Marzo 1978: Pasqua di sangue

Domenica 26 marzo 1978, a dieci giorni dal rapimento è Pasqua, una «Pasqua fredda, soleggiata e amara, con le grandi città svuotate, più per una fuga dalle angosce e dai pericoli, che per festiva spensieratezza», scrive “La Stampa”, che ospita in prima pagina un editoriale di Arturo Carlo Jemolo intriso di pessimismo cristiano, ma che liquida l’affaire Moro in quattro parole («Una tragedia sconvolge l’Italia»).

In Francia viene liberato il barone Édouard-Jean Empain, sequestrato in gennaio da un gruppo di delinquenti che si erano spacciati per un’organizzazione di ispirazione maoista, la Noyaux armés pour l’autonomie populaire. Commenta l’inviato de “La Stampa”: «Un morto e un ferito tra i delinquenti […]: il bilancio è considerato tutto in attivo, dato che in Francia nessuno versa lacrime o innalza proteste per gli incidenti sul mestiere che possono toccare ai professionisti della mala». L’opinione pubblica transalpina ha simpatia solo per i banditi di altre nazioni, come dimostra la tolleranza dimostrata verso gli “esuli” italiani: «Quando è la Francia in ballo sono diverse le misure di giudizio, più meditate, più realistiche e forse — perché no? — più egoistiche».

Mercoledì 29 marzo sulla prima pagina de “La Stampa” si avanzano dubbi sull’autenticità della prima foto di Moro e si discute della possibilità di farlo Presidente della Repubblica, una proposta avanzata al Gr1 dal direttore Arrigo Levi, ma ovviamente accolta con la massima freddezza dai partiti (del resto, pare esistesse già una sorta di “veto” in circostanze normali, figuriamoci in quei frangenti).

Sempre in prima pagina, Leonardo Sciascia risponde alla “Lettera” di Luigi Compagnone comparsa sullo stesso quotidiano pochi giorni prima (Sciascia, il caso Moro e lo Stato, 25 marzo), nel quale veniva invitato a considerare che «questo Stato è la nostra realtà, è il tragico emblema in cui noi viviamo e possiamo anche morire», alludendo a «una segreta giustizia tanto più infallibile di quella ufficiale» delle Br e insinuando che se non fosse stato per i cinque morti della scorta l’opinione degli “strati popolari” sarebbe stata univoca (sottinteso: di accettazione, se non condivisione, della “condanna”).

«Caro Luigi, tra quello che tu senti, pensi e vuoi in questo momento e quello che io sento, penso e voglio, mi pare che lo scarto sia, se non inesistente, effettualmente minimo. Che la tragedia che stiamo vivendo sia grande, che fanatismo e violenza siano da combattere con i mezzi più idonei, che la paura sia da vincere e che all’offesa si debba fermamente rispondere: siamo d’accordo. Solo che tu — mi pare di capire — credi, o vuoi credere, che i nostri sentimenti, i nostri pensieri, la nostra volontà debbano partecipare di una sorta di unanimità o unanimismo in cui differenze e diffidenze, inquietudini anche gravi e avversioni anche antiche vanno per il momento taciute e rimandate, come si suol dire, a miglior tempo; mentre io penso che un simile atteggiamento da parte nostra — di te, di me, di tutti coloro che in questi anni disastrosi hanno nutrito le stesse nostre diffidenze, inquietudini e avversioni — finisca col fare aumentare la confusione e col condurci più speditamente là dove l’eversione vuole che si arrivi.
[…] La responsabilità che io mi assumo è questa: di dire che quello che si sta facendo per arginare e annientare l’eversione è sbagliato e pericoloso. Sbagliato per combattere le Brigate rosse. Pericoloso per noi tutti.
Noi, tu ed io, scriviamo dei libri “con dei fatti dentro”. E voglio stare ai fatti per spiegare quel che intendo quando parlo di cose sbagliate e pericolose. Ai fatti del 16 marzo. Che furono tre, anche se uno solo resta bruciante nella memoria collettiva. Quel giorno, qualche ora prima che esplodesse la notizia del sequestro dell’onorevole Moro e del massacro della sua scorta, quasi tutti i giornali avevano pubblicato una notizia cui gli avvenimenti di qualche ora dopo avrebbero dato un carattere — come dire? — di infortunio, di infortunio giornalistico: la notizia che qualcuno identificava nell’onorevole Moro l’antilope dell’intrallazzo sugli aerei da trasporto acquistati dal governo italiano. Ricordo un titolo, non so più di quale giornale, che diceva: “Antelope Cobbler? ma è semplice: è l’onorevole Moro”. Personalmente, per l’idea che mi sono fatta del personaggio, ti dirò che non ci ho creduto. Moro non rappresenta per nulla quel che io amo dell’Italia; ma lo vedo diverso, per fede e per modo di vita, da tutto quel che dell’Italia non amo. Diverso, soprattutto, da quelli che più gli sono vicini. Mi è insopportabile la sua lentezza, il suo dire polivalente ed ermetico: e mi pare si comunichino a tutta la vita di questo paese. Ma basta, ad accendermi una certa simpatia, il sentire che non è un cattolico-ateo, in questo paese di cattolici-atei (di un ateismo, voglio dire, inconsapevole ma attivo).
[…] Io non ci ho creduto, alla metamorfosi di Moro in antilope. Ma come credi si sia sovrapposta, nella mente dei più, in quel 16 marzo, la notizia del rapimento alla notizia poco prima letta? Non ti pare che in quel rapimento potevano anche scorgere una specie di mandato di cattura spiccato ed eseguito da una segreta giustizia tanto più infallibile di quella ufficiale? Siamo in un paese in cui la sempre frustrata aspirazione alla giustizia ha trovato compenso nel favoleggiare di sette segrete e briganti che la realizzavano. Ma che avessero o no letto la notizia sull’antilope, tu sai e puoi dire con me — contro la retorica che ci sommerge — quali sono state le immediate reazioni degli strati popolari alla notizia del rapimento: compianto per gli uomini della scorta, indifferenza, o peggio per quel che era capitato a Moro.
Che cosa voglio dire? Semplicemente questo: che le due notizie, in cui se ne assommavano altre della stessa natura corse per più anni, erano un po’ troppo perché il paese fosse capace di avere una reazione univoca, un’univoca opinione. E diciamola francamente: non fosse stato per quei cinque morti, per quei cinque che “si guadagnavano il pane” facendo storta all’onorevole Moro, l’opinione sarebbe stata univoca: ma per tutt’altro verso. E’ terribile, lo so: ma va detto. Per capire. Per avere misura esatta del disastro in cui stiamo. Per tentare di ricostituirci. Invece di affrontare la verità, non solo si preferì rifugiarsi nella menzogna dell’unanime indignazione, ma si fece quel che appunto non si doveva fare: approvare senza discussione — una discussione che doveva essere necessariamente spinosa — un governo vecchio, carico di tutti gli errori, e a volte più che errori, passati. Ed era il terzo fatto della giornata: che suscitava minore emozione, ma convergeva con gli altri due a rendere disperata la situazione. Dopo di che, questo governo vecchio, questo governo carico di antichi errori, non poteva che mettersi sulla strada di tutti i vecchi governi della vecchia Italia: approvare delle leggi che limitassero la libertà dei cittadini.
Da ciò io penso, caro Luigi, che noi dobbiamo decisamente dissociarci; decisamente dire che quel che accade non va contro le brigate rosse, ma contro di noi: cittadini soltanto armati di amore alla libertà, di amore alla giustizia e cioè di amore alla ragione. Se, come da più parti si fa, vogliamo attribuire alle brigate rosse un lucido e quasi scientifico piano, bisogna essere conseguenti e riconoscere che anche le leggi speciali votate dal governo sono state da loro calcolate e fanno parte di quel piano. Si potrebbe anzi credere che tutto quel che in questo momento si opera nelle sfere governative e politiche fa parte del loro piano.
E qui possiamo porci la domanda: che cosa non fa parte del loro piano? La risposta è molto semplice: non fa parte del loro piano il fatto che il governo dello Stato possa trovare l’energia di rinnovarsi radicalmente: almeno, per cominciare, negli uomini; e che la macchina che si è messa in moto contro di loro sia lubrificata, invece che dalle leggi speciali, dall’intelligenza.
Perché il problema, a livello politico come a livello poliziesco, è un problema d’intelligenza. Soltanto. E poiché siamo dei letterati, poiché la letteratura è il nostro mestiere, voglio finire col ricordarti quel famoso investigatore di Poe che aveva appreso il suo metodo da un ragazzino che vinceva sempre a pari e dispari. Un metodo che consisteva semplicemente, dice Poe, nell’osservare e calcolare la scaltrezza dei suoi avversari e, conseguentemente, di immedesimarsi in loro. Un metodo che oggi dovrebbe valere tanto per i politici che per i poliziotti. Ma non mi pare, purtroppo, che se ne scorgano avvisi».

Notiamo un paradosso singolare: mentre l’estrema sinistra “istituzionale” (da “Lotta Continua” al “manifesto”) respinge l’invito alla “solidarietà” lanciato dalle Br, a farsi interprete della “giustizia proletaria” sono gli intellettuali di quella zona grigia descritta da Massimiliano Griner in un libro di pochi anni fa presto sparito dal commercio.

Per esempio, Antonio Bellavita («appartenente alla sinistra extraparlamentare e latitante», deceduto a Parigi nel 2006), in un’intervista per “l’Espresso” afferma che «quelli delle Br sono “compagni”, ma adottano meccanicamente alla nuova realtà un’analisi superata (dal 1973-74) delle strutture politiche economiche del capitalismo, un’analisi che le porta a compiere azioni controproducenti» e confida che Moro verrà rilasciato indenne:

«Dopo un processo di un mesetto e sempre che la polizia non si esibisca in interventi alla tedesca. Non credo che l’obiettivo delle Brigate rosse sia quello di eseguire una condanna a morte di Moro, ma di dimostrare la loro capacità di battere l’apparato dello Stato».

(Per la cronaca: il giorno dopo Bellavita verrà fermato dalla polizia francese nell’ambito delle indagini per l’assassinio dello scrittore di estrema destra François Duprat, accuse dalle quali sarà poi assolto. Duprat saltò in aria per un’autobomba il 18 marzo 1978).

Il 29 marzo, assieme al terzo comunicato delle Br, arriva la prima lettera di Moro, un manoscritto in cinque cartelle indirizzato al ministro dell’Interno Francesco Cossiga: «Lo stile non sembra quello, strutturato e complesso, dello statista». La “linea” diffusa per ora in tutti i partiti (anche tra i socialisti) è quella di considerarla “estorta” dai sequestratori, magari dopo aver somministrato al prigioniero sostanze stupefacenti (si parla di: scopolamina, chetamina, pentotale, neurolettici). Ai giornali giungono però altre lettere: il “Messaggero” riceve un volantino del “Comitato Pregiudicato Italiani” che intima alle Brigate Rosse: «O liberate Moro entro giovedì 30 marzo o uccideremo un brigatista in carcere» (si tratta di un pesce d’aprile, riferito anche alle difficoltà della mala dovute agli invasivi controlli dell’antiterrorismo).

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