Mettere sul piatto della bilancia la Shoah

Qualche anno fa, nel 2015, a Roma scoppiò lo scandalo dell’Ospedale Israelitico, finito nel mirino della procura per un giro di interventi “fantasma” rimborsati a peso d’oro dal Servizio Sanitario Nazionale. Del caso se ne parlò poco, nonostante il direttore generale dell’Ospedale per tre lustri, Angelo Mastropasqua, fosse riuscito a ricoprire la bellezza di 54 cariche pubbliche e private in contemporanea, tra le quali presidente INPS, vicepresidente di Equitalia e in tempi recenti (ad onta di inchieste e condanne) membro del team sulla riforma della Pubblica Amministrazione del Governo Draghi.

Avendo a che fare con un pezzo grosso, suggeriamo ai lettori di condurre qualche ricerca in proprio per farsi un’idea della fedina penale del Mastropasqua (al quale, tra le altre cose, è stata pure revocata la laurea perché secondo i guiidici avrebbe comprato due esami). A noi oggi interessa solo discutere i rapporti che questo grand commis ebbe con la comunità ebraica italiana, in particolare quando cercò di convincere l’allora presidente della comunità romana, Riccardo Pacifici, che la Regione Lazio lo stesse perseguitando perché infiltrata da filo-palestinesi, insinuando addirittura che la commissaria alla Sanità Flori Degrassi fosse affiliata ad Hamas. Le sparute cronache di allora riportarono anche coloriti colloqui tra i dirigenti dell’Israelitico, come quello tra il primario di geriatria e il direttore sanitario: “La questione è politica e la comunità deve mettere sul piatto della bilancia la Shoah”; “Sì, sì, devono comincia’ a fa’ i piagnoni come sanno fare benissimo”.

Può sembrare disdicevole rivangare certi episodi nella fatidica Giornata della Memoria (27 gennaio), ma l’onestà intellettuale impone di ammettere che le comunità ebraiche, talvolta anche per convenienza o puro opportunismo, raramente si siano tirate indietro dal “mettere sul piatto della bilancia la Shoah”. Pensiamo all’indignazione degli ebrei italiani quando, nel settembre 2015, in una stazione della Repubblica Ceca, dei poliziotti decisero di fare un segno sul braccio con un pennarello a 214 profughi (quasi tutti siriani) per permetterne un riconoscimento più rapido. La presidente della comunità romana, Ruth Dureghello (ancora in carica) parlò di “immigrati marchiati come bestiame al macello” e “persone che diventano numeri”. La stessa Dureghello che oggi si indigna contro l’evocazione della Shoah da parte di politici e militanti contro il Green Pass (cioè contro la schedatura e la discriminazione dei cittadini non vaccinati), di fronte a duecento immigrati senza documenti ai quali veniva fatto un segno col pennarello sul braccio non aveva alcun problema a “far riferimento alla Shoah con tanta superficialità” (per citare le sue ultime dichiarazioni).

Senza voler polemizzare eccessivamente, notiamo due cose: in primis che gli ebrei non possono trattare l’olocausto come “cosa loro”, dal momento che, come sostiene lo storico Sergio Luzzatto (Un popolo come gli altri, 2019), “l’intera dinamica della Shoah viene consegnata a una dimensione astorica, o addirittura trascendente: con un vantaggio netto per gli eredi dei carnefici, e anche − in un qualche dolorosissimo modo − per gli eredi delle vittime”. Aver dunque fatto di un evento storico un paradigma delle ingiustizie universali non dovrebbe consentire alcuna “vigilanza” contro l’appropriazione culturale.

Da qui possiamo inoltre ricordare come gli ebrei, proprio in virtù di tale paradigma, abbiano voluto presentarsi nel dopoguerra come “maestri di umanità”; rammentiamo, giusto per citare, le riflessioni del rabbino Roberto Della Rocca (Con lo sguardo alla luna, 2015) contro la riduzione del singolo, dotato di “valore assoluto”, ai “valori collettivi”: “Il Creatore vuole dall’uomo la realizzazione della sua singolare irripetibilità, non l’adeguamento acquiescente a uno schema collettivo prestabilito“. E ancora: “Una società in cui non c’è diversità di espressione e di opinione è una società privata della possibilità di comunicare, una società che afferma l’omologazione, il totalitarismo delle idee; una società in cui non c’è spazio per il confronto”.

È perciò singolare che tutto questo patrimonio di belle idee e parole non sia servito per formulare la più blanda obiezione nei confronti della discriminazione dei propri concittadini. Anzi, il fatto stesso che qualcuno si sia permesso di paragonare il Green Pass alla Stella di David imposta dal regime nazista ha convinto i vari esponenti delle comunità ebraiche, da Milano a Torino, a portare in tribunale i manifestanti (per lesa Shoà?). C’è un’amara ironia in tutto questo: a persone a cui per trent’anni è stato imposto come riferimento supremo all’ingiustizia universale l’olocausto ebraico, viene tolta la possibilità di esprimere il proprio malessere (che può essere di varia natura, anche ingiustificato) con l’unico strumento culturale che i media, la politica e la scuola pubblica gli hanno messo a disposizione.

Anno dopo anno, queste “Giornate della Memoria” perdono sempre più senso o, nel peggiore dei casi, ne acquistano uno nuovo, assimilandosi a un apparato che può permettersi di “mettere sul piatto della bilancia la Shoah” per mera gestione del potere.

(fonte)

4 commenti su “Mettere sul piatto della bilancia la Shoah

  1. Complimenti fratello. Sei onesto. Diciamo semplicemente che hanno sfracellato i coglioni con sta storia. Non c è bisogno di argomentare, usiamo le budella, sappiamo quello è giusto, non serve dibattere

    1. Puoi sempre tornartene su Facebook dove puoi frignare segnalando i post come un bambino dell’asilo che va dalla maestra. Ma non temere, a brevissimo senza lasciapassare non si potrà più avere accesso ad internet, stai tranquillo e non dimenticare di fare la prossima dose il prima possibile.

  2. Se sai che è giusto l’intelletto l’hai usato, no? Ad ogni modo, in successività, concordo con te. E’ ormai inutile parlare…

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