Le radici francesi del suprematismo bianco americano: Renaud Camus, Alain de Benoist e Guillaume Faye

Lo Château de Plieux, un castello su una collina della Guascogna, si affaccia su campi punteggiati di boschi e fattorie. Una bandiera svetta sulle pietre antiche della torre nord-ovest, costruita nel XIV secolo, la quale offre una posizione ideale da cui sorvegliare le orde di invasori. Dentro il cavernoso studio del secondo piano del castello, il proprietario settantunenne, Renaud Camus, siede davanti a una scrivania ricolma di libri mentre twitta con un Mac tenebrosi ammonimenti sul destino demografico dell’Europa.

Nell’afoso pomeriggio di giugno in cui ho visitato il castello, Camus – nessuna relazione con Albert – indossava un abito estivo marrone chiaro e una cravatta. I numerosi autoritratti appesi nello studio moltiplicavano i suoi occhi azzurri. Lo scrittore ha trascorso la maggior parte della sua carriera come diarista di viaggio. Uno dei suoi libri più celebri, Tricks (1979), “un’odissea sessuale da uomo a uomo” con prefazione di Roland Barthes, descrive le sue avventure da Milano al Bronx; Allen Ginsberg all’epoca definì il mondo di Camus “quello del nuovo omosessuale urbano a proprio agio in decine di paesi”.

Negli ultimi anni, tuttavia, il nome di Camus è stato associato meno all’erotismo omosessuale che a uno slogan, Le Grand Remplacement. Nel 2012 ne ha fatto il titolo di un libello allarmista: gli europei nativi a suo parere sarebbero a rischio di venire colonizzati dagli immigrati del Terzo Mondo che inondando il Vecchio Continente, in un vero e proprio processo di estinzione. A suo parere la Grande Sostituzione è “un concetto molto semplice”: “Un popolo che in una generazione viene sostituito da un altro”.

L’identità specifica della popolazione sostitutiva, suggerisce, è meno importante dell’atto stesso della sostituzione. “Gli individui, sì, possono unirsi a un popolo, integrarsi con esso, assimilarsi”, scrive nel libro. “Ma i popoli, le civiltà, le religioni – e specialmente quando queste religioni sono esse stesse civiltà, tipi di società, quasi Stati – non possono, e nemmeno vogliono”. Ma precisa di non avere “alcuna concezione genetica delle razze” e di non usare mai “espressioni come razza o cultura superiori“. Insiste sul fatto che sarebbe ugualmente dispiaciuto se la cultura giapponese o la cultura africana scomparissero a causa dell’immigrazione.

Camus ritiene che tutti i paesi occidentali debbano affrontare a diverse intensità una “sostituzione etnica e di civiltà” e indica la crescente prevalenza dello spagnolo e di altre lingue straniere negli Stati Uniti come prova dello stesso fenomeno. Sebbene i volumi della sua seconda carriera di scrittore non siano tutti disponibili in traduzione, i circoli nazionalisti e suprematisti hanno provveduto a divulgarli in tutta l’anglosfera. Lauren Southern, una youtuber canadese della cosiddetta “destra alternativa” (alt-right), ha pubblicato su YouTube un video intitolato The Great Replacement che ha ricevuto centinaia di migliaia di visualizzazioni prima di venire censurato. Il sito anonimo great-replacement.com afferma come scopo “la diffusione del termine coniato da Camus, che è più appetibile del concetto di genocidio bianco“.

Il compagno di Camus arriva nello studio con una torta su piatto d’argento e del caffè. Camus, nel frattempo, mi parla del suo “momento redpill (espressione derivata dal film Matrix): da bambino, dice, era uno “xenofilo”, felicissimo di vedere turisti stranieri accorrere alle terme vicino a casa sua, nell’Alvernia. Alla fine degli anni novanta, ha iniziato a scrivere libri di viaggio commissionati dal governo francese. Il lavoro lo ha portato nel dipartimento dell’Hérault, la cui capitale è Montpellier. Sebbene Camus conoscesse le banlieue “arabizzate” e i progetti di alloggi urbani sovvenzionati, noti come cités, quella esperienza lo sconvolse ugualmente. Villaggi medievali in cui “si passa da una fontana di sei o sette secoli a donne nordafricane col velo”. Un afflusso demografico chiaramente non più limitato alle periferie interne e alle regioni industriali della Francia, ma onnipresente, che sta trasformando l’intero Paese. Il problema di Camus non era, come potrebbe essere per molti cittadini francesi, che il simbolismo religioso del velo si scontrasse con alcuni dei principi laici più amati del paese, ma che le donne velate rappresentassero intrusi permanenti in patria. Da lì comincio a essere ossessionato dalla purezza etnica dell’Europa occidentale.

Camus sostiene le politiche anti-immigrazione di Marine Le Pen, ma nega tuttavia di essere un estremista, definendosi uno dei tanti che “vorrebbero solo che la Francia resti francese”. Dal punto di vista di Camus uno come Macron è espressione delle forze dietro la Grande Sostituzione; lo scrittore ricorda con irritazione che il nuovo premier francese “è andato in Germania a fare i complimenti alla Merkel per aver accolto un milione di migranti”. Camus considera Macron, ex banchiere, rappresentante della Davoscrazia, uno che pensa alle persone come unità “interscambiabili” all’interno di un insieme sociale più ampio. “Questa è una concezione molto bassa dell’essere umano: le persone non sono cose ma hanno storia, cultura, lingua, preferenze”. A suo parere l’immigrazione è un aspetto di un nefasto processo globale che rende obsoleto tutto, dalla cucina ai paesaggi. “La vera essenza della modernità è il fatto che tutto – e davvero tutto – possa essere sostituito da qualcos’altro, il che è assolutamente mostruoso”.

In un recente intervento radiofonico, il direttore emerito dell’Institut National d’Études Démographiques Hervé le Bras, ha affermato che i proclami di Camus sulla sostituzione etnica sono basati su statistiche gonfiate sul numero di stranieri in Francia. Camus ha risposto con disinvoltura su Twitter: «Da quando, nella storia, una nazione ha avuto bisogno della “scienza” per capire di essere invasa e occupata?».

Camus è diventato una delle figure più citate dalla destra francese: è un interlocutore abituali di intellettuali come il filosofo ebreo conservatore Alain Finkielkraut, che lo ha definito “un grande scrittore che ha forgiato un’espressione che ormai si sente ovunque”. Camus ha anche critici di spicco: il saggista e romanziere Emmanuel Carrère, amico di lunga data, lo ha attaccato pubblicamente, tacciando le sue idee come “incompatibili con la giustizia globalizzata”.

Per lo storico Mark Lilla, Camus è “una cinghia di trasmissione tra l’estrema destra e la destra rispettabile”, perché la sua retorica è di alto livello, esteticamente godibile, ben lontana dalla brutalità degli skinhead tatuati che potrebbero però mettere in pratica le sue tesi. Quando ho chiesto a Camus se mi considerasse parte del problema, essendo un nero americano che vive a Parigi con una moglie francese e una figlia di razza mista, ha risposto in modo brillante: “Non c’è niente di più francese di un americano a Parigi!”, per poi offrirmi di soggiornare nel suo castello quando lui e il suo compagno andranno in vacanza.

Sebbene Camus presenti la sua definizione di “francesità” come ragionevole e civile, le sue prospettive su etnia e islam sono meno favorevoli. Non solo appannaggio esclusivo dell’estrema destra, questo punto di vista è stato espresso in una lettera del 1959 da Charles de Gaulle al suo confidente Alain Peyrefitte, che sosteneva il ritiro dall’Algeria francese:

“È positivo che ci siano francesi gialli, francesi neri, francesi marroni. Dimostrano che la Francia è aperta a tutte le razze e che ha una missione universale. Ma è un bene finché rimarranno una piccola minoranza. Altrimenti, la Francia non sarebbe più la Francia. Dopotutto, siamo principalmente un popolo europeo di razza bianca, cultura greco-latina e religione cristiana“.

De Gaulle nella stessa lettera sostenne anche che i musulmani “con i loro turbanti e tuniche non sono francesi”, domandando all’interlocutore: “Credi che la Francia possa assorbire 10 milioni di musulmani, che domani saranno 20 milioni e dopodomani 40 milioni?” Se ciò accadesse, conclude, “Il mio villaggio non si chiamerebbe più Colombey-les-Deux-Églises, ma Colombey-les-Deux-Mosquées!”

I timori nei confronti dell’islam serpeggiano in tutta Europa almeno dall’inizio del XX secolo, quando i primi “lavoratori ospiti” iniziarono ad arrivare dalle ex colonie francesi e dalla Turchia. Nel 1898 in Gran Bretagna, Winston Churchill paventò il “maomettanesimo militante” e il celebre discorso del 1968 di Enoch Powell affermò che l’immigrazione aveva causato una “trasformazione senza precedenti in un millennio di storia britannica”. L’ansia per gli immigrati di colore è altresì da sempre presente negli Stati Uniti, soprattutto lungo il confine con il Messico, ma l’apprensione si è poi intensificata dopo l’11 settembre e i successivi atti terroristici, nonché anche con la recessione e l’elezione del primo Presidente nero. Negli ultimi anni, il nazionalismo bianco è emerso dai meandri di Internet ed è entrato nell’arena politica.

Nell’Europa attuale che ha assorbito in pochissimo tempo milioni di migranti, l’opposizione all’immigrazione è meno un’ideologia coerente che un miscuglio di idee e sentimenti reazionari. Il nazionalismo xenofobo può essere sia a sinistra che a destra. Non c’è nemmeno unanimità sulla superiorità della cultura giudaico-cristiana: alcuni nazionalisti europei si dichiarano “pagani”. Gli intellettuali anti-immigrazione non riescono neppure a trovare un nome per il loro movimento. La diffidenza nei confronti del multiculturalismo e il desiderio preservare la “purezza” europea cadono spesso sotto l’etichetta “identitarismo”, ma molti eminenti rappresentanti storcono il naso. Lo stesso Camus dice di non voler “giocare al gioco delle identità”, perché Luigi XIV o La Fontaine o Racine o Châteaubriand non avrebbero mai detto di essere “identitari”, ma “solo francesi”: “E io sono solo francese”.

L’identitarismo è una invenzione smaccatamente francese: nel 1968, a Nizza, diversi gruppi militanti di estrema destra crearono il GRECE (Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne), un pensatoio che iniziò a promuovere le sue idee sotto l’etichetta di “nuova destra”. Uno dei fondatori fu Alain de Benoist, studioso aristocratico ed ermetico che ha scritto più di cento libri e considera un male “la graduale omogeneizzazione del mondo, sostenuta e realizzata da duemila anni di ideologia egualitaria”. Il gruppo ha espresso fedeltà alla “diversità” e all'”etnopluralismo”, termini che suonano politicamente corretti alle orecchie americane ma che hanno un significato diverso sulle labbra di Benoist, che nel suo Manifesto per una rinascita europea (1999) scrive che

“La vera ricchezza del mondo è prima di tutto la diversità delle sue culture e dei suoi popoli. La conversione dell’Occidente all’universalismo è stata la causa principale del suo successivo tentativo di convertire il resto del mondo: in un lontano passato, alla sua religione (le crociate); l’altroieri, ai suoi principi politici (colonialismo); e oggi, al suo modello economico e sociale (sviluppo) o ai suoi principi morali (diritti umani). Intrapresa sotto l’egida di missionari, eserciti e mercanti, l’occidentalizzazione del pianeta ha rappresentato un movimento imperialista alimentato dal desiderio di cancellare ogni alterità”.

Da questo punto di vista, sia il comunismo che il capitalismo “globalizzati” sono ugualmente sospetti, e ogni “cittadino del mondo” sarebbe in realtà un agente dell’imperialismo. Quando de Benoist scrive che “l’umanità è irriducibilmente plurale” e che “la diversità fa parte della sua stessa essenza”, non sostiene l’idea di crogiolo, ma di diversità separata: francesi da una parte, marocchini dall’altra. È una visione del mondo nostalgica ed estetizzante, che ignora le complesse forze economiche e politiche che provocano l’immigrazione.

La peculiare definizione di “diversità” di de Benoist gli ha permesso di assumere posizioni inaspettate: da una parte infatti difende il diritto dell’immigrata musulmana a indossare il velo, e dall’altra si oppone alle politiche sull’immigrazione che le hanno permesso di stabilirsi in Francia in primo luogo. In una e-mail mi ha detto che l’immigrazione costituisce un fenomeno innegabilmente negativo, in parte perché trasforma gli immigrati in vittime, cancellandone le radici, aggiungendo che “il destino di tutti i popoli del Terzo Mondo non può essere quello di stabilirsi in Occidente”. In un’intervista di inizio anni ’90 a Le Monde, dichiarò che il modo migliore per manifestare solidarietà con gli immigrati era di aumentare i rapporti commerciali col Terzo Mondo, affinché i paesi in via di sviluppo potessero diventare abbastanza “autosufficienti” da dissuadere i loro cittadini dall’andare altrove. Questi Paesi, aggiungeva, avrebbero dovuto seguire una propria via e non adottare i modelli della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

De Benoist del resto ammette di aver votato alle ultime presidenziali il candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, col quale condivide il disprezzo per il capitalismo globale. Gli scritti di de Benoist spesso strizzano l’occhio a pensatori di sinistra, in particolare al marxista italiano Antonio Gramsci. Nel Manifesto di cui sopra, de Benoist pensa che gli europei bianchi non dovrebbero solo attuare politiche restrittive sull’immigrazione, ma opporsi a ideologie come il multiculturalismo e il globalismo, prendendo sul serio “la premessa che le idee giocano un ruolo fondamentale nella coscienza collettiva”. Da tale prospettiva egli promuove un gramscisme de droite, una opposizione culturale all’influenza di Hollywood e delle multinazionali. I francesi a suo dire dovrebbero mantenere salde le loro tradizioni e rifiutare “una dieta a base di hamburger”.

Nonostante l’affinità di de Benoist con alcuni politici di estrema sinistra, il suo Manifesto è diventato una bibbia per l’estrema destra in Europa occidentale, negli Stati Uniti e persino in Russia. Il filosofo Aleksandr Dugin, che promuove la dottrina etnopluralista dell’eurasianesimo, nel 2012 è volato a Parigi per incontrarlo: “Lo considero il più importante intellettuale europeo contemporaneo”. John Morgan, editore di Counter-Currents, casa editrice suprematista con sede a San Francisco, ha pubblicato un saggio online sul debito dell’alt-right americana nei confronti del pensiero europeo e ha parlato di de Benoist e del GRECE come “un imponente costruzione intellettuale senza pari almeno dalla rivoluzione conservatrice dell’era di Weimar”.

Sebbene de Benoist affermi di non condividere le idee della destra alternativa e di non capire “cosa abbiano appreso dal mio pensiero”, si è comunque recato a Washington per parlare al National Policy Institute, un gruppo nazionalista diretto da Robert Spencer, e ha tenuto lunghe interviste con Jared Taylor, il fondatore della rivista American Renaissance, ferocemente suprematista. Taylor, che ha studiato in Francia, in un’intervista gli ha domandato quali fossero i punti di attrito con gli identitari; de Benoist ha affermato di essere consapevole della questione razziale, ma di non darle l’eccessiva importanza che gli americani le attribuiscono:

“Non sto lottando per la razza bianca. Non sto combattendo per la Francia. Sto combattendo per una visione del mondo. L’immigrazione è chiaramente un problema. Dà origine a molte patologie sociali. Ma la nostra identità, l’identità degli immigrati, tutte le identità del mondo hanno un nemico comune, e questo nemico comune è il sistema che distrugge le identità e le differenze ovunque. Questo sistema è il nemico, non l’Altro”.

De Benoist potrebbe non essere un dogmatico, ma ai suprematisti bianchi che vedono le cose esplicitamente in termini di cultura e razza, il suo lavoro fornisce una qualche forma di “elevazione”: ad esempio i suoi discepoli, invece di invocare un “olocausto islamico”, possono sostenere che il radicamento nella propria patria è importante e che l’immigrazione, l’incrocio di razze e la forza omogeneizzante del neoliberismo colludono per cancellare identità che hanno preso forma nel corso di secoli. Le idee dal suono romantico di de Benoist possono essere selezionate con cura e adattate al proprio risentimento.

Lo scrittore Raphaël Glucksmann, importante avversario dell’estrema destra francese, sostiene che tali appropriazioni selettive hanno conferito a de Benoist “una immensa autorità tra fascisti e nazionalisti bianchi di tutto il mondo”. Glucksmann mi ha incontrato per un caffè vicino a casa sua, in Rue du Faubourg Saint-Denis, una delle arterie più “diverse” -dal punto di vista etnico- di Parigi. La Nouvelle Droite, sostiene Glucksmann, ha una concezione tribale dell’identità, tipicamente tedesca, che i tedeschi stessi abbandonarono dopo la Seconda guerra mondiale. L’intellettuale nazista Carl Schmitt ha sostenuto che “tutto il diritto è il diritto di un particolare Volk“. Nel suo celebre saggio del 1932, Il concetto di politico, pose la questione che ancora definisce la forma mentis destrorsa: chi è l’amico e chi il nemico di un popolo. Per Schmitt, identificare i propri nemici significa identificare il proprio io interiore: “Dimmi chi è il tuo nemico e ti dirò chi sei”.

La Nouvelle Droite si è poi frammentata, negli anni Novanta, a causa di divergenze di opinioni su chi fosse il principale nemico dell’identità europea. Se la minaccia percepita era inizialmente ciò che de Benoist definisce “l’ideologia dell’uguaglianza” (che molti in Francia chiamavano la “colonizzazione della Coca-Cola”), la crescente presenza di immigrati africani e arabi ha indotto alcuni membri del GRECE a ripensare l’essenza del conflitto.

Uno dei fondatori del gruppo, Guillaume Faye, laureato a Sciences-Po, ne fuoriuscì e iniziò a esprimere opinioni apertamente razziste. In un libello del 1998, Archeofuturismo, sostiene che “essere un nazionalista oggi significa assegnare a questo concetto il suo significato etimologico originale: difendere i membri nativi di un popolo”. Faye sostiene che “i cittadini europei sono minacciati e devono organizzare politicamente la loro autodifesa”, assicurando i francesi nativi che la loro “madrepatria subcontinentale” è “una parte organica e vitale di un popolo, il cui territorio naturale e storico -la cui fortezza, direi- si estende da Brest allo stretto di Bering“.

Faye, come Renaud Camus, è sconvolto dai dettami della moderna politica statale, che definisce la nazionalità in termini legali anziché etnici. Lo scrittore liberal americano Sasha Polakow-Suransky, nel suo recente Torna da dove sei venuto. Il contraccolpo contro l’immigrazione e il destino della democrazia occidentale, riporta l’indignazione di Camus al pensiero di “una donna col velo che parla male la nostra lingua, completamente ignorante della nostra cultura, ma che potrebbe comunque dichiarare di essere francese tanto quanto un indigeno appassionato di chiese romaniche, della finezza retorica e sintattica di Montaigne e Rousseau, dei vini di Borgogna, di Proust, e la cui famiglia ha vissuto da generazioni nella stessa valle”. Ciò che colpisce Camus, osserva Polakow-Suransky, è che “legalmente, se ha la nazionalità francese, allora quella donna col velo è completamente francese”.

L’opera di Faye mostra la spaccatura, emersa in molte democrazie occidentali tra destra mainstream, che può sostenere la rigorosa applicazione dei limiti all’immigrazione ma non si oppone intrinsecamente alla presenza dei musulmani, e alt-right, che considera l’immigrazione islamica come un minaccia esistenziale. Da tale prospettiva la crescente ammirazione dei conservatori occidentali per Vladimir Putin è facile da comprendere. Non solo pensatori come Faye vedono il Presidente russo come emblema della mascolinità bianca orgogliosamente eterosessuale; fantasticano che la forza militare russa aiuterà a creare una federazione “eurosiberiana” di etno-stati bianchi. “L’unica speranza di salvezza in questa nostra epoca oscura”, ha dichiarato Faye, è “uno spazio economico continentale sicuro e autocratico” in grado di “frenare l’ascesa dell’islam e la colonizzazione demografica dall’Africa e dall’Asia”. Nel suo libro del 2016, La colonizzazione dell’Europa, Faye sostiene che “nessuna soluzione, oltre alla guerra civile, può essere trovata al problema dell’immigrazione islamica in Europa”.

Tali discorsi rivoluzionari di destra sono ora migrati in America. Nel 2013 Steve Bannon per esempio si è definito “leninista”: un riferimento chiaramente non rivolto all’elettore repubblicano medio, ma al suo pubblico designato, quello della destra alternativa. Bannon voleva dire che il movimento era pronto a prendere in mano lo Stato, o addirittura annientarlo, in nome degli obiettivi nazionalisti. Richard Spencer definisce la destra alternativa americana “tutto fuorché conservatrice”: se il movimento conservatore americano celebra “il valore eterno della libertà, del capitalismo e della costituzione”, sostiene Spencer, lui e i suoi seguaci sono “disposti anche ad avvalersi del socialismo pur di proteggere la nostra identità”, aggiungendo del resto che “molti dei popoli sotto l’egemonia sovietica hanno preservato meglio la loro identità rispetto a quelli dell’Europa occidentale o agli americani stessi”.

Per Spencer autori “chiaramente razzisti” come de Benoist e Faye rappresentano “punti fondamentali” del suo pensiero identitario: sostiene di aver scoperto la Nouvelle Droite per la prima volta tra le pagine di Telos, una rivista americana di filosofia politica. La maggior parte degli identitari ha però una tendenza meno accademica. Nel 2002 l’estremista di destra Maxime Brunerie ha sparato al presidente Jacques Chirac mentre percorreva gli Champs-Élysées; l’organizzazione a cui Brunerie era affiliato, Unité Radicale, divenne parte del movimento identitario. E nel 2004 un gruppo noto come Bloc Identitaire ha fatto parlar di sé per la distribuzione di cibo contenente carne di maiale ai senzatetto, al fine di escludere quelli di fede islamica.

Organizzazioni simili iniziarono ad emergere in tutta Europa. Nel 2009, un ex dirigente minerario svedese, Daniel Friberg, ha fondato in Danimarca la casa editrice Arktos, che ora è il più grande divulgatore internazionale di letteratura di estrema destra. Figlio di militanti di sinistra, Friberg è cresciuto in un ricco sobborgo di Göteborg. Ha abbracciato il pensiero di destra dopo aver frequentato una scuola superiore “diversificata”, che ha descritto come un ricettacolo criminalità: “Mi avevano fatto credere che il multiculturalismo fosse fantastico, finché non l’ho provato sulla mia pelle”. Tra le altre cose, la Arktos ha acquistato i diritti sui libri di de Benoist e Faye e li ha fatti tradurre in svedese e inglese. Anche per Spencer questa casa editrice “è stata fondamentale nella divulgazione internazionale del pensiero identitario di estrema destra”.

Indipendentemente dal credere che la storia sia dialettica o meno, si può essere tentati di pensare che decenni di egemonia progressista in Europa abbiano contribuito a far sorgere l’antitesi del liberalismo. Gli intellettuali parigini sono spesso riluttanti a considerare il recente arrivo di milioni di rifugiati in Europa come un problema. Un cosmopolitismo così spensierato, specialmente se manifestato da persone al riparo dalle perturbazioni causate dalla globalizzazione, può alimentare il risentimento sia verso gli intellettuali che verso gli immigrati.

Il filosofo Bernard-Henri Lévy, che da tempo incarna l’élite della sinistra francese, a volte cade preda di tale retorica. In un saggio del 2015 scritto per dissipare i timori di una crisi migratoria in Europa, descrive i rifugiati siriani come tutti virtuosi e desiderosi di integrarsi: «Chiedono solo libertà, considerano la Francia la terra promessa, amano il nostro modello sociale e i nostri valori. Sono persone che gridano ‘Europa! Europa!” nello stesso modo in cui milioni di europei, arrivati un secolo fa a Ellis Island, imparavano a cantare “America the Beautiful”». Lévy ha assunto una posizione assolutista, definendo una “pura sciocchezza” la preoccupazione che l’immigrazione islamica avrebbe portato a un aumento del terrorismo. Troppo spesso Lévy combatte il razzismo con il sentimentalismo.

L’ho incontrato di recente nel suo impeccabile appartamento vicino agli Champs-Élysées. Nella nostra conversazione, ha offerto una visione più articolata: “Non sto dicendo che la Francia dovrebbe accogliere due o tre milioni di rifugiati siriani, ovviamente lo spazio è limitato”. Ma la Francia, essendo coinvolta nella guerra civile siriana dalla parte degli oppositori, ha la responsabilità di aiutare i siriani senza più patria. I recenti dibattiti sull’identità europea, ha osservato, dimenticano un concetto importante: l’ospitalità. “Ospitalità significa che c’è un posto -spazio reale, scarso, limitato- e che in questo posto si ospitano delle persone e si tende una mano”. Ciò non significa eliminare confini: “La Francia ha dei confini e una tradizione repubblicana. Ma in questa terra abbiamo il dovere di ospitare. Le due cose devono stare assieme: a una terra senza ospitalità corrisponderebbe una repubblica decadente. E l’accoglienza universale sarebbe un altro passo falso”. Si crea una tensione necessaria tra “l’infinito dovere morale dell’ospitalità e la limitata possibilità politica dell’accoglienza”.

Quando ho chiesto a Lévy perché l’idea della Grande Sostituzione avesse così tanta risonanza, l’ha liquidata come “spazzatura”. “La conquista romana della Gallia è stata l’unico reale cambiamento della popolazione in Francia”, ha continuato. “Non c’è mai stato qualcosa di simile a un popolo di etnia francese”. Raphaël Glucksmann ha formulato una critica simile all’idea di “purezza francese”: “Un editto del 1315 stabilì che chiunque si trovasse su suolo francese dovesse essere considerato franco”. Questo è vero, ma c’è sempre una soglia alla quale un cambiamento quantitativo diventa qualitativo; la migrazione era molto meno estesa nel Medioevo di quanto lo sia oggi. I liberal francesi possono sicuramente difendere l’immigrazione senza fingere che nulla sia cambiato in un Paese che nel 1900 era quasi uniformemente cattolico ora ha più di sei milioni di musulmani.

Per lo storico progressista Patrick Boucheron, autore di un recente best-seller che esalta le influenze straniere sulla vita francese nel corso dei secoli, le lamentele sui cambiamenti demografici del paese sono insopportabili: a suo parere i francesi odierni sono vittime di politiche economiche ingiuste e non dei musulmani, che comunque costituiscono ancora solo il 10% della popolazione. In effetti, solo un quarto della popolazione francese è di origine immigrata, una percentuale che, secondo Boucheron, è rimasta stabile per quattro decenni. Boucheron vede gli identitari come manipolatori che sono riusciti “a convincere i dominati che il loro problema è l’identità francese”. Per Boucheron, il concetto di Grand Remplacement non è solo crudele, ma anche falso: “Quando lo contrasti con cifre alla mano, quando dimostri che che c’erano polacchi e italiani che venivano in Francia negli anni Trenta, loro rispondono che quelli erano cristiani. Quindi vedi che dietro il discorso dell’identità c’è l’immigrazione e dietro l’immigrazione c’è l’odio per l’Islam. Alla fine, tutto si riduce a questo”.

Negare tuttavia che la recente migrazione possa provocare disordine e distruzione, avvantaggia solo gli identitari. Lo dimostrano le migliaia di migranti africani e mediorientali accampati a Parigi, una crisi umanitaria di stampo nuovo per la Francia. “Non abbiamo abbastanza alloggi”, dice il filosofo conservatore Pascal Bruckner. “Lo stato sociale è al massimo delle sue capacità. Siamo al verde. E quindi ciò che possiamo offrire a chi arriva sono accampamenti”. Molte persone di sinistra minimizzano i problemi, piuttosto che offrire soluzioni: “Chiudiamo un occhio solo per sembrare generosi”, conclude Bruckner.

Anche Jean-Yves Camus, storico di origine ebraica (nessun legame con Renaud) e massimo esperto di estrema destra francese, stigmatizza la mancanza di sincerità dei liberal: “Tutto sta nel capire cosa si intende con identità francese. La Francia degli anni Cinquanta e Sessanta di certo non sopravviverà. Questa è la verità. Quindi penso che dovremmo ammettere che, al contrario di quanto sostiene Bernard-Henri Lévy, un cambiamento è in atto”.

Ma cosa implica esattamente la nozione di “Francia tradizionale”? La Francia di de Gaulle – o di Racine – differisce per molti aspetti dalla Francia di oggi, non solo per la composizione etnica. Per Renaud Camus i bianchi francesi vivono “sotto minaccia”, vittime di un attacco straniero incontrollato “tanto dall’Africa nera quanto dai nordafricani islamici”. Eppure il femminismo, Starbucks, lo smartphone, il movimento LGBTQ, l’anglofonia imperante, EasyJet, la perdita di centralità di Parigi nella vita culturale occidentale sono fenomeni che hanno sconvolto l’identità francese: il problema dell’identitarismo, al di là degli anacronismi, è che si concentra sull’etnia escludendo tutto il resto.

Gli Stati Uniti non sono l’Europa occidentale. Non solo l’America è piena di immigrati, ma essi sono visti come parte di ciò che rende la nazione prettamente “americana”. A differenza della Francia, gli Stati Uniti sono stati una nazione solo in senso legale, anche se l’immigrazione è stata a lungo limitata agli europei e i padri fondatori oggi sarebbero considerati dei suprematisti bianchi. Resta il fatto che, a meno che uno non sia nativo americano, è ridicolo per un cittadino negli Stati Uniti parlare di “sangue e suolo”. Eppure il Paese è comunque arrivato a un momento in cui idee un tempo innominabili sono diventate mainstream e la divisione politica più importante non è più destra e sinistra, ma globalista e nazionalista.

“La cosiddetta Nuova Destra non ha mai preteso di cambiare il mondo”, mi ha scritto Alain de Benoist. Il suo obiettivo, ha detto, “era piuttosto quello di contribuire al dibattito intellettuale, di far conoscere alcuni temi di riflessione e di pensiero”. Sotto questo aspetto, è stato un successo strepitoso. Glucksmann ha riassunto il pensiero della Nouvelle Droite come segue: “Vinciamo solo la guerra culturale, e poi ne uscirà un leader”. La convinzione che una società multiculturale equivale a una società anti-bianca si è insinuata dai saloni francesi fino allo Studio Ovale. L’apoteosi del gramscismo di destra è Donald Trump.

L’11 agosto 2017 un corteo dell’organizzazione Unite the Right ha marciato a Charlottesville, in Virginia. I manifestanti mischiavano l’iconografia nazista e confederata intonando variazioni del credo di Renaud Camus: “Non ci rimpiazzerete”; “Gli ebrei non ci rimpiazzeranno”. Pochi, se non nessuno, di questi giovani avevano probabilmente sentito parlare di Guillaume Faye, Renaud Camus o Alain de Benoist. Non sapevano che la loro retorica era stata importata dalla Francia come un vino d’annata. Ma non ne avevano bisogno. Tutto quello che dovevano fare era prendere le torce e accenderle.

Fonte: Thomas Chatterton Williams, The French Origins of “You Will Not Replace Us”, (New Yorker, 27 novembre 2017).

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