il Partito era interessato anche all’introduzione di nuove forme di comportamento: il suo “Galateo nazionalsocialista” in 25 punti, includeva raccomandazioni come “Non masticare con la bocca piena” e “Non usare un linguaggio volgare”. Monshizadeh aveva persino pensato di creare una nuova religione con processioni presso la tomba di Dario (“la più grande manifestazione della razza ariana”) e pellegrinaggi ai centri “sacri” dell’Iran preislamico, e fondare una organizzazione su stampo della  Hitler-Jugend, che proibisse droghe e alcol e incoraggiasse lo sport e l’atletica tra i giovani iraniani.

Il Sumka non era naturalmente estraneo all’antisemitismo: “Tutti gli ebrei, anche se vivono in Iran da centinaia di anni, traggono la loro ricchezza dalla rovina dello Stato. Questa nazione ebraica canaglia conosce solo frode e falsità. Gli ebrei non hanno il diritto di essere iraniani e inquinano il nostro sangue”. Haroun Yashayaei, una figura di spicco nella comunità ebraica iraniana, ricorda che, durante il periodo Mosaddegh, i membri di Sumka si radunavano fuori dalla scuola ebraico-francese Etehad per attaccare gli studenti.

(Nota a margine: è interessante osservare che i diplomatici iraniani riuscirono a salvare gli ebrei persiani a Parigi durante la Seconda guerra mondiale sostenendo che essi fossero “razzialmente” ariani, l’esatto opposto delle opinioni sposate nella propaganda di Sumka. L’episodio è narrato nella serie televisiva Latitudine Zero, del 2007).

Nel 1952, il Sumka aveva attirato l’attenzione dei diplomatici statunitensi: quando gli agenti della CIA cominciarono a tramare il colpo di stato, decisero che poteva essere utile avere questi fanatici anticomunisti nella loro rete.

(continua….)

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