Uno spettro si aggira per l’Europa: le Riforme Hartz

Uno spettro si aggira per l’Europa, quello delle famigerate Riforme Hartz: considerate fino a poco tempo fa la colonna portante del “miracolo tedesco”, da anni persino la grande stampa ha dismesso i toni ditirambici e ne ha svelato la realtà “infernale” (per citare un bel pezzo di “Le Monde diplomatique” del settembre scorso), lasciando solamente i politici di una certa area (preferibilmente “progressista” ed “europeista”) ad alimentarne il mito.

Invero anche dalle nostre parti sono rimasti in pochi a esaltare ore rotundo il “modello tedesco” (a parte un sindacalista con la voce da cartone animato che per fortuna non sa nemmeno di cosa parla), optando piuttosto per un camuffamento sotto anglicismi o sigle dal volto umano (vedi il tormentone del cosiddetto “reddito di cittadinanza”…). Per colmo di paradosso, persino in Germania, dopo lo sputtanamento (in senso letterale) del povero Pierino Hartz, viene considerato più cauto utilizzare eufemismi (Arbeitslosengeld II…).

Praticamente l’unico Paese europeo in cui non si sente la necessità di un addolcimento è la Francia – quella, s’intende, della grande orgia macroniana: al di là delle Alpi la “medicina” dell’Hartz IV è ancora invocata come panacea di tutti i mali. D’altro canto, l’enfant prodige uscito dalle ultime elezioni è talmente galvanizzato dalla prospettiva di un’egemonia franco-tedesca nell’Unione (la quale egli vorrebbe estendere al mondo intero), che è disposto a qualsiasi mossa pur di ingraziarsi Berlino. In tal caso, l’unica “edulcorazione” possibile è l’accorpamento delle lacrime e del sangue a qualche provvedimento “solidale” da cassare un attimo dopo aver raggiunto lo scopo: solo negli ultimi mesi, per esempio, sono state archiviate dalla Germania proposte come gli eurobond, la flessibilità o il ministro unico delle finanze, formulate proprio per indorare il Jobs Act à la julienne che presto i lavoratori francesi dovranno mandar giù. Uno scenario lucidamente e impietosamente descritto dal magazine newyorchese “Jacobin” (C. Georgiou, The Macron Phenomenon, 6 aprile 2017, trad. it.): «French ruling elites now see German coalitions as a source of strength for domestic capitalism. […] Indeed, French reforms are the prerequisite for German ruling elites to embark on a broad reform of the European Union and the eurozone».

È in effetti dal momento in cui Macron ha mosso i primi passi da “indipendente” che le ruling elites francesi invocano le fatidiche réformes à la Schroder: anche per questo la stampa è sul piede di guerra contro un mito tornato alla ribalta come condicio sine qua non per “completare l’Europa”. L’articolo di “Le Monde diplomatique” citato all’inizio (O. Cyran, L’enfer du miracle allemand, settembre 2017, trad. it.) racconta vicende come quella di una maestra trentaseienne di Pankow, madre single e disoccupata, che per aver rifiutato l’impiego in un sexy-shop è stata multata. Si tratta, è vero, di un caso estremo, ma comunque emblematico del clima generato dal “capolavoro politico” di socialdemocratici, verdi e sindacati: l’Hartz IV ha creato piccole e grandi tragedie quotidiane che, pur facendo meno scalpore, rientrano in quel modello di “stigmatizzazione dei disoccupati” disdicevole persino per la sensibilità tedesca.

Come ricorda maliziosamente il foglio parigino, se in Francia il modèle allemand è ancora oggetto di devozione da parte dei «circoli imprenditoriali, mediatici e politici», al contrario in Germania il nome del vecchio Hartz è (come accennavamo) da tempo sottoposto alla damnatio memoriae per «la sua condanna a due anni di prigione nel 2007 e mezzo milione di multa per aver “comprato la pace sociale” alla Volkswagen corrompendo i membri del consiglio di amministrazione con tangenti, “viaggi ai tropici” e prostitute» (apperò… forse ora si spiega la misteriosa attrazione da parte di certi sindacalisti?).

«Nessuno in Germania vuole più sentir parlare di Hartz», continua l’inserto di “Le Monde”, «tanto che l’ex-direttore delle risorse umane della Volkswagen, per trovare un pubblico disposto ancora ad applaudirlo, ha dovuto riparare a Parigi. Il movimento delle imprese francesi (Medef) lo invita regolarmente, e François Hollande, che lo ha ricevuto quando era Presidente, aveva persino pensato di includerlo tra i suoi consiglieri».

Ciò che più irrita i delicati palati della sinistra francese, la quale proprio in tali frizioni mostra la sua diversità quasi “ontologica” da quella tedesca (è lo stesso dissidio di trecento anni fa tra Illuminisme e Aufklärung, ma lasciamo perdere) sono i risvolti di ingegneria sociale che un certo tipo di “riformismo” comporta: la Hartz IV, redatta nel patois manageriale dell’engleutsch (l’anglicorum dei tedeschi), è l’istituzionalizzazione del culte du travail, che si manifesta per bocca di un ministro dell’economia socialdemocratico quando taccia di “parassitismo” (con un’analogia esplicitamente tratta dal mondo animale) chi non riesce a tenere il passo della “stagione riformista”.

Il progetto di deregolamentazione del mercato del lavoro, presentato in termini entusiastici e avveniristici, rivela nel lungo periodo il suo volto di Grande Fratello “efficientista”: «Conto in banca, acquisti, spostamenti, vita familiare o anche sentimentale: nessun aspetto della vita privata degli assistiti sembra sfuggire all’umiliante radar dei controllori».

È soprattutto quest’ultimo punto che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme anche nell’elettorato italiano, poiché, come abbiamo detto, quelli che vengono presentati come provvedimenti “solidali” ed “europeisti” hanno alcune inquietanti somiglianze col “quarto pacchetto” della Hartz, che «unisce gli aiuti sociali e le indennità per i disoccupati di lunga durata (senza lavoro da più di un anno) in una allocazione forfettaria unica, versata dal Jobcenter».

Per essere ancora più espliciti, rimandiamo a un passaggio dell’articolo Poveri, bianchi, tedeschi (L. Monfregola, “Il Tascabile”, 27 aprile 2017) nel quale, parlando della situazione della “periferia” tedesca, si delinea, forse non involontariamente, il futuro distopico a cui vanno incontro quei Paesi dell’Europa meridionale (la Francia finge di non farne parte) che fomentano nella propria opinione pubblica la mania del Deutschland über Alles:

«Esiste un concetto che è quello della punizione tramite la vergogna. Può diventare un sistema di disciplinamento sociale che funziona quasi senza soldi, in cui le persone sono portate a forme di auto-governo tramite l’interiorizzazione di una retorica della colpa. In questi anni è in corso una mutazione: è di nuovo normale puntare il dito contro le persone perché sono “pigre” o perché “non meritano niente”… La verità, però, è che questo è un modo per non vedere la realtà del mondo in cui viviamo oggi, dove una caduta esistenziale può avvenire per chiunque, da un momento a un altro. La verità è che preferiamo dire che ognuno è la sola causa dei propri mali, piuttosto di ammettere che camminiamo tutti su una lastra di ghiaccio molto sottile».

È il medesimo problema evidenziato nel pezzo precedente: «Il principio del “sostegno a patto d’impegno” su cui è strutturato il welfare tedesco può evolvere in una forma di giudizio totale sulla vita del cittadino, soprattutto quando il sussidio diventa una condizione prolungata».

I tedeschi dell’ex-DDR, gli Ossis, divisi fra «troppa tv, palazzoni in cemento, pochi soldi, neonazisti e ragazze madri», primi beneficiari dei sussidi garantiti dall’Hartz IV, sono il vero volto del “successo” tedesco: un modello che, secondo il sociologo Franz Schultheis, «poggia le proprie spalle su una ampia fascia di poveri», ai quali è impedito l’accesso a qualsiasi “ascensore sociale”. La Germania contemporanea è il “Paese della vergogna” (Schamland) di cui parla un altro sociologo, Stefan Selke: «In Germania questa simbologia è già chiara nel linguaggio, ad esempio con la stigmatizzazione del termine hartzer, che è la verbalizzazione di un processo di emarginazione di una parte dei cittadini. Questa dimensione simbolica, ovviamente, non la risolviamo dando cinque euro in più alle persone, perché è soprattutto il frutto di una precisa ideologia». (Peraltro notiamo che lo “stigma” non è stato cancellato nemmeno dall’aumento del salario minimo a 8,84 euro all’ora, poiché quasi cinque milioni di lavoratori tedeschi hanno ancora uno stipendio bloccato a 450 euro al mese).

Per concludere: se a onta dell’offensiva retorica del macronismo, tale è il contesto dell’Europa attuale, allora bisogna osservare quanto l’Italia sia già un “passo avanti” verso la “Hartz” rispetto alla Francia (tenuta ancora in una bolla di falsa exceptionnalité per addormentare il dissenso): il pericolo ulteriore, quindi, oltre a quello di imbattersi nello “spettro” della Riforma definitiva, è anche quello di non poter contare sul mal comune mezzo gaudio che dovremmo condividere con i nostri cugini d’oltralpe, a questo punto non meno “fannulloni” di noi secondo il paradigma dell’“integrazione” che viene.

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