Mettere una donna al centro del proprio universo

Ho un sacco di messaggi arretrati a cui rispondere riguardo all’argomento figa. Certo, è semplice fare i bacchettoni adesso: se mi aveste inondato di email e commenti quando parlavo di grammatica malgascia o geografia della religione, allora mi sarei limitato a discutere soltanto di quello. La verità è che il tema figa interessa a tutti, favorevoli o contrari. Purtroppo non mi sono nemmeno preparato una scaletta e devo scrivere “a braccio”, una cosa che odio perché “mi si stancano gli occhi” (chi è che lo diceva?).

Comincio col rispondere pubblicamente (per quel che si può dire) a un messaggio privato da parte di un lettore che si definisce volcel “contrariamente a incel“, solo per chiarire una questione semantica: il volcel (voluntary celibate) non è un MGTOW, cioè uno che considera che non valga la pena intraprendere una relazione con una donna per una serie di motivi (quasi tutti poco etero), ma uno che ha accettato il suo destino da “celibe involontario” grazie a un sofisticato sistema di coping. Non esiste infatti nella storia dell’umanità una forma di celibato “volontario”, avendo sempre esso avuto a che fare in un modo o nell’altro con un’idea di religione (a meno di non voler considerare la misoginia kantiana come parte integrante del suo pensiero, nonostante anche tale “vezzo” abbia evidenti origini fideistiche).

Veniamo però a lati più scottanti: non voglio essere cinico né mancare di rispetto a nessun*, ma i consigli su come piacere alle donne ricevuti dalle stesse donne sono a dir poco demenziali. Cominciamo da quello più scontato sentito da un paio di follower (scusate, non sentitevi giudicate, non è colpa vostra), cioè che per far innamorare una donna l’uomo dovrebbe “farla sentire unica e speciale, metterla al centro del proprio universo”. Siamo ai limiti del sadismo (forse preterintenzionale?): chiunque abbia avuto a che fare con una donna sa benissimo che non c’è cosa capace di smontarla quanto porla “al centro del proprio universo”.

Lo dice persino Žižek (“Un uomo si merita l’amore di una donna solo se è abbastanza forte da resistere alla tentazione di abbandonare tutto per lei”) e da qualche parte probabilmente anche l’anonimo phallocrate degli Aphorismes masculinistes. La donna prova un inconscio disprezzo per l’uomo che “le muore dietro”, perché interpreta le sue attenzioni come un sintomo della mancanza di alternative e dell’incapacità di “trovar di meglio”. Come dar torto alla seconda strofa del Teorema di Ferradini? Se si vuole attrarre una donna bisogna sempre “fa[r] sentire che è poco importante”. Davvero non riesco a capire come certe donne dotate almeno all’apparenza di un’intelligenza superiore alla media cadano nel cliché da commedia romantica dell’uomo che “vive solo per lei”: forse c’è qualche ignoto meccanismo evolutivo all’opera in questa assoluta mancanza di autoconsapevolezza?

Ad ogni modo, potete pure mettere una donna al centro del vostro universo, ma non stupitevi se un istante dopo essa sparirà in un buco nero (absit iniura verbis) risucchiando (absit iniura verbis) dentro di sé tutto quell’universo. Sarebbe bello, a dir la verità, poter fare di una donna il fulcro della propria esistenza: è come se una parte del cervello maschile non vedesse l’ora di mettere su un piedistallo la prima zozza da cui riceve uno sguardo vagamente compassionevole. Ma non è possibile, anche in virtù del lancinante paradosso messo nero su bianco da Cesare Pavese in una pagina del 1937:

“Per possedere qualcosa o qualcuno, occorre non abbandonarglisi, non perderci dietro la testa, restargli insomma superiore. Ma è legge della vita che si gode solamente ciò in cui ci si abbandona. Erano in gamba gli inventori dell’amore di Dio: altro che insieme si possieda e si goda, non esiste”.

Purtroppo un uomo non può “perdere la testa” per una donna, perché in ultima istanza ciò diminuisce il suo valore. Bisogna restare indifferenti, non farsi coinvolgere in alcun modo, non dirle mai “ti amo” (o almeno non farlo per primi), comportarsi come se si avesse sempre disponibile qualche eterna “àncora di salvezza”. Solo così una donna può forse ritenere degno di lei un maschio come noi. E badate bene che questa cosa me l’hanno “insegnata” le donne con cui ho avuto a che fare: a un certo punto si giunge quasi a comprendere quando ci si sta “mettendo nei guai” concedendo un po’ troppo (e non sto nemmeno a dirvi quale sforzo titanico tutto ciò rappresenti per un uomo dall’indole mite e sentimentale come il sottoscritto).

Un secondo consiglio che mi fa salire il sangue agli occhi è quello di non mostrare mai a una donna di avere il sesso tra i propri obiettivi, perché altrimenti così, poverina, si sente “usata”, e se magari prima aveva delle “aspettative” o vedeva qualcosa in te, adesso rimarrà irreparabilmente delusa. Queste sono balle, lo sa benissimo anche chi le racconta: la verità è che da una parte le donne vogliono sempre concedersi la via di fuga del fraintendimento (“non avevo capito di piacerti”), dall’altra non posso fare a meno di usare il sesso a fini manipolatori e coercitivi. Anche qui, mi sento in dovere di precisare che questa chiarezza è sorta dopo aver capito che le donne mi stavano prendendo per il culo. Non per questo mi sono abbassato a perdere il mio stile e la mia sensibilità: semplicemente non mi illudo più che il pudore e la dignità dimostrino “intenzione serie”, alle quali comunque le donne irriderebbero.

C’è infine l’ultimo punto: “Con che donne hai avuto a che fare?”. Con te, con voi, con tutte. Io continuo a ripeterlo: yo no soy como esos hombres. Non per chissà quale superiorità morale, intellettuale o di che altro tipo, ma solo perché ho vissuto secoli di apartheid sessuale e di segregazione affettiva: non mi posso “permettere” nulla in una relazione, non un passo falso, non una dimostrazione di attaccamento o debolezza, non un gesto fuori posto. E questo è quanto.

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