Lo scandalo Epstein e il fallimento morale delle tecno-élite

The Epstein scandal at MIT shows the moral bankruptcy of techno-elites
(Evgeny Morozov, “The Guardian”, 7 settembre 2019)

Mentre il mondo si accorge del potere acquisito dal Big Tech, trapelano finalmente, forse in ritardo, tutti danni provocati dai giganti digitali. La maggior parte di questi dibattiti tuttavia è orientato alla semplice “regolamentazione”, sia economica che legislativa. E adesso che la Big Tech(nocracy) vuole sconfiggere il Big Tech, dobbiamo aspettarci una ulteriore dose di ridicolo.

Che dire, del resto, delle idee che alimentano il Big Tech? Non siamo più nel 2009: le riflessioni da matricola di Mark Zuckerberg sulla trasparenza o il “villaggio globale” ormai impressionano pochi. Eppure, nonostante il crescente scetticismo sulla Silicon Valley, molti credono ancora che la rivoluzione digitale abbia una seria dimensione intellettuale, alimentata dalle conferenze Ted, nei salotti online come Edge, da pubblicazioni come Wired e istituzioni come il MIT Media Lab . Le idee della élite tecnologica potrebbero essere sbagliate o eccessivamente utopiche, s dice, ma almeno sono sincere.

Lo scandalo Epstein – inclusa l’ultima rivelazione che il miliardario pedofilo avrebbe donato 8 milioni di dollari (alcuni, a quanto pare, per conto di Bill Gates) al MIT Media Lab, nonostante i suoi dirigenti fossero al corrente dei suoi trascorsi – mostrano questa tecno-élite sotto una luce molto diversa. Intanto la notizia ha già portato alle dimissioni del direttore del Lab, Joi Ito.

Questa, tuttavia, non è solo una storia di “cani sciolti”: il quadro collettivo delle élite tecnologiche che emerge dallo scandalo è quello di un gruppo di opportunisti senza morale. Trattare le loro idee come autentiche ma sbagliate è troppo generoso; l’unica cosa genuina è la loro falsità. Il Big Tech e i suoi apologeti producono i Big Thoughts [Gran Pensieri], perlopiù conseguenze non volute della loro corsa ai Big Bucks [Gran Dollaroni].

Non doveva essere così. Nel 1991, John Brockman – l’impresario digitale di maggior successo del mondo e, fino a poco tempo fa, il mio agente letterario – stava propagandando l’emergere della “Terza Cultura” che avrebbe finalmente sostituito gli intellettuali “tecnofobici” con quelli provenienti dal mondo della scienza e tecnologia. “L’emergere della Terza Cultura introduce nuove modalità di discorso intellettuale e ribadisce la preminenza dell’America nel regno delle idee che contano”, scriveva Brockman in un saggio molto discusso.

Brockman, che in seguito avrebbe messo in contatto Epstein con decine di scienziati di fama mondiale (la maggior parte dei quali suoi clienti), ha fatto credere che fossero persone come lui a costruire questa “terza cultura”. L’errore cardine di tale analisi, tuttavia, risiede nella sua tendenza a confondere le trasformazioni strutturali del capitalismo globale con le tendenze “alla moda” [zeitgeisty] nella storia delle idee.

Pertanto, le “nuove modalità del discorso intellettuale” di Brockman erano principalmente il risultato di aziende tecnologiche che si allontanavano dai lucrosi (ma senz’anima) contratti militari dei tempi della Guerra fredda e si dirigevano verso il mondo alternativo dei personal computer. La Apple di Steve Jobs (nelle vesti di santone controculturale), aveva bisogno del misticismo consumistico della “terza cultura”; IBM e Hewlett-Packard, bloccati nella mentalità degli anni ’50, invece non ci pensarono. Allo stesso modo, la “preminenza dell’America nel regno di idee che contano” è stata, soprattutto, il risultato del suo dominio in ambito economico e militare, che ha contributo a indebolire gli sforzi di altri paesi nel creare le loro versioni di Hollywood o della Silicon Valley .

Non c’era migliore esponente originale della “terza cultura” di Nicholas Negroponte, il fondatore del MIT Media Lab e nuovo tipo di intellettuale “integrato”, pieno di grandi idee riguardo  il tema della tecnica. Il laboratorio aveva capito in anticipo che sia l’industria che la politica avevano bisogno di una tecnologia più fresca e interattiva di quella fornita dai tradizionali appaltatori della Guerra fredda.

Gli altri non hanno fatto che adeguarsi. Così, Negroponte è diventato un oratore alla prima conferenza Technology, Entertainment, Design (le famose Ted Talks) nel 1984, che, qualche decennio dopo, è emersa come principale promotore della “terza cultura”: niente politica, dialettica o ideologia – solo scienza, tecnologia e pragmatismo volto al problem-solving. Le idee come servizi, adeguatamente confezionate in uno snack intellettuale di 18 minuti.

La “terza cultura” era un alibi perfetto per perseguire attività imprenditoriali all’insegna dell’intellettualismo. Un networking infinito tra miliardari, modelle e star di Hollywood; finanziamenti istantanei da parte di filantropi e venture capitalist che si muovevano negli stessi ambienti; best-seller scaturiti dalle le parcelle per le conferenze utilizzati come “materiale promozionale” per altre attività più lucrative dell’autore, il tutto spesso tenuto al di fuori dell’ambiente universitario. Che qualcuno come Jeffrey Epstein avrebbe approfittato di queste reti per costruirsi una reputazione era quasi inevitabile. In un mondo in cui i libri funzionano come estensioni del marchio e non vengono mai effettivamente letti, è abbastanza facile adattarsi per un ciarlatano ricco e glamour come Epstein.

Ciò di cui più si rammaricava Brockman era proprio il fatto che tutti i techies miliardari della sua cerchia leggessero a malapena i libri pubblicati dai suoi autori. Non sorprende che le sue famose cene letterarie tenute durante le conferenze Ted abbiano permesso a Epstein (che aveva la Edge Foundation di Brockman sul libro paga) di socializzare con scienziati e compagni miliardari, dal momento che erano per lo più prive di contenuti seri.

Come ha affermato lo stesso Brockman dopo una di queste cene nel 2004, “l’anno scorso abbiamo provato La cena della scienza, ma non ce n’era uno che non sbadigliasse. Quest’anno siamo ritornato al circolo soldi-sesso-potere con Le cene dei miliardari“. Dunque il nuovo modello del discorso intellettuale promesso dalla terza cultura sarebbe questo circolo di soldi sesso e potere? In tal caso, meglio lasciar perdere.

A una di queste cene, nel 1999, era presente un giovane americano di origini giapponesi, Joi Ito; c’erano anche Richard Saul Wurman, il fondatore originale delle Ted Conference, Jeff Bezos, e, tra tutti gli altri miliardari, Jeffrey Epstein. Ito, un seguace di Timothy Leary che non è riuscito a finire il college, alla fine sarebbe riuscito a guidare il Media Lab, intervistare Obama, scrivere un famoso libro sulla tecnologia (altro cliente di Brockman), e far parte di una ventina di commissioni, comprese quelli di istituzioni prestigiose come il New York Times, la MacArthur Foundation e la Knight Foundation.

Ito stava alla “terza cultura” degli anni 2000 come Negroponte a quella degli anni ’80. Considerando che Negroponte ha sempre proiettato un’aura di aristocrazia e privilegio -proveniente da una famiglia greca molto ricca, si è recentemente vantato di “dare del tu” all’80% dei miliardari del mondo- Ito è il tipico schiantatore di start-up, un ex-manager insoddisfatto di un night club in Giappone, che, in qualche modo, si è reinventato come intellettuale di “terza cultura”.

Tuttavia, proprio come nelle cene miliardarie di Brockman, il lavoro di Ito è tutt’altro che ricco di contenuti: per la maggior parte, si tratta solo di tecno-chiacchiericcio intervallato da dosi da cavallo di gergo futuristico. Ma non importa. Alla “terza cultura” le idee servono principalmente come grimaldello. Tutto ciò che importava al MIT era che le idee di Ito supportassero le sue reti di potere, la sua abilità di fund-raiser e la capacitò di convincere donatori come Epstein a firmare assegni pesanti.

Non sorprende quindi che, quando un collega ha messo in guardia Ito dall’incontrare Epstein (il quale sintetizzava i suoi interessi nella formula “scienza e figa”), Ito lo abbia descritto come una persona “affascinante”. Neppure Brockman, nonostante tutto il suo realismo sui bassi standard intellettuali della comunità tecnologica, ha potuto resistere al fascino di Epstein, descrivendolo, in una e-mail indirizzata a me, come “estremamente brillante e interessante”.

Se la “terza cultura” è molto più sofisticata dei suoi predecessori, come mai la maggior parte dei suoi componenti – famosi scienziati brandizzati, per gentile concessione dell’impero di Brockman – sono finiti invischiati nel pasticciaccio di Epstein? Non è insolito che gli intellettuali fungano da utili idioti per i ricchi e i potenti, ma per la “terza cultura” questo sembra quasi un requisito professionale.

Vale la pena convivere con questa cultura, cioè con la prostituzione dell’attività intellettuale per Le cene dei miliardari? E possiamo ancora fidarci di ciò che gli intellettuali di spicco della “terza cultura” hanno da dire, considerando anche quello che hanno da vendere?

Le risposte a queste domande sono scontate. Eppure, mentre è facile attaccare le mele marce come Ito o Negroponte, un piano di riforma radicale dovrebbe essere più ambizioso: chiudere il Media Lab, abolire le Ted Talks, rifiutare i soldi dei miliardari del tech, boicottare agenti come Brockman. Senza tali drastici cambiamenti, il potente complesso industriale di cazzate che è la “terza cultura” continuerà a prosperare, offrendo copertura al prossimo Epstein.

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