Maometto come Paracleto: una polemica tra cristiani e musulmani

Uno dei filoni tradizionali della teologica islamica sostiene che sarebbe possibile identificare il Paracleto [Παράκλητος] annunciato da Gesù Cristo nel Vangelo di Giovanni con il Profeta Maometto, basandosi sul riferimento espresso dal Corano stesso (nella LXVI sura):

«E quando Gesù figlio di Maria disse: “O Figli di Israele, io sono veramente un Messaggero di Allah a voi [inviato], per confermare la Torah che mi ha preceduto, e per annunciarvi un Messaggero che verrà dopo di me, il cui nome sarà Ahmad“. Ma quando questi giunse loro con le prove incontestabili, dissero: “Questa è magia evidente”».

Il nome Ahmad [أحمد], che condivide la stessa radice di “Maometto” ed è uno dei titoli ad Egli attribuiti (“Il più lodevole”), è riconosciuto da alcuni interpreti come la traduzione letterale di periklytos, corruzione dell’espressione evangelica. Per David Benjamin Keldani (1867-1928), sacerdote cattolico caldeo convertitosi all’islam, sarebbero stati addirittura i cristiani a modificare l’originale περικλυτός (“illustre”, “degno di lode”) con παράκλητος, anche se non esiste al momento alcun manoscritto riportante tale dicitura.

Nell’VIII secolo l’identificazione del Paracleto con Maometto era già una credenza diffusa, come testimoniano gli scambi tra il patriarca della Chiesa d’Oriente Timoteo I (728-823) e il califfo abbaside al-Mahdi († 875) e la corrispondenza tra l’imperatore bizantino Leone III Isaurico (675-741) e il califfo Omar II (682-720), nella quale il primo rispondeva agli inviti alla conversione del secondo affermando che “Paracleto” fosse solo un sinonimo di Spirito Santo utilizzato da Gesù per far comprendere ai discepoli che, dopo la Sua dipartita, sarebbe giunto a “consolarli” tale Spirito per dar loro la forza di proseguire l’opera di evangelizzazione, e negando qualsiasi connessione col nome di Maometto:

«Questa bestemmia è imperdonabile, come dice il Signore stesso nel Vangelo: “La bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà mai perdonata” (Mt 12, 31). Può esistere poi bestemmia peggiore di quella di sostituire allo Spirito Santo una persona completamente ignara delle Sacre Scritture [come Maometto]?».

La polemica sull’identificazione del Profeta con il Paracleto si inasprì tra i cristiani orientali sulla scia della conquista musulmana dei territori bizantini e persiani, e dalla prospettiva di ridurre l’islam a una punizione divina dovuta all’infedeltà del popolo cristiano essa si innestò sulla cosidetta “Leggenda di Bahira”, la credenza che Maometto fosse stato istruito da un monaco rinnegato, conosciuto appunto come “Bahira” o Sergio il Monaco (Sergius Monachus): tra gli altri Ishoyahb III, patriarca della Chiesa d’Oriente dal 649 al 659, sostenne che a convincere i musulmani della corrispondenza tra Maometto e il Paracleto fosse stato un discepolo di Sergio, tale Kaleb.

Sembra incredibile, ma nel nuovo millennio, complice l’immigrazione di massa di popolazioni islamiche in Occidente e le argomentazioni portati da alcuni neoconvertiti, la polemica sta rinascendo in forme pressoché inedite, dai giornalini parrocchiali alle pubblicazioni fai-da-te dei vari “centri culturali” musulmani.

Come evidenzia il portale Zenit, riportando per l’appunto un testo dal bollettino di una chiesa locale,

«che esistesse questa interpretazione, evidentemente, si sapeva e non da oggi, ma era considerata una questione di disputa tra esperti. Attualmente si va diffondendo, insieme ad una più puntuale informazione sull’Islam e alla lettura diretta del Corano, ed è sostenuta nell’insegnamento delle scuole coraniche e nella propaganda mussulmana, attivata soprattutto da ex-cristiani».

Tra gli “esperti” rievocati nel passaggio, si segnala un tentativo di mettere ordine nella questione in tempi non sospetti da parte del teologo gesuita tedesco Christian W. Troll su “La civiltà cattolica” (Maometto, profeta anche per i cristiani?, maggio 2007), che giustamente sottolinea che

«Quando i musulmani considerano Gesù come profeta, nel senso richiesto dalla loro fede coranica, seguono semplicemente il loro credo. Il Gesù della fede islamica si identifica con il messaggio del Corano e vive secondo le indicazioni coraniche. Riconoscere questo Gesù, per così dire, non costa nulla al musulmano. Se invece un cristiano accetta la rivendicazione di Maometto di essere il vero e ultimo profeta, va contro quanto è testimoniato nei documenti fondamentali della fede cristiana».

La differenza tra le due fedi è in primis strutturale, nell’interpretazione del senso della “testimonianza divina”:

«I cristiani non credono, come i musulmani, che Gesù abbia ricevuto attraverso la mediazione dell’angelo Gabriele uno scritto rivelato [il Vangelo], esattamente alla stessa maniera di Maometto. Al contrario, i cristiani credono che Gesù stesso, nella sua persona, sia la rivelazione definitiva e insuperabile di Dio».

Al di là degli spunti storici e teologici (o più precisamente politico-teologici) offerti dal gesuita, va ravvisato che nella polemica sul “Paracleto” il motivo della presenza dell’islam come espressione misteriosa della volontà divina non è mai negato, anche se solo nel secolo scorso esso ha assunto anche a livello istituzionale cattolico una valenza positiva (seppur dai contorni sempre vaghi) rispetto all’idea tradizionale di “punizione”.

Ad ogni modo, è proprio sulla questione del Paracleto che il proselitismo islamico può risultare piuttosto efficace, in specie in un contesto (come il nostro) dove ai cristiani è stato introiettato un senso di colpa per aver “disonorato” il Profeta di un’altra religione a fronte della devozione secolare che i musulmani hanno nutrito verso la figura di Gesù come precursore del loro Profeta: le differenze teologiche, da tale prospettiva, non possono che lasciare il passo a un’omologazione ideologica la quale tuttavia non può ignorare il fatto che tale presunta evoluzione si verifichi in presenza di una pressione sempre più accentuata di masse islamiche che, a differenza di quelle cristiane, non sembrano aver alcuna intenzione a rivedere o rimodulare le proprie credenze verso una sorta di sincretismo laico in cui tutte le grandi figure religiose (Mosè e Buddha inclusi) si ridurrebbero a semplici “profeti dell’umanità”.

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