Lévi-Strauss a tinte pastello

Qualche sparuto lettore mi chiede di approfondire la svolta “cristianista” (qualsiasi cosa voglia dire) di Roberto Calasso, una sorta di “licenza di islamofobia” che il Vate adelphiano si è concesso anche in occasione dell’arguto necrologio per Ceronetti (Corriere, 19 settembre 2018):

«[…] Apro un suo quaderno inedito del 1991-1994, intitolato Orienti, in gran parte dedicato al suo inarrestabile scavo nelle parole bibliche, e leggo questo passo: “L’Islam è la più micidiale delle grandi religioni semitiche perché concentra il massimo di assoluto conciliandolo con la benevolenza verso la massima ignoranza di tutto il resto. La vittoria dell’Islam nell’Europa sarebbe il naufragio di ogni pensiero relativo (l’oro dei Greci) e il trionfo di un assoluto confinante con l’idiozia. 26 gennaio 1992″. Anche i non pochi che, leggendo queste parole, sobbalzeranno non potrebbero negare che fossero preveggenti».

In realtà avevamo già discusso di questa nuova “sensibilità” calassiana commentando un suo editoriale di quasi due anni fa (sempre per il “Corriere”), in cui chiamava alla crociata cristiano-occidentale-pagana contro l’Isis:

Papa Calasso

Un dettaglio che va segnalato è che il Nostro da almeno dieci anni ha introdotto nella sua retorica il topos della “difesa dell’occidente”, tanto da lasciarlo trasparire persino in un’opera come La Folie Baudelaire. Ultimamente mi è capitato di imbattermi per caso in certe sue dichiarazioni risalenti al 2008 a proposito di Claude Lévi-Strauss (1908– 2009), forse le uniche in grado di fornire una chiave di lettura plausibile a questa “svolta” (citate in Islam: Calasso a Parigi rilancia l’allarme di Lévi-Strauss, “Il Velino”, 15 marzo 2008, link ora inattivo):

«Strenuo difensore della cultura occidentale assediata dall’esplosione islamica. Così, a sorpresa, si è definito pubblicamente Roberto Calasso, uno tra gli scrittori italiani più autorevoli nonché tra i fondatori della casa editrice Adelphi che tuttora dirige con un rigore e uno stile universalmente riconosciuti. L’occasione per questa significativa presa di posizione gli è stata offerta mercoledì scorso dal conferimento della Legion d’Honneur. Davanti alla prestigiosa platea che ha riempito la sede delle Editions Gallimard a Parigi, Calasso nel ringraziare per l’onorificenza ricevuta ha tenuto un discorso che si è concluso con la citazione di una frase, datata 1985, del famoso antropologo ormai centenario Claude Lévi-Strauss: “Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture – disse all’epoca lo studioso francese – e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l’esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura”. Una citazione che smentisce coloro i quali pensavano che Calasso fosse un intellettuale riluttante ad assumere posizione su temi di scottante attualità.
Di questo capovolgimento sul modo di concepire i rapporti tra la civiltà occidentale e le altre culture, Lévi-Strauss aveva del resto già dato segnale nel 1955 in uno dei suoi libri più famosi: “Tristi tropici”. In quel volume, l’antropologo francese spiegò che l’Islam si configura come una potenza non meno violenta che anacronistica giacché per affermarsi ha dovuto frapporsi come un ostacolo insormontabile a quell’incontro fra l’Occidente e l’Oriente che sembrerebbe inscritto nella manifesta affinità delle loro due principali culture e religioni: la giudaico-cristiana e la buddhista. “Oggi io contemplo l’India attraverso l’Islam – scrisse Levi-Strauss in Tristi tropici –; quella di Buddha, prima di Maometto, il quale […] si erge fra la nostra riflessione e le dottrine che gli sono più vicine come un villano che impedisce un girotondo in cui le mani, predestinate ad allacciarsi, dell’Oriente e dell’Occidente, siano state da lui disgiunte. Quale errore stavo per commettere sulla traccia di quei Musulmani che si proclamano cristiani e occidentali e pongono nel loro Oriente la frontiera fra i due mondi! I due mondi sono fra loro più vicini di quanto l’uno e l’altro non lo siano al loro anacronismo (ossia all’Islam, ndr) […] L’evoluzione razionale è inversa a quella della storia. L’Islam ha tagliato in due un mondo più civile […]. Che l’Occidente risalga alle fonti del suo laceramento: interponendosi fra il Buddhismo e il Cristianesimo, l’Islam ci ha islamizzati. […] L’Occidente si lasciò trascinare dalle crociate ad opporglisi, e quindi ad assomigliargli, piuttosto che prestarsi a quella lenta osmosi col Buddhismo che ci avrebbe cristianizzati di più, e in un senso tanto più cristiano in quanto saremmo risaliti al di là dello stesso Cristianesimo…”».

Ricordavo quel passaggio da Tristi Tropici del 1949, ma sinceramente non gli avevo mai dato troppa importanza, anche perché è noto come certi Venerati Maestri possano dire tutto quel che vogliono senza rendere conto a nessuno (nemmeno a se stessi o al loro sistema concettuale). Tuttavia ripensandoci mi sono chiesto se non sia maturo un recupero adelphiano di Lévi-Strauss, la cui opera, ammantante di plausibilità scientifica (declinata in modo eclettico: psicologia, antropologia, etnologia, sociologia, linguistica, strutturalismo), cela invece nella sostanza un programma di dissoluzione dell’uomo, del quale in prospettiva sembra far parte anche questa singolare proposta di sincretismo buddhista-cristiano in senso anti-islamico.

Il “metodo” Lévi-Strauss, per dirla nel modo più semplice possibile, agisce sia a livello individuale, riducendo il momento dell’auto-coscienza per valorizzare l’inconscio e gli aspetti in cui l’uomo è agito e non agente, sia a livello collettivo, nell’individuazione di “strutture elementari” attraverso le quali analizzare le creature umane come fossero formiche – per riprendere la celebre espressione usata dall’Autore in polemica con Sartre (citiamo di seguito a scanso di equivoci):

«Sartre applica questo termine [scil. “esteta”] a chi pretende di studiare gli uomini come se fossero formiche. Ma questo atteggiamento […] non è affatto compromettente in quanto le formiche, con i loro fungheti artificiali, la loro vita sociale e i loro messaggi chimici, offrono già una resistenza abbastanza coriacea alle imprese della ragione analitica. […] Accettiamo dunque il qualificativo di esteta, per il fatto che crediamo che il fine ultimo delle scienze umane non consista nel costituire l’uomo, ma nel dissolverlo» (Pensiero selvaggio, tr. it. P. Caruso, Il Saggiatore, Milano, 1964, pp. 268-269).

Dissolvere l’uomo significa perciò ridimensionare il suo ruolo a livello cosmico, fino a ridurlo appunto a formica, a fenomeno quantitativo da inquadrare in modelli matematico-statistici, o per i palati più fini a «un mero segno situato all’interno di un sistema sintattico» (S. Moravia).

Notiamo incidentalmente anche la carica irrazionalistica del pensiero dell’antropologo, che più che a Frazer sembra abbeverarsi direttamente a fonti russoviane (il ginevrino è per lui “maestro” e “fratello”), fino a recuperare motivi settecenteschi del bon sauvage. In particolare, nella dicotomia tra società “fredde” (primitive) e “calde” (civilizzate), creata a discapito delle ultime (meno “autentiche”), intravediamo una radice di regressismo, con cui si potrebbe forse rileggere il passaggio di cui sopra: così come lo sviluppo (non solo tecnico) sabota il delicato equilibrio tra natura e cultura generato da quelle istituzioni così “spontanee” e “irriflessive”, allo stesso modo l’islam si pone come “tecnologia culturale” che turba il naturale congiungersi di cristianesimo e buddhismo. Citiamo ancora da Tristi tropici (tr. it. B. Garufi, Il Saggiatore, Milano, 1960, pp. 402-403):

«Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui. […] Sebbene lo sforzo dell’uomo […] sia di opporsi vanamente a una decadenza universale, appare anch’esso come una macchina, forse più perfezionata delle altre, che lavora alla disgregazione di un ordine originario e precipita una materia potentemente organizzata verso un’inerzia sempre più grande e che sarà un giorno definitiva».

È ben strano dunque questo Occidente cristiano-buddhista (o “cristiano-pagano”) che si va delineando: in conclusione non possiamo non rievocare la dimensione “magica” del pensiero di Lévi-Strauss, che per certi versi costituisce la vera “leva dissolutrice” del suo universo culturale. Nell’altro pilastro dell’opera dell’antropologo, Il crudo e il cotto (1964), la “scienza del mito” diventa quasi una mistica della struttura, la quale si auto-rivela e giunge a pensare se stessa: per definirla lo studioso chiama in causa l’esprit“agente invisibile” che nel profondo guida i comportamenti della marionetta umana («I miti si pensano negli uomini, e a loro insaputa. […] In un certo modo, i miti si pensano fra di essi»).

Ovviamente non possiamo spingerci oltre senza cadere nell’insinuazione, però questa sembra l’unica esegesi possibile del nuovo “occidentalismo” di Calasso in coerenza con quanto egli ha sempre sostenuto nel corso della sua infinita avventura intellettuale. La certezza la si avrà quando finalmente vedremo anche il buon Lévi-Strauss colorato di tinte pastello.

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