Marine Le Pen si è “normalizzata”? Tutto quello che c’è da sapere sulle elezioni francesi (cioè niente)

Non so quanto, nella situazione attuale, agli italiani possano interessare le elezioni francesi: certo risultano a dir poco stucchevole le analisi di taluni capibastone leghisti che considerano una tornata elettorale in un’altra nazione come essenziale all’antieuropeismo continentale (mentre al contempo, per giustificare la propria abiura nei confronti di Putin, invitano i sostenitori a non affidarsi a un “papa straniero”), dimostrando tuttavia di non conoscere neppure le basi del sistema elettorale transalpino. Ho sentito infatti troppi centro-destrorsi stigmatizzare l’entrata nella campagna di Éric Zemmour come una forma di gatekeeping per danneggiare la trionfale corsa lepenista: indice forse più di ignoranza che di malafede, sintomo di una mentalità politica irrimediabilmente intaccata da un bipolarismo americaneggiante (che alla fine conduce regolarmente al tradimento).

L’unico motivo per cui parliamo delle elezioni francesi è che discutere della politica italiana è francamente inutile: ormai qui siamo andati oltre la “normalizzazione” e il “voltafaccia”, tanto da poter parlare di un elettoricidio quotidiano. E il fenomeno riguarda non solo i leghisti o i pentastellati, ma tutto l’arco costituzionale: chi dovremmo votare per non morire di fame e freddo? Provate a fare un nome…

Se non altro i francesi Macron se lo sono scelti. I paragoni con Mario Draghi lasciano il tempo che trovano, nonostante entrambi siano dei tecnocrati (ma con confondiamo un affarista con un enarca, grazie) e dei rinomati gaffeur. Del resto, pensare che il partito della Le Pen potrebbe mai infilarsi in una Grande coalition con gollisti, social-liberisti, populisti e sinistroidi falliti è a dir poco risibile. Più che di un altro Paese, parliamo -purtroppo- di un altro pianeta.

Un pianeta comunque semi-distrutto e in totale decadenza, dove è quasi scontato un secondo mandato del candidato Rothschild, quello che cinque anni fa aveva messo di fronte all’alternativa “O me o il caos” (con Le Pen a rimarcare che alla fine i francesi hanno avuto entrambi). Tutto appare, d’altro canto, come un film già visto: il “Mozart della Finanza” sempre più azzimato e istituzionale contro una candidata che nei dibattiti sembra costantemente piombare dalle nuvole.

Bisogna tuttavia ammettere che il Rassemblement National (nuovo nome del “Fronte Nazionale”) ha fatto molto per cercare di convincere il popolo della sua capacità di istituzionalizzarsi senza “svendersi” troppo: ricordiamo peraltro che già dopo la sconfitta del 2017 la Le Pen aveva praticamente abbandonato tutte le velleità anti-europeiste, concentrandosi più su immigrazione e sicurezza.

Il covid ha sparigliato leggermente le carte, nonostante la “candidata di estrema destra” (tutta la stampa la ritiene ancora tale, anche se la confusione riguardo l’etichetta è divenuta inestricabile) durante la pandemia abbia tenuto un profilo molto basso, non abbia mai fatto appelli alle “libertà individuali” (in effetti non è una liberale!) ma semmai abbia collegato la politica di lockdown all’austerità in campo sanitario e abbia invocato una stretta alla globalizzazione e naturalmente all’immigrazione, in sostanza declinando le vecchie richieste con le tonalità pandemiche alla moda.

Negli ultimi mesi di campagna elettorale, di fronte a un Macron assente e impegnato a gestire -in maniera decisamente inconcludente- i rapporti tra Mosca e UE, la Le Pen ha puntato tutto sull’economia, proponendo un “patriottismo finanziario” e forme di “protezionismo razionale” (o “ragionevole”), auspicando la difesa del “potere d’acquisto” dei francesi (oltralpe si parla apertamente di calmierazione dei prezzi, pensate che roba) e criticando aspramente il cosiddetto Recovery Fund (naturalmente lei non lo chiama così), che in cambio di prestiti senza alcun vantaggio chiede anche alla Francia le famigerate “riforme” – come quella delle pensioni, sulla quale l’Eliseo ha tentato goffamente di ritornare sui propri passi per assicurarsi qualche voto da Mélenchon.

A proposito di quest’ultimo, è noto che Le Pen corteggia da sempre i militanti de La France Insoumise cercando di convincerli che destra e sinistra non esistono più e che adesso la vera contrapposizione è tra sovranisti e mondialisti. Questa fazione, pur essendo più sensibile alla guerra contro il welfare rispetto alle sirene del “repubblicanesimo” (cioè del voto di tutti i francesi responsabili contro il “diavolo” nazionalista”), non può obiettivamente accettare l’ottica della terza posizione o del “voto utile” verso una candidata che dalla loro prospettiva esprime comunque posizioni “razziste” come l’abolizione dello ius soli, la “preferenza nazionale” in materia di previdenza sociale e il divieto del velo nei luoghi pubblici.

Inutili perciò anche gli appelli lepenisti al chevènementisme, una sorta di “sovranismo di sinistra” (da Jean-Pierre Chevènement, politico progressista sui generis appunto per il marcato orientamento nazionalista): il populismo non può evidentemente essere la “base comune” di alcunché, perché al fondo restano posizioni politiche inconciliabili. Per i mélenchoniques (sic) la difesa della giustizia sociale e del welfare non possono ovviamente essere calibrate sul “Prima i francesi”, tanto per dirne una. Ma di che stiamo parlando, in effetti? Questa fantasia del “blocco populista” ha stancato, a destra come a sinistra.

D’altra parte, la questione della “normalizzazione” della Le Pen riguarda anche questo: la signora viene realmente dall’estremismo e dunque si potrebbe dire che le concessioni fatte anche attraverso il “parricidio” del vecchio Jean-Marie abbiano un senso nella misura in cui un partito che non ha mai governato si prepara a farlo per la prima volta. Questa è tutt’altra cosa rispetto all’andare al governo e fare esattamente il contrario di quanto si è promesso (tipo il partito del “no euro” e del “no immigrati” che vota per la definitiva euro-assistenzializzazione del Bel Paese e invita centomila extracomunitari ucraini in Italia; oppure quell’altro movimento del “no vax” e del “no tap” i cui rappresentanti approvano l’obbligo di vaccino sperimentale e corrono in Azerbaigian a elemosinare gas).

A parte la spinosa questione del poutinisme (anche Marine ha “tradito”, ma non nelle modalità oscene dei leghisti, le quali la fanno ancora apparire un agente dei servizi russi), Le Pen non ha ceduto sui temi che contraddistinguono il suo agire politico, e forse proprio per questo i “Tout Sauf Macron” la considereranno ancora indegna di vincere. Alla fine, lei potrebbe anche apparire “matura” per il governo, ma la Francia non lo è ancora per accettarla: probabilmente si dovrà aspettare il definitivo immarcescimento per assistere a un cambiamento. Sarà comunque troppo tardi, ma c’est la vie.

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