Libri comprati con i guadagni della sponsorizzazione del blog

Questi sono i libri che ho comprato con i guadagni dalla pubblicità del blog nell’ultimo mese (così vi fate anche due conti): Andrea Giardina, Storia mondiale dell’Italia (Laterza); Paul Hanebrink, Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico (Einaudi); Nora Krug, Heimat (Einaudi); Christopher Lasch, Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio (Neri Pozza); Luciano Mecacci, Besprizornye (Adelphi). Come bonus il cataloghetto della straordinaria mostra di De Chirico a Palazzo Reale (ma ho comprato anche quello magnum, solo che se lo avessi inserito avrei sforato).

Il criterio della scelta è ovviamente la novità: la ricerca di libri è ormai usurante, prendo quello che passa il convento, cioè il mercato. Certo, Mecacci era nella lista da un pezzo perché è un autore che apprezzo particolarmente (chi vuole può andare a leggersi la recensione dell’Adelphi precedente). Ho preso Hanebrink perché è il classico tomo che per denunciare l’antisemitismo dice più di quanto dovrebbe. Christopher Lasch è un acquisto obbligato come Mecacci. La Storia mondiale dell’Italia è invece il tocco nazionalistico che con deve mancare mai nel carrello di una persona perbene.

Diverso il discorso per Heimat di Nora Kurg: avevo iniziato a sfogliarlo in biblioteca tanto per farmi due risate sul solito “fumetto impegnato” quando invece ho dovuto interrompere la lettura dei primi capitoli per ben due volte perché mi sono salite le lacrime agli occhi. Con l’età si diventa piagnucolosi persino in pubblico (da ragazzo certe cose le facevo di nascosto, intendo frignare per un nonnulla); ma non ho resistito di fronte a frasi come “Leggemmo Schiller senza però imparare ad amarlo come Shakespeare” o “Nemmeno sposare un ebreo ha potuto mitigare la mia vergogna tedesca”. Davanti alle testimonianze di vita degli emigranti bavaresi nel Midwest del XIX secolo mi sono dovuto fermare perché iniziava a far male anche a me tutto questo déracinement: è un sentimento orrendo doversi vergognare della propria identità nazionale, perché al di là di tante chiacchiere è l’unica cosa che abbiamo. Perciò ho deciso di comprarlo e tenerlo lì, per i rarissimi momenti di tranquillità interiore.

Infine il catalogo di De Chirico, retrospettiva spettacolare seppur mancate di qualcosina (ma i “pezzi forti” ci sono tutti). Anche lì devo ammettere di essermi commosso non poco (quanta pena): col senno di poi è quasi un bene che all’ultimo mi abbia dato buca la ragazza con avrei dovuto assistervi (non ho sofferto molto, ormai mi è accaduto talmente tante volte che fatico a stupirmi). In primo luogo per la potenza, anzi la pre-potenza, dell’immagine: conosco abbastanza bene l’opera di De Chirico per vari motivi ma solo ieri mi sono reso conto che la “Grecia fantastica” dell’artista è in rapporto chiasmatico con l’Italia dell’architettura sabauda, dei profili rinascimentali, della scuola ferrarese, dei costumi di scena. Dunque l’etichetta di “pittura metafisica” va mantenuta solo per il motivo che scelta dall’artista, così come definiamo ancora “nichilismo” il pensiero di Nietzsche nonostante sia palese che nessuna sua meditazione sia nata dal nulla (e la grecità ridondante di De Chirico è un curioso punto d’incontro col filosofo sul quale forse non si è meditato abbastanza).

Per dire che di “metafisico” in De Chirico non c’è nulla come non c’è nulla di “nichilistico” in Nietzsche, se non ammettendo che annichiliendo tutto l’esistente sul fondo non rimanga ancora un residuo di immagine, mito e colore. Adesso però sto improvvisando, ne parlerò approfonditamente al momento opportuno. Anche perché questi sono gli unici libri che acquisterò con i proventi del blog: dal mese prossimo tutti a puttane in Svizzera.

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