Massimo Recalcati è un gran figlio di… pandemia

(fonte)

Durante le manifestazioni contro il Green Pass mi sono spesso trovato accanto a persone che normalmente avrei evitato, come zekke, trans e marocchini. Un aspetto demoralizzante, sia perché non credo nelle “terze posizioni”, sia perché in fondo non sarei contrario all’imposizione di un lasciapassare a certe categorie, vuoi per contenere la diffusione dell’aids tra le minoranze sessuali, vuoi per far diminuire stupri e saccheggi causati dalle minoranze etniche, vuoi per aumentare il livello di igiene delle minoranze politiche.

Scherzi a parte, leggo stamattina di uno stupro perpetrato lo scorso fine settimana da un italiano e un marocchino ai danni di una pendolare ventenne su un treno regionale lombardo. Cose che sono sempre accadute, ma che con l’introduzione del “Super Green Pass” riescono -se possibile- a farmi ancora più imbestialire. D’altronde il fatto che anche prima non riuscissi ad accettare il lassismo generale come “prezzo da pagare” a una fantomatica libertà non era semplicemente una posa da reazionario, ma col senno di poi una visione disincantata sul destino delle nostre collettività, animate da una folle e feroce corsa all’annullamento di se stesse, rappresentazione plastica del cupio dissolvi a ogni livello di interazione tra umani.

Adesso però siamo al punto in cui nemmeno il fancazzismo può valere come una scusa: “Sì, il quartiere è in preda agli zingari, ma almeno abbiamo la libertà di andare alla banca e alla posta”. Oppure: “Sì, a scuola hanno invitato un travestito a leggere fiabe e strusciarsi addosso ai bambini, ma almeno all’Olliuchenit c’è un nuovo sushi al gusto di escherichia coli”. E via andare. Era prevedibile che un sistema del genere non potesse reggersi e si sarebbe resa necessaria una “stretta” di qualche tipo.

Difficilmente mi sarei aspettato che il pretesto sarebbe arrivato dalla sanità, nonostante la nostra epoca sia una delle più timorose nei riguardi della morte: non credevo che chiudere in casa bambini di cinque anni o iniettare loro un siero sperimentale per consentire eventualmente a un ultranovantenne di vivere un giorno in più fossero iniziative conciliabili con anni di propaganda contro i vecchi, i pensionati, la gerontocrazia, il peso degli anziani sulle casse dello stato; non immaginavo neppure che la generale paranoia del “moriremo tutti” potesse andare d’accordo con le manie sulle “bombe demografiche” (anche se è chiaro che chi sostiene che “su questa terra siamo troppi” non abbia mai voglia di togliersi di mezzo per primo).

Pensavo, a dirla tutta, che sarebbero riusciti a imporre un nuovo ordine tramite le favole ambientaliste e decresciste: in fondo era da tempo che le élite sognavano, tra le altre cose, di far tornare un lusso per pochi un viaggio in aereo o una cena al ristorante. Greta Thunberg è solo l’ultimo tassello di una guerra decennale (se non secolare) alla classe media: ma dove non ha potuto la mattarella -inteso come piccola matta- svedese, ha invece trovato praterie l’influenza, che dal 2020 abbiamo deciso di soprannominare “covid”.

Terapie intensive al collasso, picco di decessi e ventenni morti per il raffreddore: non una di queste notizie, fino al 2019, aveva mai generato panico. E in effetti, la stessa intellighenzia verde-rosa-arcobaleno aveva tentato per lunghe settimane dopo la proclamazione dello stato di emergenza di opporsi al nuovo corso, invitando gli italiani ad “abbracciare un cinese”, offrendo musei gratis e viaggiando da un capo all’altro dello Stivale a brindare “contro la paura”. Poi però deve essere subentrato qualche altro ordine dall’alto che ha fatto cambiare idea…

Lascio agli amici del “pianeta strampalato” (altri nuovi compagni di strada) le indagini su complotti, sette segrete, protocolli occulti e patti satanici. La mia umile prospettiva metapolitica mi obbliga a trarre un’unica conclusione, partendo dal presupposto che nessuno dei mezzi adottati da quasi due anni a questa parte sia in qualche modo correlato al contrasto di una pandemia, se non accidentalmente (il che, ahimè, è di per sé un’affermazione “complottista”, ma sarà lo spirito dei tempi). E la mia conclusione è che alle nostre società serviva, in senso lacaniano, una “figura paterna”. Ma anche senza scomodare Lacan (forse non avrei dovuto nemmeno citarlo), in parole povere si rendeva necessario un non-so-che di simbolico che facesse ritornare la vita degna di essere vissuta.

Il problema è il principio che si è scelto: ci sono vecchi reazionari a cui andrebbe bene ogni cosa pur di ripristinare una sorta di ordine. Non parlo solo dell’imposizione del coprifuoco per combattere un raffreddore, ma anche del ripristino della naja per mandare ventenni a invadere Paesi che vietano l’adozione alle coppie gay, oppure la reintroduzione della pena di morte per chi si rivolge a un travestito col pronome sbagliato. L’importante, per costoro, è sacrificare a una Legge qualsiasi.

Poi ci sono -appunto- i lacaniani, che invece hanno finora rappresentato una posizione controcorrente in una società ossessionata dalla trasgressione, proponendo prospettive inedite sulla possibilità di riconciliare diritti e doveri. Su questa tematica si è concentrato, ottenendo anche un discreto successo di pubblico, lo psicanalista Massimo Recalcati in volumi come Cosa resta del Padre? (2011) e Contro il sacrificio (2017). Eppure, già prima di qualsiasi lockdown, era possibile rendersi conto che quanto offerto da Recalcati fosse la risposta sbagliata a una domanda giusta.

Ricordiamo, per esempio, quando nel suo bel volume sulla funzione simbolica del Padre come trait d’union fra Legge e desiderio, non trovò nulla di meglio che ridurre il problema del “parricidio di massa” ai baccanali berlusconiani:

«L’espressione “papi”, recentemente alla ribalta della cronaca politica italiana a causa di innumerevoli giovani (papi-girls) che così si rivolgono al loro seduttore, mette in evidenza la degenerazione ipermoderna della Legge simbolica del padre. La figura del padre ridotta a “papi”, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione. Il denaro elargito non come riconoscimento di un lavoro, ma come puro atto arbitrario, l’illusione che si possa raggiungere l’affermazione di se stessi rapidamente, senza rinuncia né fatica, l’enfatizzazione feticistica dei corpi femminili come strumenti di godimento, il disprezzo per la verità, l’opposizione ostentata nei confronti delle istituzioni e della Legge, l’esibizione di se stessi come un io forte e onnipotente, il rifiuto di ogni limite in nome di una libertà senza vincoli, l’assenza di pudore e di senso di colpa costituiscono alcuni tratti del ribaltamento della funzione simbolica del padre che trovano una loro sintesi impressionante nella figura di Silvio Berlusconi. Il passaggio dal padre della legge simbolica al “papi” del godimento non definisce soltanto una metamorfosi dello statuto profondo del potere (dal regime edipico della democrazia al sultanato postideologico di tipo perverso), ma rivela anche la possibilità che ciò che resta del padre nell’epoca della sua evaporazione sia solo una versione cinico-materialistica del godimento».

Con questa palese strizzata d’occhio ai salotti d’allora (peraltro gli stessi di oggi, con la differenza che hanno persino dovuto accogliere il Berlusca adornato di liete voglie sante, tra cui quella di farsi vaccinare), Recalcati, come dicevamo, ha consegnato una diagnosi giusta al medico sbagliato, nel caso particolare la fazione che potremmo definire per comodità “sinistra” (lato sensu, ovviamente). Con l’aggravante di esser passato dallo pseudo-moralismo della “sinistra di governo” (per il quale l’anti-libertinismo è solo un tic ideologico proveniente dall’epoca in cui si doveva sacrificare tutto alla rivoluzione) all’erede perfetto dell’idea parodistica che la sinistra di cui sopra si era fatta del berlusconismo (“sultanato postideologico di tipo perverso”), un certo Matteo Renzi, colui che ha trasformato anche la figliolanza (in latino proles) in “una versione cinico-materialistica del godimento”. Non sfugga nemmeno la partecipazione di Recalcati alla fondazione della scuola di partito del PD intitolata a Pier Paolo Pasolini, icona perfetta (anche da un punto di vista prettamente psicanalitico) del parricidio libidico, nonché altro fautore di risposte sbagliate a domande giuste.

Questo solo per contestualizzare il bagaglio ideologico dell’intellettuale che è diventato attualmente uno degli ideologi di riferimento del Partito della Pandemia grazie alle sue fumose dissezioni dei manifestanti anti Green Pass (a suo dire espressione di “una declinazione particolare di sovranismo psichico”) e agli accorati appelli a vaccinarsi che, alla luce di quanto detto, risultano invece espressione di “una declinazione particolare di paternalismo fantasmagorico” (sempre per parafrasare quanto lo psicologo insinua regolarmente su Repubblica). Ebbene sì, pare proprio che il buon Recalcati abbia finalmente ritrovato il Padre Perduto nel Medico della Peste: ora infatti per lui la funzione simbolica della Legge sembra sia stata assunta nientedimeno che dalla vaccinazione, vista non come “espressione del biopotere”, ma come “risposta della comunità degli uomini alla violenza omicida del virus”.

Quindi le politiche di lockdown e vaccinazione coercitiva sarebbero la “pietra filosofale” di un dilemma che per lustri ha angustiato il pensatore: ecco a portata di mano un superego “ammaestrato” pronto a sostenere il desiderio contro le “concezioni neo-libertine della libertà”. Seppur Recalcati ci tiene a mostrare la sua posizione come “realistica”, si fa fatica a non vedere i condizionamenti culturali di cui essa risente, se non addirittura la pura e semplice strumentalizzazione di elementi teorici che non tutti sono in grado di afferrare in modo immediato.

Aggiungiamo, in conclusione, un ultimo dettaglio per completare il quadro: la concezione totalmente acritica e aproblematica della “scienza” da parte del Nostro. A parere del Recalcati, infatti, chi mette in discussione il “discorso medico e le sue leggi” sarebbe un “narcisista ipocondriaco”, fanatico della “inviolabilità dei propri confini personali”. Dunque nemmeno di fronte all’inutilità della vaccinazione per bambini al di sotto dei dodici anni con un farmaco che non previene il contagio (posto che abbia qualche fondamento la nomea di “untorelli” che i mass media hanno affibbiato ai più piccoli) né potrebbe servire a ridurre i sintomi o evitare l’ospedalizzazione in una fascia di età che non prende il covid in modo sintomatico e non finisce in terapia intensiva, è possibile obiettare alcunché. Nemmeno domandarsi se dietro l’immacolatezza dei camici bianchi si nasconda qualcosa di oscuro: no, non parlo di interessi economici o massonici (lascio sempre ai compagni di strada del Canale 262), ma semplicemente di superomismo e prometeismo.

Siamo certi, caro Recalcati, che il fine per cui stiamo cedendo quote di soddisfacimento pulsionale non sia tanto quello di uccidere un virus omicida (che nel 99% dei casi si dimentica di uccidere), quanto eradicare in modo assoluto la malattia e, sulla lunga distanza, la morte? Mi spiace per il professore, ma il paradosso di una legge che impone la trasgressione come norma non sarà risolto da Mamma Pandemia e Papà Medico della Peste. Il desiderio di non morire mai affievolirà una dose dopo l’altra, fino al ritorno dell’Edipo di massa ancora più complessato e febbricitante (in tutti i sensi).

PS: Per un approfondimento della questione, mi permetto di rimandare anche a un mio scritto di qualche mese fa, Rifondazione Superegotica: anche il desiderio è morto di covid.

Rifondazione Superegotica: anche il desiderio è morto di covid

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